Ipnosi ieri e oggi

My way


«A me gli occhi!»

È l’imperativo categorico con cui ci si immagina l’ipnotizzatore, mentre la letteratura sulla materia è quantomeno controversa e, soprattutto in ambito psicologico, decisamente antitetica a questa che è una delle classiche raffigurazioni dell’ipnosi spettacolare.

C’è anche chi se la prende con gli ipnoterapeuti dicendone ogni male, ma il più delle volte non l’hanno mai provata e quindi non sanno neppure di che cosa si tratta.

Anche molti di quanti praticano l’ipnosi e lo fanno di mestiere ne hanno una conoscenza poco passata al vaglio affilato del setaccio epistemologico.

Da dove veniamo?

Ben guardandomi dal lanciarmi in un’opera tanto ardita come quella di ricostruire gli infiniti sentieri che si biforcano della storia dell’arte ipnotica, reputo quantomeno indispensabile mettere i puntini sulle “i”.

Intanto la vexata quaestio di Mesmer.

Dobbiamo considerarlo il padre dell’ipnosi? Assolutamente, no! Franz Anton Mesmer (Moos, 23 maggio 1734 — Meersburg, 5 marzo 1815) è stato un grande rappresentante del pensiero illuministico e il suo primato consiste soprattutto nel tentare di dare spiegazioni “scientifiche” (all’epoca il “top” della scienza era la scoperta del magnetismo: tutto era “magnetismo”) alla guarigione attraverso esperienze animistiche o carismatiche.

Allora perché lo hanno collegato con l’ipnosi?

Perché in molti di quelli che si domandavano come facesse si sono dati come risposta che si trattava di condizionamento: una risposta ridicola, come quella del lupo all’agnello. Poi perché è stata la prima volta che si è cercato di dare questa spiegazione razionale invece di confinare l’inspiegabile al demoniaco o al miracoloso. Infine, soprattutto, perché —a partire proprio da questo impulso— quasi tutti quelli che hanno fondato, sia l’ipnosi (termine introdotto per approssimazione da Braid che già poco dopo, nel 1847, tentò invano di sostituirlo con quello di monoideismo che però, non piacendo a nessuno,

fece perpetuare la scelta del primo) che la psicoterapia (metodologia battezzata così dal medico Hippolyte Bernheim (1837-1919) fondatore della Scuola di ipnosi di Nancy assieme a Ambroise-Auguste Liébeault) derivano più o meno direttamente da Mesmer e soprattutto dagli allievi di questo che, essendosi trovati di punto in bianco abbandonati dal maestro fuggito per essere stato travolto dal mostro che aveva creato, dovettero fare qualcosa per proseguire nelle ricerche intraprese senza avere più nulla a cui ispirarsi.

La psicanalisi è il superamento dell’ipnosi?

Ancora no! Di buono però Sigmund Freud ha insegnato che se il destinatario non assume su se stesso la responsabilità di farsi carico della propria trasformazione, ogni cambiamento è del tutto illusorio. In altri termini, il trasferimento da parte del cliente dell’esperienza relazionale con il clinico e l’assunzione della proiezione empatica di quest’ultimo come laboratorio delle dinamiche interne dell’altro rappresentano degli arricchimenti dell’idea di ipnosi come principio di apprendimento.

Una strada che percorse in via più sperimentale il vero continuatore dello studio degli stati della mente che potremmo continuare a chiamare ipnosi, ovvero Pierre Marie Félix Janet (Parigi, 30 maggio 1859 — Parigi, 27 febbraio 1947), di gran lunga fra i più interessanti studiosi di psicologia di sempre (leggete L’automatismo psicologico o La passione sonnambulica) che quasi nessuno conosce, forse perché troppo scientifico, pignolo e perfino noioso da leggere rispetto alle “avventurose” sedute freudiane.

Perché Erickson?

Milton Hyland Erickson (Aurum, 5 dicembre 1901 — Phoenix, 25 marzo 1980) ha ben poco a che vedere in realtà con l’ipnosi di matrice europea. Potremmo anzi dire che per lui il “mesmerismo”, mutuato forse dalle tecniche a finalità mediche di Braid, ha rappresentato soprattutto il pretesto attorno al quale fissare il suo approccio “spontaneo” di guaritore derivato più dalla sua peculiare esperienza evolutiva che dagli studi che a quei tempi, in maniera del tutto simile a George Alexander Kelly (April 28, 1905 — March 6, 1967) o Carl Alanson Whitaker (1912–1995), passavano più per i paesi di campagna e le guerre che per le università.

Con Erickson l’ipnosi diventa una evoluzione della psicologia pragmatica statunitense di John Dewey e soprattutto di William James (January 11, 1842 — August 26, 1910), coniugata con lo spirito di rinnovamento umanistico e di ricerca epistemologica operativa che evolveva negli Stati Uniti di Esalen e di Palo Alto. Insomma, invece che di “Ipnosi Ericksoniana” sarebbe più opportuno parlare di “Psicoterapia Pragmatica Ericksoniana”. Non che Erickson non usasse l’ipnosi, è solo che non era interessato né a creare una scuola né a pubblicare un proprio manuale terapeutico, essendo molto più concentrato a studiare fenomeni e tecniche che principi e sistemi. L’ipnosi Ericksoniana è nata solo perché lui era dei pochi a praticarla e bene negli Stati Uniti, perché è diventato celebre per i suoi risultati inspiegabili e, soprattutto, perché in tantissimi sono andati a studiare da lui e molti di quelli hanno scritto libri su di lui costruendo teorie (le più pedanti e noiose furono quelle di Rossi che fecero nascere l’illusione di una teoria ericksoniana) sull’ipnosi che hanno consolidato il preconcetto di una ipnosi ericksoniana.

Quello che ho fatto e quello che non voglio più fare

In definitiva, l’ipnosi non è una psicoterapia, ma piuttosto una tecnica che ha fatto emergere tre istanze da sempre presenti e molto utilizzate dal secondo dopoguerra che si rivelarono rivoluzionarie per la psicologia, e non solo:

  1. Il superamento della psicologia sia come psicometria (Wundt) che come scienza dei contenuti mentali (dalle religioni, alla didattica, alla psichiatria…), in funzione di un approccio allo studio della persona come black box (pattern relazionali e modelli stocastico-strategici) di forte affinità con la cibernetica
  2. Una visione dell’inconscio che non prevede la sua esistenza, come la sua non esistenza e che, intesto in quel modo, rende del tutto velleitario anche quello di conscio (e quindi di cognizione di realtà)
  3. Infine, ha saputo avvicinare gli approcci e le tecniche utilizzate da molte tradizioni religiose ed esoteriche a delle prassi professionali (percorso già condiviso da Jung e da James). Questa tendenza prosegue tutt’oggi con la Acceptance and Commitment Therapy o con il Mindfulness.

La mia storia di studioso della psicologia come strumento di cambiamento nasce negli anni ’70 con l’entusiasmo per lo studio della fenomenologia esistenziale e implicata di Ronald David Laing (7 October 1927 — 23 August 1989) e la psicologia del profondo di Carl Gustav Jung (26 July 1875 — 6 June 1961), ma anche quello delle scuole esoteriche, del simbolismo astrologico, dell’omeopatia e lo sviluppo della consapevolezza da sempre nutrita che la scienza e le conoscenze altro non siano che un castello costruito sopra una nuvola: per quanto questa possa essere robusta, il castello non potrà mai contare su delle vere e proprie fondamenta e, a forza di perfezionarlo, non si può evitare di appesantirlo. Per questo, nell’attesa di vederlo precipitare nel vuoto dell’eterno oblio, pensavo valesse la pena di approfittarne per studiare meglio tutto quello che stava attorno, ovvero il non-conosciuto che era il mio significato per “Inconscio”: la realtà che era tale solo fino a quando non l’abbiamo staccata dal suo esistere attribuendole un nome, separandola, scotomizzandola dal tutto.

L’ipnosi, e la NLP sono stati per me il modo di aprire un canale, come la trance per il medium, per accedere alla realtà che esiste attorno alla nuvola a prescindere dalla presunzione del Castello (Kafka) e dei castellani. Non che lo si debba ignorare, il Castello, sia perché ha le sue indubbie qualità, sia perché non conoscerlo non permette neppure di porsi in relazione con la realtà attorno a lui, ma semplicemente non bisogna credere in lui più di quanto non si dovrebbe credere alla dottrina di qualsivoglia religione.

Ho conosciuto l’ipnosi fra la fine dell’università e i primi anni delle esperienze professionali di studio, e l’ho applicata sia nella clinica privata che nei confronti dei responsabili psichiatrici perché facessero meno del male ai pazienti, sia nei corsi di formazione (ad esempio con l’uso delle metafore evocative), sia nel counseling aziendale.

Ho visto lavorare con estremo interesse anche ipnotisti classici (della scuola di Granone, ad esempio) e tecnici molto originali, come Stefano Benemeglio. Dopo aver letto il primo libro di Weiss (erano i primi anni ’80) ho provato anche l’ipnosi regressiva e spontaneamente mi sono lanciato ad invertire il flusso del tempo per indagare nel futuro e nella superstizione del tempo abbastanza da rendermi conto che la vera paura delle persone non era tanto rivolta al fatto se la vita continuasse o meno, ma se questo accadesse per il loro Io, per la loro identità e quindi che quello che chiamano “la mia vita” voleva intendere un attaccamento alla storicità “la mia storia”, il mio essere storico.

Per tutte queste ragioni non ha senso per me ricorrere allo “straordinario” come fosse una riserva indiana per dare un senso all’ordinario, al fine di farsi una vacanza nell’isola che non c’è per riuscire a sopportare meglio la quotidianità.

Occorre innanzitutto

  • dare peso al proprio impegno civile e al “lavoro della compassione” del proprio essere umano autentico, avvalorare l’importanza dell’apprendimento e,
  • all’interno di questo apprendimento dell’esperienza umana del proprio “essere coscienza”, sperimentare i limiti del linguaggio e della cognizione della realtà convenzionale per accedere ai metalivelli della consapevolezza come ci ha insegnato fra gli altri magnificamente Gregory Bateson (9 May 1904 — 4 July 1980).
  • Per questo, avere occasione di sperimentare gli stati alterati di coscienza che possono essere ricercati, appresi e riprodotti in molti modi (vedi Stanislav Grof—July 1, 1931— e Marco Margnelli) è stato per me fondamentale e non posso insegnare alcunché a chiunque altro se non passando di là.

“La mia ipnosi” ha poco a che vedere con quella che si insegna in giro, non perché sia un modello speciale, quanto perché non è affatto importante al di là del progetto che ho appena esposto

Ipnosi per sé e per gli altri: perché imparare l’ipnosi fa bene a tutti?

Ma allora, perché la chiamo ancora così? Perché chiamarla ancora “Ipnosi”?

Essenzialmente perché la persona che ognuno di noi si trova ad essere è debole e questa debolezza è una delle maggiori risorse che abbiamo per cambiare. I clienti dell’ipnoterapia chiedono l’ipnosi essenzialmente nella speranza di evitare la fatica e la sofferenza di farsi carico in prima persona del cambiamento, come una ragazza vergine che per paura della rottura dell’imene si facesse anestetizzare in anticipo in previsione del primo rapporto sessuale. L’ipnoterapeuta dovrebbe insegnare che la vita è farsi carico dell’esperienza che il proprio “essere coscienza” sta percorrendo come identità storica in questo scenario di fenomeni che è la vita che abbiamo la fortuna o la sfortuna di attraversare e che l’ipnosi è un modo per ampliare la consapevolezza dei livelli di coscienza possibili, non per superare le difficoltà e basta, ma per farle proprie nel modo migliore.

Se non chiamassimo “ipnosi” tutto questo non riusciremmo ad arrivare ad una domanda di servizio che possa trasformarsi in tutto questo e quindi dico: “facciamo ipnosi insieme!” anche se poi non mando in trance nessuno a meno che non sia paradossalmente indispensabile, perché cerco di insegnare che la trance non è che una continua fluttuazione che la nostra coscienza relazionale attraversa nella percezione e nell’elaborazione delle esperienze in cui ognuno di noi contribuisce al cambiamento dell’altro mentre è intento a cambiare se stesso.

Per questo dire che “l’ipnosi è tutto” coincide in tutto e per tutto a dire che “l’ipnosi è niente”. Infatti il tutto è decisamente troppo per la nostra capacità di contenerlo e di conseguenza, non riuscendo a contenerlo, a comprenderlo, non esiste per la nostra conoscenza e quindi non esiste: è nulla. Se invece parliamo della tecnica dell’ipnosi attraverso la trance classica dico che serve a ben poco e se ci si ferma lì può talora essere addirittura controproducente sotto il profilo evolutivo; mentre se parliamo delle tecniche dell’ipnosi non direttiva dico semplicemente che non è ipnosi, ma psicoterapia del cambiamento per quanto illustrato sopra.

Chi può imparare e adoperare l’ipnosi?

Alla faccia di medici e psicologi, proprio come la possono fare loro, l’ipnosi può essere fatta da chiunque perché non è altro che un modo per esercitare e trasmettere una componente del proprio potenziale umano ed evangelizzare le persone rispetto al suo potere liberatorio.

Allora, intanto, salvo persone gravemente disturbate sul piano del governo del principio di realtà (persone dissociate, psicotici), tutti dovrebbero potere sperimentare le condizioni alterate di coscienza che le tecniche dell’ipnosi offrono.

Per farlo però non basta “essere ipnotizzati” che, almeno nel senso classico del concetto, potrebbe rivelarsi del tutto inutile: è opportuno apprenderne le tecniche.

Questo intanto perché il potere flottante della coscienza può essere compreso solo allorquando venga esercitato; poi perché l’ipnosi, volente o nolente, una volta appresa finisce per divenire un’esperienza interpersonale e relazionale che quando l’hai conosciuta non puoi impedirti di adottare.

Ne consegue che l’ipnosi è qualcosa che non basta sperimentare ma bisogna apprendere e, in particolare, apprendere come e quando utilizzarla al meglio, in funzione di circostanze e finalità.


Una sala ideale per apprendere l’ipnosi

Questo significa che, sia che uno voglia impararla per esercitarla nelle sue relazioni personali o professionali, sia che voglia addirittura insegnarla, l’apprendimento è inevitabile e finisce per essere quasi lo stesso per entrambe le finalità.

Quindi, non solo l’insegnamento dell’ipnosi non deve essere proibito a chi lo sappia fare, ma per di più non occorre che chi insegna (e di conseguenza chi apprende, se questo lo rende insegnante di ipnosi potenziale) abbia conoscenze ulteriori a quelle specifiche dell’ipnosi.

Detto questo il terapeuta che usa l’ipnosi deve essere terapeuta: non per il fatto che faccia ipnosi, ma per quello che sta facendo una terapia. Nello stesso modo, per l’uomo di spettacolo che usi l’ipnosi che avrà bisogno di saper fare spettacolo, o l’insegnante di meditazione, di yoga o di esoterismo che usi questa tecnica sarà in prima persona responsabile delle competenze previste e necessarie per poter parlare di meditazione, yoga, esoterismo.

In definitiva, comprendendo la difficoltà insita nel parlare di stati della mente o di coscienza a chi non ha sperimentato l’alterazione guidata della percezione della realtà, non posso che dire a tutti «provate, sperimentate l’ipnosi e fatelo soprattutto per voi stessi».

Dopo di che è del tutto improbabile che riusciate anche solo inconsapevolmente a non mettere in pratica nel quotidiano quanto sperimentato nell’ipnosi; in maniera più consapevole potreste scegliere di usarla nelle vostre professioni, tanto che la evochino direttamente, quanto che ne facciano ricorso indirettamente; infine potreste insegnarla a patto che non vi siano secondi fini per i quali non si detengano i requisiti diversi da quello dell’insegnamento dell’esperienza dell’ipnosi stessa.

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