Periferie!

Detroit, chiesa abbandonata Stati Uniti. foto di © panog

Il figlio rinnegato dei politici

No. Non si tratta di un fenomeno solo italiano. In gran parte del mondo, quello meno civile in quanto fondato esclusivamente sulla concentrazione del potere, da Bogotà a New York fino a Pechino, questo dramma lo si si vive nello stesso modo barbaro, quello che quando si verificò negli anni del Romano Impero coincise con l’ingresso dei Vandali senza alcuna resistenza dal resto dei territori e quindi con la marcescenza dell’egoismo del regno dei senatori.

Gaetano Salvemini e Gianfranco Miglio

In Italia abbiamo avuto una tradizione di grandi, grandissimi federalisti, dalle matrici socialiste fino a Gianfranco Miglio, maestro ancor più di Massimo Cacciari che di Umberto Bossi stesso, eppure ora il federalismo è il grande assente dalla propaganda di tutti i politici. Poco importa che si sia pro-nord o italianisti, il problema reale di quello che una certa propaganda chiama «razzismo» è il fatto che si usino le periferie come discarica umana a discapito certo di chi ci abitava fin da prima che questa forma di delinquenza politica avesse inizio, ma anche degli stessi irregolari ed immigrati che vivono tutt’altro che integrati lontano dal «manico del coltello» del potere.

La City e le Periferie in Johnny Mnemonic

Le periferie come discarica dei reietti dallo sfruttamento molti di quelli che arrivano in queste periferie da Continenti e Stati devastati nel corpo e nell’anima dall’onda radioattiva del mefistofelico potere centrale dei banchieri e dei loro avvoltoi e sciacalli l’hanno già sperimentata nel modo più angosciante. Oggi si scopre che se pensavamo di essere buoni, ma anche se non lo avessimo pensato, avremmo fatto bene a lasciarli dov’erano aiutandoli a migliorare invece di pagare i loro dittatori cannibali per riempirli di rifiuti tossici, droghe e armi con cui uccidersi l’un l’altro. Peccato che mentre si recita questa preghierina della notte si perori di fare lo stesso nelle periferie del proprio paese per potersi meglio arroccare nei centri del potere.

Le periferie non sono solo quelle urbane, ma il più delle volte vanno perfino oltre le cinture dormitorio dove esistono paesi un tempo ridenti e con una vita sostenibile ed equilibrata completamente impauperiti della propria esistenza, assoggettati ad autentici coprifuoco.

Dixie Square Shopping Center, Harvey , Illinois

Quello della periferia è un concetto molto più ampio: le decisioni avvengono tutte nel centro, non solo nella politica, ma ancor più nelle aziende. Poco importa se il centro di una parte di queste sia Milano invece di Roma. Il fenomeno è identico a quello che ha sottratto nel tempo la decisionalità dai centri aziendali nazionali o continentali per renderli dei passa-politica aziendale o finanziaria. Sono le stesse grandi major delle consulenze direzionali a dare le dritte ad aziende in competizione e a partiti apparentemente in contrasto: nel passare dal governo del centro-sinistra a quello del centro-destra e poi di nuovo all’altro, un fil rouge collegò con estrema coerenza tre progetti con nomi diversi che non potevano risultare altro che la continuazione l’uno dell’altro. Il progetto Treu, quello Biagi e il Job Act e questo fil rouge aveva il tipo di burattinai che abbiamo detto prima, dietro ai quali non poteva esserci altro che il potere delle grandi banche imperialiste e dei loro club lobbistici talmente entrati nell’uso comune che non vale neppure la pena discuterne.

Lavori in una grande azienda nazionale? Hai le capacità previste? Se non vivi nella città della direzione non importa nulla. Quella posizione verrà presa da un personaggio del posto pieno di anglismi senza significato persino per i madre lingua invece che di «sapere come si fa» e tu che non vivi là avrai un solo grande difetto: non riuscire ad obbedire di fronte ad ordini sbagliati.

Già, perché l’abbandono delle periferie a favore del potere centrale vuol dire anche quello: l’abbandono delle competenze a favore della gestione del potere; la sconfitta dei professional (e quindi della qualità) ad opera di un gruppo inutile in macroscopico incremento: quello dei manager.

Quello della differenza fra centro e periferie non è solo un problema di territorio (anche se spesso parte proprio da lì), ma neppure soltanto una metafora. Esiste un centro e una periferia nella cultura, uno nell’istruzione, uno nella salute, uno nell’economia, uno nello spettacolo… perfino nella spiritualità.

Per questo in queste votazioni non ho nessuno da votare che mi rappresenti davvero. I temi delle loro campagne, per quanto sicuramente abbiano promesse per ognuna delle situazioni sopra citate, non hanno nel cuore una mente locale (LaCecla), un pensiero federalista (no, meno che meno il Carroccio). Non pensano alle periferie, né riconoscono la nobiltà e il diritto di chi ci vive, ma solo la garanzia della continuità di arricchimento di dei «centri» diversi. Può darsi che non voti oppure che trovi un modo per votare distruttivamente, oppure che richieda di certificare il rifiuto della scheda elettorale, ma servirà a poco in un paese dove ad ogni piè sospinto ci stanno dicendo che la realtà non è quella che ci deriva dall’esperienza ma quella che ci certificano partiti e aziende attraverso i loro Pinocchi delle relazioni esterne, dei centri statistici e della stampa prezzolata.

Di certo ovunque si indirizzi diversamente il voto che darei sarebbe sempre contro i miei interessi e, cosa ancor più importante, di quelli delle persone che ho vicine e che mi stanno a cuore. Il mio «prossimo» che, contrariamente a quello che religiosi, manager e politici vanno raccontandoci, è colui che mi sta vicino e con cui condivido, con sempre maggire difficoltà, valori, cultura, destino.

La Mente Umana è Locale, Torino 1996