Troppo umani

Un percorso alchemico

Trent’anni fa uno studioso di robotica affermava che di lì a poco l’essere umano avrebbe potuto andare in pensione ad annoiarsi o dedicarsi alla pesca perché l’automazione avrebbe mandato avanti il mondo.

L’uomo stava diventando un algoritmo o un’espitemologia giunta al capolinea evolutivo.

Cent’anni prima, con analisi ed enfasi diverse uno strano filosofo tedesco poi tradito dalla sorella in un libro dedicato ad un presunto mistico omonimo ad un remoto personaggio mitico, Zarathustra, affermava lo stesso ma venne frainteso. «Oltre l’uomo» non era lo stesso che dire superuomo.

Cinquant’anni prima un suo collega e connazionale, anche lui abbondantemente frainteso, suggeriva di superare la dipendenza dai falsi miti manipolati dai sacerdoti del sapere, partendo dal rifiuto delle proprietà dalle quali ci lasciamo descrivere e possedere, arrivando ad esaltare l’unicità dell’esistenza in quanto tale. Per questo chiamò il suo unico libro, appunto, «L’Unico e le sue proprietà».

Quella della terra, dirà ad inizio novecento uno che aveva studiato entrambi seppure in modo vitale – o antroposofico, in quanto scientificità dello spirito - e non accademico, è solo una fase evolutiva di qualcosa che ci sfuggirà sempre se la guardiamo dal punto di vista della terra invece che dal suo superamento. Per questo, se dovessimo fermarci all’uomo non avremmo un bel nulla per cui vivere.

A forza di centrarci sulle nostre proprietà – non solo «averi» ma anche qualità dell’ego – abbiamo saturato la terra con una dicotomia di questo tipo:

quelli che posseggono accumulano sempre più le risorse delle quali hanno impoverito il pianeta, mentre quelli che non posseggono si moltiplicano, non come diceva il barbuto tedesco, perché la prole è l’unica ricchezza di cui dispongono, ma solo perché non hanno un televisore e quindi non rimane loro che copulare caricando la sempre più impoverita dagli altri crosta terrestre di ingordi affamati in cerca di un televisore.

Abbiamo saturato la nostra storia con la quantità invece di ridurre la ricerca della fase terrestre dello sviluppo ad una selezione qualitativa con calcoli sempre minori, con numeri bassi, senza consumi inutili, con il minor numero di saccheggi possibili, lasciando che le cose fossero come se non fossimo passati di qui, come gli ospiti che sanno che devono andarsene presto perché dopo tre giorni puzzano.

Ora si è preparato il tempo, come si diceva, in cui l’epistemologia umana sta giungendo al termine. Il come è ancora da scrivere, anche se la maggior parte di noi sta guardando nella direzione opposta a quel che ha valore.

Al di là della quintessenza del nostro passaggio, dell’oro filosofale spagirico che avremo saputo condensare, siamo uno scherzo nell’universo: moltiplicarci e accumulare saccheggio sono gli scarti tossici del nostro passaggio.

Perpetuarli è un errore matematico prima ancora che etico sulla strada dell’oltrepassamento della nostra condizione, quella Umana, troppo umana.