Le miniature di Graziano Rey

La materia di cui son fatti i sogni

Sbaglia chi pensa che nelle Miniature di Graziano Rey emerga un ripiegarsi dell’artista dall’arte intellettuale che ha caratterizzato il periodo maggiormente astratto per compiacere lo spettatore alla ricerca di un’immagine figurata di maggiore semplicità.

È vero che gli ultimi lavori ricordano un certo impressionismo, soprattutto quello di William Turner, ma il percorso che ci porta a questi risultati può essere definito come una evoluzione dell’interpretazione dei dettati della materia da parte dell’anima dell’artista.

Se nel puntinismo di Pissarro era il colore a dare forma alla figura facendo passare in secondo piano il tratto, l’elemento di disegno da cui traevano origine le immagini, in ogni caso era la situazione la testimonianza del momento a guidare le scelte dell’artista.

In Turner le forme venivano velate dal mood, dallo stato d’animo del pittore. L’evento continua ad esistere, ma è la partecipazione emotiva dell’artista a venire descritta dai colori, non più netti per definire i contorni, ma diffusi a cancellarli, a distrarre lo sguardo dell’osservatore dal “che cosa” al “come” e in particolare al come mi fa sentire.

Rispetto al passato, quando Graziano seguiva il fil rouge imposto dalle collezioni che ispiravano il periodo che stava attraversando, il nuovo stile, nato all’ombra delle miniature, della “decrescita felice” dell’artista, che non sente più il bisogno di gridare il messaggio su grandi pannelli con il sacrificio dei materiali, oggi è il singolo lavoro a trovare posto nella particolare classificazione che si trova nelle categorie del catalogo delle collezioni (anche on line nonostante gli aggiornamenti spesso manchino e si trovino purtroppo sparpagliati inopinatamente sui social più trash).

La Mia Genova

È ad esempio il caso dell’interpretazione del dramma del crollo del ponte di Genova raccontata ne La mia Genova che trova coerentemente posto nella collezione Eventi, quella dell’artista testimone del suo tempo dove il cielo di sangue si staglia sul mare di cemento in un orizzonte quasi indistinto dagli archi luttuosi, un tratto senza figura.

Al contrario, “Il laghetto” trova posto fra le Impressioni, con la capacità che ha il senso di lieve vertigine che provano i bambini quando si lasciano rotolare lungo il declivio erboso fino a fermarsi sulla pace del lago. Il ponte di Genova dell’adulto consapevole contrapposto alla pace gioiosa del lago del bimbo che è in ognuno di noi è un esempio perfetto della tensione, della contrapposizione fra il mondo della storia e quello dell’essere vivente.

Il Laghetto

Possiamo ancora essere diversi da come ci siamo maledettamente costruiti. E per poterlo fare dobbiamo lasciarci ispirare dalla natura, non acriticamente, ma delicatamente. La via la accenna proprio l’artista che passa dall’imporre il proprio pensiero formale alla materia e ai colori usati, al farsi interprete della voglia di esprimersi che hanno le paste, i metalli, i cementi… Si percepisce la posizione assorta dei pittore, proprio come un medium che riceve dallo spirito dei materiali il tratto da imprimere allo schermo con cui il segno si sposa al materiale mai ovvio su cui si congiunge ora amorosamente ora rabbioso. Da questa copula, quasi casualmente ecco che nasce la forma, per l’artista probabilmente involontaria, ma non così per i materiali che utilizza.

In attesa dell’oasi

Un lavoro che non trovate sul catalogo illustra al meglio quanto vado dicendo: nell’opera “In attesa dell’oasi; un acrilico su tela sabbiata 80x80 ” fra il terreno infuocato dal sole e lo spleen che incombe grigio dall’alto si insinua fragile come una goccia sfuggita dal pennello l’anima e il suo miraggio (anche se non sappiamo se il secondo si trovi in alto o in basso). Alla ricerca dell’oasi l’io sfuma quasi privo di valore, di peso, senza forze, debole, senza tuttavia aver perso la fede, la speranza di quella pace che trova posto nella costante di tutti i lavori di Graziano: l’orizzonte, a volte implacabile, a volte terribile, ma sempre presente come un imperativo, la missione dell’uomo.

In definitiva, per guardare agli ultimi lavori di Graziano Rey bisogna imparare a farsi piccoli-piccoli, come in quel passaggio dei Man in Black, dove Franky il Carlino rimbrotta gli umani per la loro presunzione che per essere importante una cosa debba essere enorme e che una galassia non si possa trovare nel ninnolo del collare di un gatto.

Guardate i suoi lavori da vicino, molto da vicino e ne scoprirete infinite sfumature, come se ogni dettaglio potesse essere un lavoro a sé.

È questa la vera delizia della miniaturizzazione della materia per Graziano Rey: vive e si moltiplica come parti di infiniti frattali fra acrilici e legni, fra intelletto e corpo, fra impegno e metempsicosi.

La materia di cui sono fatti i sogni.