Il crudo e il cotto

Il cibo prima di essere mangiato dev’essere pensato, immaginato. Elaborare è l’essenza stessa della condizione umana che non può essere ridotta unicamente né alla dimensione della cultura quanto non può esserlo a quella della natura. Probabilmente entrambi gli statuti non hanno senso se non in relazione l’uno all’altro, ma per parlarne siamo sempre costretti a contrapporli come se si trattasse di due realtà invece che di due costrutti funzionali.

La cura del cibo è una delle prime istanze della cura di sé (nel senso di Foucault) e per questo l’arte della cucina è prima di tutto relazione, come ispirano molti romanzi e film che celebrano il rapporto fra cibo, bocca, gusto e amore. Vi è della bellezza e della cura in ciò che passa per i fornelli e potremmo dire che anche l’analisi, la terapia e l’insegnamento siano prodotti della cura e della cultura alimentare, invece del contrario.

Diceva Feuerbach che «l’uomo è ciò che mangia», ma forse è ancor più come mangia e come cucina per l’altro (e si sa che si riesce a cucinare per se stessi solo immaginando di farlo per l’altro che è in noi).

«Il simbolo non è un’entità, ma una relazione, e il significato della relazione può essere compreso solo quando essa sia situato in un intero sistema di relazioni. Questo sistema di relazioni è la struttura, l’identità soggiacente a racconti mitici che possono alla superficie apparire molto diversi»

Partendo da questo spunto, Crudo e cotto (intesi in questo senso) si avvia ad essere la nuova monografia stagionale, l’invito ad esercitare il pensiero tra estate e autunno