Materia, coscienza, forma e… distacco

Uno scenario meta-fisico

Nel corso degli anni una percezione che ebbi in dono e appuntai nel web nato da poco si è fatta sempre più strada ai miei occhi, al punto da condizionare molte attività e approcci di vita.

So che si tratta di materia un po’ indigesta e per i più quantomeno stravagante, ma le cose che si ricevono vanno condivise, si deve permettere che possano contaminare altri.

Devo fare un piccolo passo indietro prima di illustrare di che cosa si tratti.

La prima base di partenza è che la cultura moderna si fonda sul principio che tutta la conoscenza si basi su due principi generali difficilmente scomponibili e che quindi sono degli assiomi difficilmente definibili sulla base di altro, che sono lo spazio e il tempo. Il secondo è molto più fragile del primo e c’è chi ragionevolmente ne mette in discussione la legittimità. Lo spazio, invece, è strettamente correlato con un altro principio fisico, ovvero la materia. Anche là dove non ce ne fosse potremmo comunque dire che si tratta di uno spazio privo di materia. Oltre a quello di materia, la fisica ha preso in esame una seconda dimensione, quella della forza, ovvero dell’energia e con le leggi della termodinamica ha definito che uno stato può trasformarsi nell’altro.

Avere tirato in ballo il termine «tras-forma-zione» tira in ballo un altro attore del nostro copione, che è quello della forma. Personalmente, non trovo che il «principio della forma» sia qualcosa che attenga alle proprietà intrinseche né della materia, né dell’energia, ma tutt’al più dalla loro interazione; così come non deriva né dallo spazio né dal tempo, ma piuttosto li pone in relazione: assumendo forme diverse la materia è soggetta ad un cambiamento che viene descritto dalla sua storia che coincide con la misura del tempo.

Quindi il primo puntello di questa riflessione è che la forma è un’entità diversa sia dalla materia che dall’energia. Potremmo dire anche conferire forme differenti è il modo in cui si esprime l’intelligenza. Potremmo ricordare quello che i gestaltici, soprattutto Arnheim chiamava «pensiero visivo»: Colombo «vide» l’uovo ammaccato strade in piedi, una forma diversa da far assumere al problema, così come vide il raggiungimento delle Indie da occidente – poco importa che ci fossero degli spazi molto più ampi di quello a cui la sua vista poteva arrivare – fu una forma nuova della percezione del «locus mundus».

Che cosa conferisce forma alle cose e ai pensieri? L’interazione fra condizioni: il calore scioglie la cioccolata sembra far entrare in ballo solo la materia e l’energia. Tuttavia, il fatto che la cioccolata sia – appunto – cioccolata prevede che ne sia stata data quella forma, innanzitutto, e poi che venga percepita ed etichettata sulla base di quella forma, prima, e del suo aspetto fuso poi.

Prima ancora che dall’intelligenza combinatoria e denotativa, questo processo si basa sulla coscienza percettiva: percepisco una forma, tanto che sia per crearla, ovvero per trasformarla.

In definitiva, la forma dipende dalla coscienza, e/o viceversa.

Noi siamo la forma che assume la nostra materia nel tempo sposando la coscienza e l’energia. La coscienza indirizza i processi che assumono delle identità diverse attraverso l’assunzione di forme riconoscibili.

«io» sono quella forma solo apparentemente stabile, ma invero in continua trasformazione con la quale tendo ad identificare la mia coscienza, ovvero la consapevolezza di esistere al di là della mia forma, senza la quale, tuttavia, non riuscirei mai ad essere un «soggetto».

Lasciatemi introdurre a questo punto un salto logico, dall’ontologia alla psicologia. La coscienza si «rimira» rispecchiandosi in una forma con cui potersi identificare e si compiace di se stessa in quanto «bellezza». Non quella stereotipata, ma semplicemente «l’armonia della presenza in una forma». L’attaccamento alla forma porta a non accettare il cambiamento nel tentativo di rendere permanente l’immagine di sé, di una coscienza in un’immagine stabile, come una statua, un quadro, il Mosè o la Gioconda.

Anche un’idea è la forma che assume un pensiero. L’idea è un meme attaccato alla propria identità: si piace e vuole l’esclusiva, ovvero la permanenza, nonostante non sia che una forma in transizione. Come l’idea, anche il pensiero linguistico, quello espresso, codificato è una forma che assume la coscienza, solo che, diversamente dall’idea, la sua forma è data dal fluire, dal suo flusso. È più attaccato all’estetica di uno stile che a quella di una struttura.

In quanto matematico, Réné Thom aveva chiaro che una forma poteva essere scomposta in una serie di espressioni matematiche, così come ogni espressione poteva passare dalla forma matematica a quella grafica. Questo poteva essere espresso in un divenire di transizioni, come il flusso di pensiero dell’Ulisse di Joyce.

Thom chiamò «catastrofi» i punti in cui la struttura di una forma giungeva ad un punto critico tale da subire una metamorfosi che ne cambiava connotazione. L’esempio classico è quello della goccia d’acqua che incontrando l’aria fredda arrivava ad assumere una struttura differente, quella del fiocco di neve.

Quando possiamo dire che un neonato diventa un bambino, un bambino un ragazzo, un ragazzo un uomo, un uomo un vecchio e così via? La domanda potrà apparire paradossale a chi segue l’evoluzione giorno per giorno, tuttavia un genitore si accorge quando il figlio cambia voce, atteggiamento… Nello stesso modo, tuo figlio è sempre lui anche se un giorno, di punto in bianco scoprirai che la gente che non conosce comincerà a dargli del «lei»: sempre lo stesso, ma anche un altro.

La morte e in generale la fine concerne solo la forma, perché così non è né per la materia, né per l’energia e io decido di aggiungere che non è così neppure per la coscienza, ma solo per l’attaccamento che essa ha per una forma che assume.

È la forma che ha paura di morire, è la coscienza che soffre del distacco dalla forma che ha assunto. Il distacco è sofferenza, ma solo perché non riusciamo a ricordare quanto la coscienza ha sofferto per entrare nei limiti fisici della forma, una claustrofobia terribile. Una catastrofe è un luogo della sofferenza, un luogo del distacco.

Subiamo continui tagli di cordoni ombelicali della vita e la malinconia è la fatica che si assume quando si deve rinunciare ad un equilibrio in cui ci eravamo identificati. Era una famiglia quella nel corpo con tutte le parti con cui eravamo in relazione, dentro e fuori, ma è sempre stato un matrimonio, quello della coscienza con la sua forma esterna, con lo specchio di sé, che era fin da subito destinato al distacco.

Guardare oltre anche se il dopo è ignoto è l’unico modo per non rimanere prigionieri del destino della forma, o per non finire come la moglie di Lot, trasformata dal rimpianto che la porta a guardare indietro in una statua di sale.

Il distacco non è la fine dell’esperienza: è metamorfosi del destino.

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