Un po’ italiano, un po’ tunisino

Ghali e l’identità diasporica in Italia

In Italia non esiste ancora uno spazio per l’identità diasporica. Non perché non esistano, e non siano sempre esistiti, italiani con identità culturali complesse, ma non abbiamo le parole, i mezzi, gli spazi per parlarne. In Inghilterra si può essere, con perfetta normalità, neri e inglesi, o del sud-Asia e inglesi, senza che tra queste identità ci sia una contraddizione. Non si può dire lo stesso dell’Italia. Basti guardare l’intero dibattito sullo ius soli, che sembrava ignorare il concreto (e piccolissimo) cambiamento di legge, per concentrarsi sulla domanda: “Si può essere italiani senza essere bianchi?” E la risposta della maggioranza degli italiani è stata un sonoro no. Di fronte a questo no, noi ragazzi italiani non-bianchi, migranti e figli di migranti, rimaniamo continuamente esclusi dall’italianità e sconnessi dalla nostra cultura “d’origine”, senza parole o riferimenti per definirci e spiegare cosa siamo. E così, sentire sulla radio una canzone famosa che ci dice “sono solo un bambino, un po’ italiano un po’ tunisino” è un sollievo enorme. Ed è per questo che dobbiamo parlare di Ghali.

Ghali prende quel senso di isolamento e vergogna che vengono dall’avere una cultura “altra” in un luogo ostile a essa, che ti ricorda sempre, continuamente, che questa cultura è nel miglior dei casi una bizzarra curiosità, e nel peggiore una barbarie da distruggere con ogni mezzo possibile. Prende quella reticenza che ricordo dal liceo, quando mi vergognavo se i miei genitori parlavano arabo davanti ai miei compagni, per timore di ricordargli che sì, ero straniera. Prende tutto ciò e lo rende qualcosa di cui poter cantare ad un pubblico italiano, apertamente, non solo senza vergogna, ma persino con orgoglio. Ghali non si vergogna di parlare arabo, può chiamare una sua hit Habibi.

Questo “habibi” si fonde con un testo italiano, senza sconnessioni: nel linguaggio diasporico lo straniero non è affatto estraneo, ma parte della nostra quotidianità. La nostra lingua madre non è un’unica lingua, ma un meticciato domestico tra italiano e la lingua dei nostri genitori. Sentire Ghali mischiare queste lingue con nonchalance porta con sé quel sollievo del vedere il proprio linguaggio riconosciuto e validato. Questo non può che contrastare con il modo in cui altri cantautori inseriscono lo straniero nelle loro canzoni. Penso per esempio a Battiato in Voglio vederti danzare, o Cosmo in Turbo/Attraverso lo specchio, in cui i suoni e le immagini dell’oriente sono interessanti proprio perché esotici, diversi. Sono qualcosa che non siamo abituati a vedere e quindi intriganti e decorativi. Ma per chi è un orientale questi suoni e queste immagini sono perfettamente quotidiane. Il tono esotico del cantautore italiano suona alienante, sconnesso dalla nostra esperienza reale. Quando parla Ghali, invece, sentiamo la voce di quel bambino “un po’ italiano e un po’ tunisino” che può nominare nella stessa frase il Ramadan e Monica Bellucci (e lo fa, in Lacrime: “E se non ti tocco più è perchè è haram in ramadan […] oggi brilli come luce, sembri Monica Bellucci”).

Dalla narrazione di questo bambino si scorgono l’alienazione, i sensi di colpa, e la confusione che vengono dall’identità diasporica. C’è l’imbarazzo del migrante di seconda generazione nel sapere che pur con tutto il razzismo che ci circonda il nostro accento nativo, la nostra istruzione europea, e molto spesso il nostro passaporto EU, ci danno accesso a un mondo di privilegio che è negato al sud globale. Ecco, io posso chiamare e chiedere di vedere un appartamento da affittare, e il razzismo inizierà solo quando vedranno il mio nome. Posso sperare che, prima che lo vedano, io possa averli convinti che sono una brava persona — non quel tipo di immigrata. Se invece chiama mia madre, che ancora inciampa sulla grammatica italiana, la riconosceranno immediatamente, non le daranno una possibilità di riscatto, sarà subito: “Scusi, ma non affittiamo agli stranieri.” C’è qualcosa di orribile nel sapere che cammini nel mondo con un privilegio e una facilità che tua madre non avrà mai. E così canta Ghali: “Ti applaudono e ti chiedono mille selfie […], ma l’indole non cambia se ci pensi, mamma sbaglia ancora i verbi”. C’è poi questo stesso doloroso imbarazzo nel confrontarsi con la sofferenza di chi è ancora bloccato in zone di povertà e guerra (le nostre famiglie, spessissimo), e con i rifugiati che ci circondano in Italia. È difficile non rendersi conto che l’unica differenza tra noi e loro è una questione di tempistica: siamo arrivati in un momento più propizio, ora abbiamo un passaporto. E quindi io posso fare un viaggetto a Parigi per il weekend con un autobus scontato, mentre qualcuno con il mio stesso nome, che parla la lingua di mia madre, muore folgorato sul tetto di un treno mentre tenta di fare lo stesso tragitto. Questo dolore traspira dal ritornello di Cara Italia, che al primo giro segue dei versi sulla situazione dei migranti più recenti in Italia: “Il giornale ne abusa, parla dello straniero come fosse un alieno, senza passaporto, in cerca di dinero”, per poi dire, con delle note melanconiche: “Io mi sento fortunato, alla fine del giorno, quanto sono fortunato, è la fine del mondo”.

Una fortuna che, comunque, è sempre condizionale. Riuscire ad appartenere è una battaglia continua. Anche quando la tua cultura e il tuo lavoro sono apprezzati, questo non dà alcuna protezione contro il razzismo. C’è uno specifico modo di appropriarsi della cultura che non è occidentale, basata interamente sull’esoticizzarla come fosse un animale da circo, che non comporta alcun obbligo di rispetto per le persone che producono questa cultura. E anche questo spunta fuori in Ghali: “Mi dicono “tu non entri”, ma dentro suonano i miei pezzi (Boulevard). Pezzi che parlano di diaspora, pezzi che parlano in arabo, e che per questo possono essere “fighi”, ma che non garantiscono alcuna umanità all’uomo arabo e nero che li scrive.

Eppure non posso ascoltare Ghali senza qualche speranza che questi fan che cantano in arabo possano imparare ad identificarsi con un italiano straniero, ascoltare un italiano misto all’arabo per celebrare i propri primi amori, e così imparare a non vedere lo straniero come l’altro, ma piuttosto come qualcuno con cui identificarsi. E sopratutto, non posso non ascoltarlo con la gioia del vedere un linguaggio e una discussione sulla propria esistenza crearsi nello spazio mainstream italiano, in un modo semplice, ballabile, in cui comunque la complessità gioiosa e confusa dell’identità diasporica italiana può esprimersi. E posso sperare che questa conversazione possa continuare in ogni tipo di spazio.


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