Counseling: creatività in cerca di un nome

Vi siete mai chiesti cosa sia il counseling e cosa fa un counselor?

È probabile che non ne abbiate mai sentito parlare, a dispetto dei numerosi esemplari in circolazione!

Tra gli italiani il counselor è arrivato una ventina di anni fa come idea di una nuova professione che in altri Paesi da molto tempo esercita per essere di aiuto alla persona.

Per noi si tratta ancora di una novità che sta maturando esperienza per poter forse un giorno essere riconosciuta. O magari no!

Sono numerose le professioni che si differenziano a volte in modo sostanziale da un Paese all’altro e le scelte formative devono tenerne conto. Uno studente Erasmus, ad esempio, sa che il privilegio di una frequentazione all’estero potrebbe non essere riconosciuto dall’ateneo di appartenenza, però annoverarlo tra le esperienze del curriculum vitae può aumentarne la visibilità.

Esiste un titolo riconosciuto ma i suoi contenuti potrebbero essere diversi.

In altri casi il contenuto va in cerca di un titolo che renda possibile la condivisione, accettando l’onere di dover specificare spesso ciò che non è, in aggiunta a tutto quello che fa.

Tra queste appunto il counseling, che non ha neppure un sostantivo italiano corrispondente. Esso si esprime in modalità del tutto personalizzate e vanta per questo il privilegio dell’esercizio libero e fondato sull’autonomia, sulle competenze e sull’indipendenza di giudizio intellettuale e tecnica.

Lo dice la legge n. 4 del 14 gennaio 2013 che rappresenta la possibilità di rendere concrete, dal punto di vista economico e fiscale, attività insolite, espressioni di una creatività personale.

L’inventiva ha bisogno di stimoli, difficili da individuare in un mondo in cui la copiatura viene esaltata come metodo veloce di apprendimento!

Il counselor si offre con strumenti un po’ inventati in un contesto epocale che si illude di trovare la qualità nell’esito di procedure standardizzate.

Egli dedica un periodo di due, tre o più anni a cercare di migliorare le proprie relazioni interpersonali, ad abbandonare il più possibile l’attitudine al pregiudizio. Cerca di mettersi nei panni dell’altro per comprenderne il punto di vista, mette in discussione le proprie convinzioni riconoscendo che ognuno si affida necessariamente ad una logica propria, nel tentativo di fare il meglio che può. Ed è oltremodo indiscutibile che la condivisione di premure o i timori, delusioni o progetti, possa concedere sollievo per non dire un aiuto.

Chi resiste nel percorso di formazione si allena a questo e la sua disponibilità cambierà irreversibilmente ogni relazione: molte persone hanno voglia di parlare di sé ed apprezzano chi le ascolta con interesse sincero.

Il counseling che diventa professione lavorativa, mette insieme strumenti e conoscenze prevalentemente intellettuali (per citare nuovamente la legge di cui sopra) per offrire un servizio.

Le numerose Scuole che in Italia propongono percorsi di questo genere sono creative come gli operatori che ne escono, libere di sperimentare si preoccupano che ognuno riconosca i propri talenti, le passioni e con perseveranza si impegni ad utilizzare ogni risorsa per migliorare la qualità della propria esistenza.

Per vivere con soddisfazione.