In difesa della forma

Busto di Brahms a Detmold, Germania.

Massimo Mila intitolò un saggio su Brahms del 1988 La forma come disciplina. Espressione magnifica e soggetto adeguato: pochi musicisti hanno avuto maggiore fiducia e passione di Brahms nei confronti della forma — della tessitura di un ordine, del controllo rigoroso sulla materia senza per questo mortificarla. E penso che qui il termine disciplina vada inteso in modo abbastanza radicale: una guida, un continuo ammaestramento, una direzione precisa. Scrive Mila:

Il classicismo di Brahms, l’ordine cosmico del suo sinfonismo, è l’estremo gesto di disperazione contro l’orrore della nuova barbarie, contro il presentimento di Auschwitz e di Hiroshima, contro la crisi della civiltà.

E ancora:

Delle nuove possibilità che all’uomo discendono da questa condizione di orfano, Brahms fu profondamente consapevole, non meno di Mahler e molto più di Strauss. Ma questa pena esistenziale egli l’affrontò col virile coraggio d’una concezione immanente della vita, senza gridare ai quattro venti la propria disperazione.

La forma sonata su cui rimase crocifisso per tutta la vita non fu un fardello del passato subito passivamente ma fu un’arma. Un’arma di autodifesa.

La forma come argine.

Oggi come all’epoca di Brahms abbiamo la sensazione pressante che stia per giungere — o è già qui — un’epoca di nuova barbarie; forse un cambiamento epocale.

Per molti versi, la civiltà di cui siamo eredi sembra avere fallito: una ragione pervertita al dominio, come avevano profetizzato Adorno e Horkeimer nella Dialettica dell’Illuminismo — una tecnocrazia; un tardo capitalismo completamente finanziarizzato dove la lotta di classe è stata vinta dalla classe più ricca; la diffusione a macchia d’olio di nuovi fascismi; l’intero pianeta a rischio e via di seguito.

Questo certo non significa buttare a mare l’eredità della cultura occidentale, né stabilire correlazioni troppo semplicistiche tra il pensiero dei Lumi e la sua distorsione. (In un saggio recente, Franco la Cecla si impegnava proprio a salvare quel patrimonio laico e tollerante contro il catastrofismo che tanto va di moda, e che spesso si riduce a un’auto-assoluzione).

E tuttavia, percepiamo la crisi. Cosa opporvi? Credo ancora la ragione; e nello specifico, un’idea di forma.

Lo stesso Adorno, del resto, corresse la traiettoria del suo pessimismo e l’estensione della negatività in cui si sentiva immerso. In una delle sue ultime lezioni, raccolte in un volume intitolato semplicemente Metafisica, espresse con chiarezza questa preoccupazione.

La priorità del pensiero non poteva essere liquidata per intero dal suo insuccesso; e di fronte alla crisi della cultura, occorreva orientare meglio la cultura stessa; di fronte al pensiero deviato del capitalismo, pensare meglio.

Questo per il filosofo fu anche causa di reticenza: l’eccesso di interpretazione del mondo che gli rimproverarono i suoi studenti, quando il mondo necessitava, come necessita oggi, di essere anche trasformato. Ma l’intuizione di base, credo, è corretta.

Vorrei dunque spendere qualche parola in difesa della forma come logica, struttura, rigore compositivo. La forma come argine, appunto: contro la tragedia del caso, dell’ipocrisia, del romanticismo esasperato come scusa per contrabbandare quale arte le proprie singolarissime emozioni, della pigrizia del pensiero che non sa e non vuole distinguere, e indulge volentieri nell’incoerenza e anzi ne gode, rivendicando per sé il diritto al dire sempre quel che si pare, come si pare, senza accettarne le conseguenze.

La forma come esercizio di democrazia linguistica quotidiana, di chiarezza, di amore e rispetto per un’idea o una storia. La forma come studio e rispetto dello studio. La forma e non il formalismo, sia chiaro: la struttura non come esercizio di matematica narrativa, ma come sincera preoccupazione per lo sviluppo pieno del contenuto. La forma come rimedio al vuoto disperante della chiacchiera, dello spregio per l’argomentazione.

La forma come ammissione di fallibilismo: più nitore e più trasparenza per offrire meglio il fianco alle critiche oneste e distinguere quelle disoneste (che non riconoscono il dovere dell’argomentazione). La forma come antidoto al nichilismo e al cinismo rassegnato. La forma come autonomia: scegliere liberamente le leggi che reggono quanto si ha da dire, ciò in cui si crede.

La forma come rigore, e il rigore non come cieco moralismo della lingua, ma come semplice e primitiva misura di rispetto verso chi legge, verso coloro cui offriamo le nostre parole: non gettandole come coriandoli per colorare l’aria attorno, rendendoci più visibili: ma come logica dove la passione non è spenta o resa schiava del “bello stile” — al contrario, ne esce potenziata, perché priva di scuse retoriche. Ne esce finalmente limpida e coerente.

Certo, è facile denunciare come elitaria una posizione del genere. C’è forse bisogno di soffermarsi sulle virgole, quando mancano innanzitutto i contenuti?

Ma la forma come disciplina non è il rifugio di chi non ha più nulla da dire, dello scontento, dell’arreso, del giocoliere di parole. Proprio l’opposto. Proprio perché abbiamo qualcosa da dire, siamo pieni di emozioni e rabbia, intuiamo la complessità dei tempi: per questo dobbiamo trovare parole che ne siano all’altezza. Lo stile non è un giochino e non deve tramutarsi in una sua devozione cieca: altrimenti il linguaggio gira a vuoto, non smuove nulla.

Anche la dissoluzione, la ricerca del nuovo, e la spinta in avanti delle avanguardie presuppongono una forma: il dadaismo, il free jazz, l’espressionismo astratto, il grindcore, quel che volete — in ognuno di questi casi il gesto ribelle non termina nel sussulto improvvisato; distruggendo un linguaggio ne rifonda un altro. (Mahler: “La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri”).

Come accadde a Brahms, anche noi intuiamo una crisi della forma; sappiamo tutto, abbiamo letto manuali e articoli al riguardo, abbiamo attraversato le acque del postmoderno: non ci ancoriamo a stupidi e retrivi conservatorismi: ma nemmeno dovremmo cedere al disordine che molto spesso maschera l’assenza di volontà.

Tutto questo ha anche un significato politico? Probabilmente sì. Se possiamo trarre una lezione dal cumulo di discorsi che circonda l’idea — a mio avviso vaga e imprecisa — di post-verità, è questa. Non soltanto una maggior cura del contenuto che maneggiamo, un maggiore scetticismo metodologico, una critica più radicale nei confronti delle bufale, delle falsità e delle ipocrisie. Non solo questo: ma anche una cura generale per la forma con cui presentiamo le nostre argomentazioni, i nostri dati, persino i fatti più banali ed evidenti.

C’è modo e modo persino di riportare la verità, quando si pecca di ignoranza del contesto e di totale assenza di stile — qui inteso non come galateo di qualche élite, ma come semplice cura della forma e della lingua. Che si discuta al bar o si prepari una rivoluzione, i mezzi contano tanto quanto i fini.


L’immagine è di Bernd Sieker.


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