Intervista a Nadia Terranova

Incontro Nadia Terranova in un giorno di pioggia sottile, sospeso in mezzo a una settimana di nubifragi. È il due novembre del 2018, il giorno dei morti, un giorno che è legato in molti modi al suo ultimo romanzo, Addio fantasmi (Einaudi Stile Libero). Nadia ha accettato subito la mia proposta di intervistarla, senza esitare e, addirittura, è lei a ospitare me: mi invita in un bar del Pigneto, il quartiere dove lei, messinese trasferita a Roma da quasi vent’anni, vive; è lei a pagare il caffè. Io sono emozionato come uno scolaretto: mi sento impreparato a quella che per me è la prima intervista in presa diretta, dimentico le domande, mi trema la voce. Di fronte alle mie incertezze, Nadia mi incoraggia, da siciliana a siciliano, con un Comu veni si cunta, che potrei tradurre iperbolicamente: «Comunque vada sarà un successo». Alle mie domande scombinate, qui ricostruite in maniera decente dalla faticosa sbobinatura, fa contrasto la freschezza e la chiarezza di Nadia, il suo animo gentile e, sul piano strettamente letterario, la cura e l’attenzione, la consapevolezza del processo di creazione artistica.

Avrai già fatto numerose interviste e, immagino, affrontato probabilmente ogni aspetto di questo romanzo: ti capita di arrivare a un momento nella promozione del libro in cui avverti la ripetizione di fronte alle domande che ti vengono poste oppure è sempre e comunque di stimolo e continua a essere interessante parlare del tuo libro anche più e più volte?

All’inizio non fai caso a chi sia l’intervistatore a meno che non sia veramente un grandissimo nome e allora all’ansia dell’inizio della promozione si somma anche l’ansia di essere di fronte a qualcuno che sai che ti può guardare dentro. C’è anche la scoperta di che cosa hai scritto, perché non lo sai, non lo sai fino a quando qualcuno non scrive di te o ti fa delle domande. Arriva però un momento in cui su certe cose vai in automatico, a meno che non sia molto bravo l’intervistatore oppure non sia tu — e a me succede — una persona che si annoia facilmente a ripetere le stesse cose. Alcune cose sono quelle, e capiterà di ridirle sempre: è il tuo modo di avere scritto il libro e quindi lo ritrovi. Però in realtà c’è sempre, anche nell’intervista più banale, una domanda che ti illumina un punto di vista che non avevi scoperto. Ti ho messo l’ansia da prestazione?

Sicuramente sì, e mi hai fatto venire in mente una domanda che volevo farti alla fine dell’intervista e che invece ti faccio adesso, a proposito di intervistatori che possono mettere particolarmente in soggezione. A te è capitato di fare una chiacchierata con Annie Ernaux, cioè un pilastro vivente della letteratura: com’è andata? È stato effettivamente emozionante come posso immaginare?

Avevo incontrato Annie Ernaux in passato, per altre occasioni: l’avevo presentata quando lei aveva ritirato il premio Hemingway in primavera e c’eravamo incontrate l’anno scorso a Ivrea. È stato molto emozionante fare un’intervista per la tv, con microfoni e telecamere, ma soprattutto è stato bellissimo scoprire cosa lei aveva pensato del mio libro, che era uscito da pochi giorni ed era stato tradotto per lei. Annie Ernaux, quando parla, ha la stessa lucidità di quando scrive. In lei ogni parola è misurata, non hai mai la sensazione che parli per riempire un vuoto, che stia cercando cosa dire mentre parla, sembra sempre che sgorghi qualcosa da una roccia, una sensazione bellissima. Certo che ero emozionata, credo che nel video si veda anche.

In effetti si vede. Però è stata una bella intervista: avete centrato il tema del legame tra vergogna vissuta e scrittura, molto interessante. Ora, il tuo secondo libro esce con la fascetta in cui Annie Ernaux esalta la precisione e la sensibilità della tua scrittura: un riconoscimento fantastico che per me equivarrebbe a un premio letterario vero e proprio.

È così. Sono due le persone che ringrazio, Annie Ernoux e Domenico Starnone, che sono i miei due numi tutelari da lettrice e due persone di una grandissima generosità. Io penso che, se scrivi dei libri, la cosa più bella, più importante che puoi fare è, se ci riesci, farti leggere dagli scrittori che hai letto e amato, per avere da loro un feedback, perché ti possano dire qualcosa. E io questo lo farò sempre, non mi importa delle critiche o degli elogi. Perché i grandi scrittori, e loro sono dei grandi in tutto, non leggono con l’idea di elogiarti o stroncarti, leggono con la sincera curiosità di vedere cosa hanno pubblicato scrittori più giovani. Con Starnone abbiamo parlato a lungo anche del mio romanzo precedente, lui parlò anche, in passato, di Antonella Lattanzi, di Marco Peano. È proprio uno scrittore che legge. Per me questa cosa è bellissima, dovrebbe essere normale ma in realtà normale non è: ci sono scrittori che non hanno questa curiosità, ti dicono no grazie, io leggo soltanto i classici, oppure non lo dicono ma leggono solo i libri delle persone che conoscono già.

C’è una generosità anche nella critica, che è forse più difficile, anzi, perché richiede sincerità.

Considera che i grandi non hanno veramente niente da perdere, quindi quello che ti dicono è sincero e credo che sia un riscontro importante. Come disse una volta Albinati (un altro scrittore che amo) quando ti metti a scrivere fai una cosa che prima di te hanno fatto Shakespeare e Omero: fai lo stesso gesto che fanno i grandissimi. È una cosa che devi prendere sul serio e che io personalmente prendo molto sul serio. Spesso faccio dell’ironia, per salvarmi o per mettere una distanza, ma sulla scrittura non faccio nessuna ironia, per me è una cosa serissima. Allora, che tu scriva per emulare delle persone a cui puoi anche consegnare quello che hai scritto e dire: «Guardate, questo è l’esito, leggetelo», mi sembra una cosa bella. Ti dice anche se stai andando in una direzione che ti somiglia. Non voglio dire giusta, perché non c’è né giusto né sbagliato, però se stai davvero andando in una direzione che ti somiglia.

Immagino che tu abbia dei feedback anche da quella parte di non professionisti che ti leggono e ti amano molto, e condividono post e recensioni sui social. Questa specie di binario corre parallelo alla critica ufficiale (della quale fai parte, per la tua attività di giornalista culturale): i due binari non si incontrano mai?

Leggo sempre tutto. Se un commento viene da un critico o scrittore, come di recente mi è successo con Lisa Ginzburg e Marco Belpoliti, che hanno fatto del mio libro due letture attente e preziose, ha un punto di vista e un linguaggio precisi. Ma a volte anche i semplici lettori sanno sorprendere, lasciare tracce indelebili. Se mi scrivono in privato rispondo sempre, anche se mi rendo conto che perdo un sacco di tempo. Faccio due cose che forse rallentano la scrittura ma arricchiscono me: una è rispondere a tutti, anche solo due righe, anche a chi mi scrive nell’odiato Messenger, che vorrei disattivare [io l’ho contattata via Messenger… n.d.R.]. L’altra è andare sempre nelle librerie, anche quelle piccole, di quartiere, e nei bookclub, quelle dove sai che ci saranno venti persone.

È una cosa bellissima. Ti sarà anche capitato di presentare libri di altri autori.

Questa è la terza cosa che faccio anche se mi fa perdere tempo. Io non capisco quegli scrittori italiani che si rifiutano di recensire altri italiani. Capisco di più quelli che non amano le stroncature, perché neanch’io le amo. Se sento che un libro in partenza non mi piace oppure se leggendo lo trovo una delusione, evito di scriverne. Anche perché non sono una critica ma una lettrice-scrittrice — tu hai detto giornalista culturale ma io non ho mai fatto giornalismo, collaboro con i giornali in quanto scrittrice. E so che il mio pubblico non mi seguirebbe mai per le stroncature, la gente che mi legge sa che quando mi innamoro di un libro ne parlo dovunque, su tutti i social, lo fotografo anche. Per chi mi segue avrebbe poco senso leggere una stroncatura. Ma chi si rifiuta a priori è come se andasse in giro con un sacchetto di carta sulla testa. Se non leggi gli altri scrittori italiani, come puoi pretendere che loro leggano te? È una cosa che fa perdere tempo, occuparsi dei libri degli altri, lo ammetto. Però, che fai? Vivi in una gabbia con la tua scrittura e basta? Di cosa si nutre, poi, la tua scrittura?

È un modo virtuoso per generare o amplificare i discorsi sui libri e la circolazione della cultura.

I bookclub, poi, sono una cosa che a me piace tantissimo. Fare un incontro di una sera con quindici, venti, trenta persone che hanno letto il mio libro, lo hanno sottolineato, hanno preparato mille domande, è un’esperienza interessante. Veramente al livello della critica letteraria. Ed è proprio bello umanamente, anche quando ti fanno delle critiche. Sì, è vero, avrai venduto forse dieci copie e perso un pomeriggio, ma conta quello che ti torna indietro.

Entriamo dentro questo tuo nuovo libro, Addio fantasmi. La prima domanda che ti voglio fare è duplice: come nasce questa storia e come nasce questo romanzo? In altre parole vorrei sapere da te come l’idea di Ida e di quello che le succede è nata, e come hai deciso invece di raccontarla proprio in questo modo, in prima persona, a ritroso, a partire dal suo ritorno forzato a Messina ventitré anni dopo il trauma che ha cambiato la sua vita.

Stavo scrivendo un altro romanzo, avevo cominciato pochi mesi dopo Gli anni al contrario, e a un certo punto mi sono accorta che non avevo più voglia di scriverlo. Quel romanzo funzionava pure, devo dire, c’era, era lì, le pagine che avevo fatto leggere erano piaciute. Però io non c’ero. Erano dei temi che mi interessavano ma era come se non ci fossero le viscere. A un certo punto ho detto proprio: io non lo scrivo più questo libro. Non scrivo proprio più niente. Mi dedico agli articoli, ai libri per bambini, faccio altre cose, per ora o per sempre, chi se ne importa. Poi una notte, nella casa di Messina (che è la cosa più autobiografica del libro, quella di Ida è esattamente creata sulla mia casa di Messina), una notte un po’ allucinata in cui avevo un sacco di pensieri, ho cominciato a scrivere quelle pagine che ora sono intorno a pagina trenta e che per tanto tempo costituivano l’incipit. Pensavo di scrivere un monologo teatrale o un racconto. Sentivo che volevo raccontare quella casa e una donna dentro quella casa con un’assenza che era quella del padre. Poi, invece, non l’ho finito quella notte e ho continuato a tornarci su e dopo qualche mese mi sono accorta che era la storia che volevo scrivere. E allora ho costruito intorno. Cosa faccio con questo io drammatico che mi somiglia così tanto? Da subito, dalla prima riga avevo voluto lavorare su un padre scomparso e non morto perché mi sembrava che la scomparsa condensasse meglio quel senso di assenza che volevo raccontare, di sospensione della possibilità di elaborare il lutto. Devo aggiungere che ho deciso che potevo fare due cose: spostare questo io altrove, facendone una cosa quasi fantascientifica, oppure indossare totalmente l’apparenza dell’autobiografismo, in modo da avere una voce che mi calzasse molto comoda, che fosse mia, e allo stesso tempo poter anche inventare. Ho scelto la seconda strada. Ho scelto non solo di non nascondere ma di esaltare questa sovrapposizione scegliendo un personaggio che vive a Roma, che scrive di mestiere, che torna a Messina, e di utilizzare totalmente la prima persona. Rispetto a Gli anni al contrario, che era in terza persona, era un’esperienza completamente diversa dire io.

Il penultimo libro di Nadia, uscito sempre per Einaudi nel 2016.

Anche ne Gli anni al contrario c’era un padre scomparso, assente. Anche se questo rapporto era ricostruito da ancora più lontano, come si evinceva dalle ultime pagine. In quel romanzo credo che una delle “motivazioni di vendita” fosse l’ambientazione negli anni di piombo e il fatto che i personaggi fossero coinvolti nelle azioni di una certa sinistra extraparlamentare, violenta, clandestina. C’era questo tema forte, insomma, e c’era anche il tema intimo della storia d’amore tra un uomo e una donna, impossibilitati a stare insieme. In questo secondo romanzo è come se non ci fosse la Storia con la S maiuscola ma una storia molto intima. In questo senso ho trovato che calzasse molto la tua scelta di raccontarla in prima persona. Hai pensato o sei stata tentata di creare una qualche connessione con dei fatti reali, esterni, collocare in un punto preciso della Storia con la S maiuscola questa storia con la s minuscola? Oppure hai portato avanti un tentativo di narrare semplicemente un personaggio con la sua ragnatela di rapporti e di memorie?

Quando è uscito Gli anni al contrario mi sono accorta, dopo averlo finito, che c’era questa stampella della storia, e dici bene perché chiaramente era un libro che poteva essere tematizzato, trovare posto nella sezione argomenti. Di recente mi è capitato di scoprire che un gruppo di lettura all’istituto di cultura di Londra aveva scelto tre libri sugli anni Settanta, diversissimi tra loro: accanto a Il senso della lotta di Nicola Ravera Rafele e L’estate del ’78 di Roberto Alajmo, avevano scelto Gli anni al contrario. Questo tema, insomma, forse è stato utile nelle prime settimane, nei primi mesi e ancora nella vita del libro. Però io non l’ho scritto come un romanzo sugli anni Settanta. Quella storia lì era inscindibile, perché Giovanni faceva parte del partito marxista-leninista, era maturato in quell’ambiente politico. Tutta la sua vicenda umana, la tossicodipendenza, la sua malattia, avevano a che fare con quella stagione politica, non sono nate a tavolino. Semplicemente stavano lì e ne facevano parte. Certo, ho lavorato sui fatti storici per dargli una contestualizzazione, ma qualcuno, a cui non è piaciuto, mi ha detto: non è un romanzo storico, non c’è un reale approfondimento storico. Giusto, perché non era un romanzo storico. Per me era il romanzo di quella coppia, immersa nello spirito dei tempi.

Mentre scrivevo Addio fantasmi e quando l’ho finito, ho pensato: questo libro non ha un tema (e in realtà i libri che piacciono a me non hanno mai un tema). E quindi mi sono detta: e l’editore come lo vende? Effettivamente è un problema dell’editore, mi sono risposta. Per me il libro parla del libro. Il tema per me è la tragedia greca. La tragedia greca per me è il riferimento, quello che io da siciliana ho, che noi abbiamo nel cuore. Qui il tema è nudo. Ci sono il lutto, la separazione, l’assenza di desiderio nel matrimonio. I temi sono la vita e la morte. Se io dovessi dire di che parla Addio fantasmi direi che parla della vita e della morte. Nient’altro.

Annie Ernaux, nel Posto, fa una cosa che mi sembra in linea con una certa tendenza che vedo nella tua scrittura. Cioè mettere insieme l’autobiografismo, o almeno una scrittura che dica io sulla pagina portando con sé qualcosa di autobiografico e raccontando storie molto intime, molto private, con un’attenzione alle dinamiche che non sono più dell’individuo o della famiglia ma sono storiche, sociali. Nei suoi paragrafi densissimi tu senti che dietro quello che lei descrive romba qualcosa che è molto più forte della singola storia personale. Nel tuo terzo romanzo potresti andare in quella direzione? Connettere l’individuale con il sociale?

La direzione è quella e sarà sempre quella. Dopo un romanzo così interiore e ossessivo sento il bisogno di aprire, adesso. Ho scritto un romanzo familiare, un romanzo intimista, adesso sento il desiderio di fare una cosa più ampia. In questo libro ho sempre avuto l’occhio dentro di me, sempre. Sono stata per due anni — anni in cui sono stata malissimo — con lo sguardo fisso alle mie ossessioni, al dolore, alle cose che mi ero portata dietro, e anche delle piccole cose che mi accadevano diventavano dettagli del romanzo. Era un io ossessivo. Ora sento proprio il bisogno di allargare il tavolo da gioco, mettere altri personaggi e seguirli, che non significa essere meno empatici, perché comunque i loro panni li devi indossare. Negli Anni al contrario Giovanni e Aurora anche se erano dei personaggi diversi da me, non ero soltanto Mara, la bambina che li raccontava, diventavo proprio loro. È un esercizio che va fatto. Annie Ernaux fa un altro esercizio. Lei dice io-Annie Ernaux, però è Annie Ernaux. Io in qualche racconto l’ho fatto, ma scrivere in questo modo un intero romanzo mi sembra un po’ prematuro. E poi le cose dense e importanti della mia vita (la morte di mio padre per Aids, la vita senza di lui) le ho già raccontate romanzandole. A sessant’anni, o a cinquanta, forse, questi temi torneranno, perché i temi tornano sempre.

Mi ha colpito molto che il fatto scatenante della vicenda di Addio fantasmi sia la ristrutturazione necessaria al tetto della casa di Messina, da parte della madre di Ida, prima della vendita. Questa immagine è una metafora trasparente: il tetto del focolare domestico sta crollando a pezzi, diventanto un luogo non è più ospitale. Lasciando Roma per fare ritorno alla città dove ha vissuto l’infanzia e il lutto non elaborato, Ida dice: «Tornare è sempre un errore». Questa frase rivela un sentimento del ritorno, un’attitudine verso la città natale e la Sicilia che non è quella classica del’emigrato che ha la la sua terra nel cuore, che ha nostalgia, che se la porta sempre dentro e che non vede l’ora di tornare.

Perché quel sentimento è da cartolina, come sarebbe stata da cartolina una Sicilia che accoglie chi ritorna. Non è così. Il vero nòstos di noi siciliani è sempre ambivalente. Perché se ce ne siamo andati c’è un motivo e fare finta che questo motivo non esista significa abbandonarsi a una nostalgia che può essere anche umana ma non è letteraria. La letteratura è sempre contraddizione, ci deve essere sempre una forza che ti spinge a tornare e una forza che ti ricorda perché te ne sei andato. Quando si mette piede in Sicilia da un lato è «Oh, casa!» ma dall’altro è «Oh no, casa!». Questo sentimento si ha per tutto, per la famiglia d’origine, per la città, per la casa. Il tetto che ti crolla sulla testa è anche simbolicamente una cosa che ti fa scappare.

Nella costruzione del rapporto di Ida con le proprie memorie, quando Ida è nella sua stanza d’infanzia e deve fare la cernita delle cose da conservare e da buttare, che è il motivo per cui è venuta a Messina, fai una cosa bellissima, racconti l’accumulazione di oggetti di madre e figlia come una maniera «non per celebrare il passato ma per propiziarci il futuro».

Una cosa che trovo angosciantissima. La mia è una famiglia di accumulatori di ricordi, soprattutto per quello che riguarda gli anni Settanta, Ottanta. Abbiamo tenuto molto, moltissimo, come se fosse stata un’epoca mitica. Gli oggetti della mia infanzia io li ho tutti e so che quelle cose sono state tenute anche con il segreto desiderio che un giorno le avrei potute usare per i miei figli, come Ida. Per cui quando tornavo e avevo venti, venticinque anni, era bellissimo vederli, perché non sapevo ancora come sarebbe andata la mia vita. Ora che ne ho quaranta e che non ho figli, vedo lo scaldabiberon degli anni Settanta e non posso più buttarlo, non ce la faccio a darlo via, anche se non penso che lo userò. Per carità, nella vita non si può mai sapere, però è molto difficile che io lo usi. Anche se mi dovesse capitare, son passati quarant’anni. E tutti quei vestitini: c’è qualcosa di estremamente amorevole ma c’è qualcosa di profondamente ricattatorio nell’aver conservato tutte queste cose. E c’è qualcosa di molto angosciante se, in questa cernita — che io effettivamente una volta ho fatto in occasione di una ristrutturazione della casa — tu ti trovi davanti tutti gli oggetti delle età della tua vita, che ti guardano e ti dicono: questa eri. Ora chi sei? Ansia! Paura! Io sono una che scappa sempre dalle definizioni, quindi è terribile vederli là tutti insieme…

Mi hai fatto venire in mente una coppia di sostantivi sulla quale avevo pensato di confrontarti, a proposito della storia di Ida. Ida a un certo punto è diventata una bambina a cui è scomparso il padre; non è morto ma è scomparso, non si sa che fine abbia fatto. Quindi lei è definita, sebbene in un modo non ultimativo. Definizione è il primo angosciante sostantivo. L’altro, adiacente, conseguente a questo, è Confinazione. Ida è costretta dentro questa definizione che resta contraddittoria, non è risolutiva o autoevidente, e in qualche modo in questa condizione lei stessa crea dei confini, entro cui si richiude. Qui tu fai un’altra cosa meravigliosa, cioè spieghi come le buone maniere siano i mattoni di questo confinarsi di madre e figlia. Mi dici qualcosa su questa dinamica definizione-confinazione?

Mi piace molto come l’hai sintetizzata in queste due parole. Perché definire è sempre confinare. Ed è anche un movimento necessario. Io per prima vorrei dirti no, non mi piace. Però è chiaro che lo faccio. Lo faccio anche su di me. Quando fai psicoanalisi impari a trovare le parole che ti definiscano e che definiscano quei grumi, magmatici, che hai dentro, e mentre li trovi li confini e li argini, e arginare è il primo passo per potertene poi gradualmente sbarazzare. Definire e confinare vanno sempre insieme. È anche vero che quando confini regali libertà a quello che hai confinato, perché finché è indefinito invade tutto e se una cosa invade tutto non sta da nessuna parte, e invece quando la confini c’è un posto che si chiama con il nome del tuo dolore o anche della tua gioia e che puoi visitare e saccheggiare.

Sul garbo ti voglio dire un’altra cosa. Io mi sono accorta, studiando le dinamiche psicologiche mie e altrui, che essere aggressivi è un grandissimo urlo di desiderio di attenzione. Lo vedi bene nei bambini che sono bulli, che aggrediscono che sono insopportabili: ti stanno chiedendo di occuparti di loro, ti stanno dicendo: «Io esisto, occupati di me». Il garbo è molto più crudele, perché ti dice: «Guardami, io sono gentile, sono simpatico, sono affabile, quindi questo è quello che ti do di me. Ti piacerà, te lo farai bastare e non chiederai altro. Dentro, però, posso coltivarmi da sola l’inferno». Per una persona che ha tendenze ossessive o di autotortura, il garbo è perfetto, perché non attira l’attenzione, anzi ti fa scivolare addosso tutto. Sei protetta dalla simpatia e dentro puoi scatenare l’inferno. Non vuoi che gli altri si occupino di te, vuoi stare sola. Questa è Ida.

Il personaggio di Ida è riuscitissimo, in effetti. Nella sua gestione delle attenzioni altrui, lei ha creato un conflitto con la sua amica d’infanzia, Sara. Ida è convinta che l’amicizia sia finita senza nessun motivo, semplicemente come le amicizie fanno, e invece c’è una scena che secondo me è uno dei culmini emotivi del romanzo, in cui le due si confrontano ormai adulte e viene fuori che in realtà Sara era stata esclusa dalla cerchia di interessi di Ida, perché Ida aveva chiuso fuori dal proprio confine le emozioni e il dolore di Sara, che non trova nessuna empatia in lei. A differenza di ciò che accade in molte altre narrazioni, poi, che vogliono inchiodarci al corpo, raccontarci il corpo come fondamento della personalità e dell’identità Ida è un personaggio che ha imparato, sulla scorta del trauma che ha vissuto, a negare il proprio corpo. Dice a un certo punto: «Se succede al corpo, non è successo davvero». Scomparso il corpo del padre, scompare anche il mio corpo, dice Ida. Come sei arrivata a questa concezione?

Sono partita dal nome. Le tre parti del libro sono “Il nome”, “Il corpo” e “La voce”. Ho cominciato a ragionare sul nome, e sulla sparizione della parola padre e del nome di Sebastiano Laquidara nei discorsi tra Ida e la madre. Perché mi interessa il tabù sulle parole. Nell’altro libro era la parola Aids, che compare solo alla fine, nella lettera di Mara, ma per tutto il tempo viene chiamato «la malattia», come la chiamano fra di loro Giovanni e Aurora. Sono molto interessata a quello che accade tra le persone quando parlano girando intorno a una cosa, senza nominarla. Poi però mi sono accorta che questo esauriva soltanto una parte del problema della vita di Ida, mentre la parte più grossa, la parte che stava ancora più dentro al rimosso non era soltanto il nome, era proprio il corpo. Perché le manifestazioni della sessualità di Ida sono tutte scandite da una difficoltà di vivere la propria sessualità, difficoltà che è figlia dell’assenza del corpo paterno. Le prime mestruazioni arrivano il giorno dei morti, la prima volta di Ida è senza nessun tipo di amore e neanche di piacere fisico, fatta come se il suo corpo fosse una macchina, e il punto in cui si trova nella sua vita è il momento in cui con il marito si è inceppato il desiderio. Si amano, sono una coppia complice, c’è amore, ma c’è una distanza, nel loro letto, che è un oceano. Io parto dai fatti, e solo dopo ne faccio teoria: queste tre cose mi davano il quadro, unendole mi sono resa conto del fatto che Ida avesse un problema con il corpo. Se non sai dove sia tuo padre, se sospetti addirittura che sia andato a suicidarsi in mare, anche se non hai le prove, se il suo è un corpo che si è sottratto, per forza sul tuo dovrà esserci una traccia indelebile. Questo mi ha aiutato a rendere il romanzo mentale e corporeo insieme, altrimenti sarebbe stato un romanzo soltanto cerebrale.

Tutto si tiene, davvero, nella costruzione del personaggio, da questo punto di vista. Il viaggio a ritroso di Ida nella propria memoria si configura con una serie di tappe nelle quali gli elementi del ricordo, che sono le memorie, gli oggetti e i sogni, prendono via via piede e corpo. In particolare nei “Notturni” è come se prendesse parola l’inconscio. Questo viaggio iniziatico dovrebbe portare a una catarsi finale, che tuttavia non è così risolutoria. Potrebbe tutt’al più rappresentare il primo passo per un cambiamento o una risoluzione da parte di Ida. È come se tu dicessi: è necessario, per quanto doloroso, confrontarsi con la memoria ma non risolve.

È parziale, come sono sempre le cose della vita. Mi piaceva che si uscisse in questo modo. Qualche lettore con rammarico, qualcuno anche con rimprovero mi hanno scritto, perché si aspettavano che il rapporto con la madre si sciogliesse, come anche quello con il marito. In realtà non era importante sciogliere quei nodi, perché non c’è un giorno della nostra vita in cui diciamo: «Sì, da oggi andrà tutto bene» o «Sì, da oggi, mamma, ci amiamo per sempre e ci perdoniamo tutto», «Sì, marito, sì, moglie, da oggi riprendiamo a fare l’amore tutti i giorni e sarà tutto meraviglioso». Succede più spesso che la vita vada avanti, si aggiustino delle cose e se ne rompano delle altre. Per me era risolutivo era che Ida uscisse dall’ossessività dei simboli, che entrasse nel mondo reale. Non è che non tornerà mai più a pensare al passato, ma attraverso il dolore della storia di Sara e anche di quella di Nikos, che non raccontiamo, lei doveva avere la coscienza che nel suo teatro, nel quale erano sempre stati in scena lei e il padre, stanno anche gli altri. E credo che Ida potrà riguardare il rapporto con la madre e con il marito attraverso questa lente. Poi, che cosa succede di definitivo e risolutivo? Forse niente, in realtà, forse si trascinerà dentro un matrimonio che ha qualcosa di bello e qualcosa di meno bello come tutti i legami, forse con la madre non ci sarà alcuna rifondazione di un rapporto meraviglioso, però la sua vita si disincaglia, fa un passo in avanti.

Mi piaceva sottolineare che, visto il titolo e vista la condizione cadente della casa, quando racconti di Ida bambina che credeva di sentire il fantasma di un bambino giocare con una biglia, mi è capitato di pensare: adesso diventerà una vera storia di fantasmi. Invece ovviamente quelli di cui si parla nel romanzo sono fantasmi ben più concreti, meno leggendari e più pericolosi forse.

Ci sono tutti e due. C’è il ricordo del fantasma del bambino, con i rumori che Ida sente nelle tubature, e verso la fine lei vede il padre in carne e ossa, quasi come uno zombie, per due volte. Questi fantasmi sono delle allucinazioni uditive, dei piccoli segnali a cui la parte più laica di noi può persino non dico credere ma può accogliere: se siamo intelligenti non respingiamo proprio tutto, sappiamo che ci sono presenze che forse vivono soltanto nella nostra immaginazione. Queste cose non vanno neanche troppo spiegate. Sono lì e basta. E poi ci sono invece i fantasmi in carne e ossa. Qualcuno mi ha detto che il fantasma più terribile di questo libro è la madre, e secondo me è vero. Perché il rapporto è fantasmagorico, è sempre con la Ur-madre. Infatti nel romanzo la madre non ha nome. Il rapporto con la madre è il rapporto col materno.

C’è un fantasma che sembra poter diventare il deus ex machina: Pietro, il marito di Ida. Viene allontanato, poi richiamato, sembra che debba essere risolutore dell’angoscia che stiamo vivendo con Ida, e poi invece non compare mai. Ti ha tentato l’idea di tirarlo invece in scena?

Non ho mai pensato che sarebbe entrato in scena. Per me, tra l’altro, serviva a risolvere un problema narrativo di questi anni: come usiamo il telefono nella narrativa? Perché noi viviamo le nostre giornate nel mondo ma viviamo anche in un mondo parallelo, quello dei social network, per chi ce li ha e li usa, ma anche molto di più i messaggi. Quindi noi viviamo dialogando con le persone che abbiamo di fronte ma anche dialogando con le persone a distanza. Ho trovato molto bello, molto illuminante, a questo proposito, Eccomi di Safran Foer. Un libro meraviglioso, uno dei migliori di questi anni. C’erano queste frasi pornografiche che arrivavano, scritte in corsivo, che staccavano dalla pagina e tu ti dicevi: Che cos’è? Da dove viene? E dopo si scopriva. È così che funzionano i messaggi, è sempre un bum!, come un’onda di maremoto che poi se ne va. Ed era il protagonista che aveva questo scambio di messaggi sessuali. Ma anche quando è qualcos’altro, anche solo quando stai litigando con qualcuno, è sempre un’irruzione in quello che stai facendo.

Il personaggio del marito inizialmente era proprio pensato come uno schermo che parlava. Poi, in realtà, gli ho dato sostanza e corpo con la notte prima della partenza e con il rapporto telefonico. Ma non ho mai pensato di metterlo in scena. Perché non è il centro della questione.

Insomma, Pietro fa sentire la sua vicinanza a Ida, ma non la raggiunge. Perché nei messaggi promettiamo più di quello che siamo disposti a dare?

Però lui poi ci va a prenderla, solo che si ferma a Villa San Giovanni. È lei che lo tiene a distanza, forse Pietro sarebbe anche andato. È vero che noi promettiamo di più, perché tutto quello che non abbiamo immediatamente a disposizione ci sembra più desiderabile, e se lo desideriamo ci sentiamo in grado di promettere tantissimo. Però la vita è quello che facciamo, non quello che promettiamo.


Addio Fantasmi, di Nadia Terranova, Einaudi 2018 (208 pp).

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