INCIAMPAI IN UN COLORE CHE NON MI PIACQUE

Tanto tempo fa il colore prevalente delle mie giornate fu il grigio, tendente al nero.

Le mie notti quasi insonni.

Qualche accadimento negativo era sì apparso negli ultimi mesi, ma nulla che giustificasse il mio stare sprofondata nella malinconia, scossa da venti gelidi, intenta a cercare il resto del mondo.

Trovavo conforto a contatto con la natura, passeggiando nel silenzio, ferma a leggere coi piedi nell’erba, quando a leggere riuscivo.

La sera solo la musica era mia compagna, le note amiche mi trascinavano lontano, ovunque.

Facevo fatica a parlare con gli altri, mi ricordavano rapide formiche intente ai loro mille lavori. Alcuni si fermavano a regalarmi un sorriso per un attimo, altri cercavano di smuovermi dal mio torpore.

Mi stavo rintanando e non sapevo quanto “spazio” avessi già perso e quanto ancora potesse scomparire.

Non capivo dove fossi finita, avevo come perso la rotta, i punti cardinali?

Dov’era quella magica chiave che consente di uscire da sé e dimenticare il proprio io? Era lui che pesante voleva tutte le attenzioni, nonostante gli dicessi che aveva miseri “bubù” e gli ricordassi che le umane sofferenze sono superiori.

Volevo sbarazzarmi del suo insopportabile egocentrismo, e parlandogli ecco che lo lasciavo lì: al centro.

Non ricordo se fosse sera o mattina, ero vicina al letto. Non so come, ad un tratto urlai proprio in me: fine! si balza in piedi, si riparte.

Quell’io mi obbedì e si mise in disparte.

“Impressioni al levar del sole” di Claude Monet

Mi ripresi, nel senso di ri-prendere me stessa tra le braccia, non grazie a qualche speciale capacità, ma perché il mio piccolo cammino andava ricominciato subito.

Non dovevo più perdere tempo.

Lo sconforto, anche i graffianti tormenti, le profonde amarezze, le sbilancianti incertezze capitano, a tutti. Accettarli è il primo passo, fanno parte del vivere. Non esistono solo la gioia, le soddisfazioni, la fiducia, il senso di pienezza e di appagamento…

Non si nasce preparati a vivere sofferenza, sconfitta e prostrazione; prima o poi, però, si capisce che va fatto e col tempo lo si fa, si impara a farlo.

Il ritorno di entusiasmo, grinta, determinazione e lucidità passa sì dal desiderio di “stare bene”, ma anche dalla consapevolezza che una sorta di “missione”, di impegno verso se stessi e il mondo ce lo abbiamo.

Ad ognuno il suo giardino da accudire per sè, per ospitarci gli altri, coloro che passano, coloro che si fermano, coloro con cui gustare i frutti di un lavoro meticoloso, amorevole e duraturo.

Abbiamo calli, sudiamo, estirpiamo, eliminiamo infestanti e parassiti e fatichiamo, ciascuno nella propria terra, con le sue sementi.

Di questo lavorio possiamo parlare, scambiarci sensazioni, emozioni e idee. Quando questi confronti sono sinceri si risparmia un po’ di sudore, si ammira un albero crescere più alto verso cielo …

Nymphea con Cetonia aurata
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