Intervista a The Vegan Vanguard

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Dec 14, 2018 · 6 min read

Abbiamo intervistato Marine e Mexie, ideatrici e conduttrici del podcast The Vegan Vanguard. Entrambe canadesi ed entrambe titolari di canali YouTube molto seguiti (Mexie e A priviliged vegan), si sono incontrate proprio online e sono diventate subito amiche. Il podcast nasce proprio dalla loro amicizia, cementata sulla comunanza della pratica vegana e di molte altre idee. Parliamo con loro di questo, del significato di essere presenti online e di come si può costruire giorno dopo giorno un’esistenza femminista e vegana.

Peter Blume, “Pranzo con vegetali”, 1927 (Washington, Smithsonian American Art Museum)

Voi due avete iniziato come youtuber, ciascuna per conto suo, per poi unire le forze nel podcast. Com’è per voi affrontare e condividere argomenti importanti e delicati come l’anticapitalismo, il privilegio, il femminismo e il veganesimo in canali simili, in cui è così facile incontrare ostilità e cattiveria (stiamo pensando alla sezione commenti di YouTube, noto ricettacolo di flame e insulti)?

Abbiamo avuto esperienze buone ed esperienze cattive. Poiché siamo donne e parliamo di politica su internet ovviamente siamo bersaglio di molto sessismo e molta misoginia, specialmente da parte dell’estrema destra ma anche (purtroppo) da parte di persone di sinistra. Di certo suscitiamo una discreta dose di polemiche, alcune reazioni sono costruttive, e lo apprezziamo, ma molte non lo sono affatto. Però è sempre molto gratificante incontrare tante persone profonde, piene di empatia e di passione. Ci dà particolare soddisfazione quando qualcuno ci racconta di aver preso coscienza delle difficili condizioni di animali umani e non umani all’interno del sistema capitalistico, e di come le varie oppressioni (specismo, sessismo, omofobia, transfobia, abilismo, ecc.) si sovrappongano e mescolino. Quando riusciamo a far passare concetti così ampi è una sensazione stupenda.

Due dei vostri episodi si intitolano Why Leftists Should Be Vegan e Why Vegans Should Be Leftist (“Perché chi è di sinistra dovrebbe essere vegano” e “Perché i vegani dovrebbero essere di sinistra” N.d.T.). Noi vi chiediamo perché una femminista dovrebbe essere vegana e viceversa.

Le femministe dovrebbero essere vegane perché i collegamenti fra i due movimenti e le strutture di potere che si propongono di combattere sono numerosissimi. La sovrapposizione del binarismo di genere agli animali ha causato forme atroci di sfruttamento. Gli animali nell’industria agricola animale sono sessualizzati e sfruttati a seconda della categoria in cui ricadono. Le femmine sopportano una vita intera di sfruttamento delle loro capacità riproduttive mentre i maschi, che non possono fornire uova e latte, vengono spesso uccisi in giovane età. L’ingravidamento delle mucche da latte, per esempio, avviene mediante una struttura di ferro letteralmente chiamata “cremagliera dello stupro” (rape rack)*. Per citare Aph Ko: “In quanto femministe è interessante discutere del consumo di corpi animali non umani stuprati e torturati mentre si lotta contro la cultura dello stupro”. Certo che da femministe dobbiamo preoccuparcene! Allo stesso modo, sia le donne che gli animali vengono disumanizzate nel capitalismo patriarcale. Sia le une che gli altri sono considerate meno razionali e più primitive rispetto agli uomini, e questo legittima il loro sfruttamento.

Nell’episodio riguardante Israele e il greenwashing non avete esitato a sposare la causa palestinese. Cosa si intende per greenswashing e in che modo non solo Israele ma anche le aziende si appropriano del veganesimo, facendo appello al consumo etico e al vago desiderio di sentirsi a posto con la coscienza semplicemente attraverso la scelta di ciò che si mangia e si acquista (da opporre all’approccio critico e di respiro strutturale al potere e alle sue ramificazioni)?

Sì, entrambe sosteniamo con convinzione la liberazione palestinese e la fine dell’occupazione coloniale e genocida della loro terra. Il greenwashing è una pratica che consiste nel presentare se stessi o i propri prodotti come ecologici e sostenibili per facilitare le vendite o per un ritorno di immagine. Solitamente devia l’attenzione dalla distruzione sociale e ambientale causata proprio da chi sta facendo greenwashing. Sia lo stato di Israele che molte aziende stanno portando avanti il cosidetto vegan-washing, usando il veganesimo per presentarsi progressivi e benigni, e nascondere così gli orrori che l’occupazione israeliana infligge ai palestinesi o quelli che le aziende infliggono alle comunità, agli animali e all’ambiente. Di certo questo permette a molti di lavarsi la coscienza scegliendo la “compassione” dal menu, ma di fatto dando il proprio tacito supporto a regimi e strutture di potere che di compassionevole hanno ben poco.

Troviamo splendido il fatto che durante le registrazioni del podcast ridiate moltissimo e vi divertiate da morire, persino mentre vi occupate degli argomenti più tristi e difficili. Come riuscite a non scoraggiarvi e a radunare le forze per continuare a mettere in discussione lo status quo politico e culturale?

Be’, talvolta si ride per non piangere, no? Probabilmente trascorriamo così tanto tempo a rimuginare per i fatti nostri che quando poi ci ritroviamo a condividere i nostri pensieri “in diretta” lo viviamo come un rilascio d’emozione, spesso sotto forma di umorismo. Inoltre siamo davvero molto amiche, per cui parlare e lavorare insieme ci piace. Per quanto riguarda lo scoraggiarsi, certe volte per una di noi può essere difficile affrontare un determinato argomento e in quel caso ci pensa l’altra a portare avanti l’episodio. Nonostante questo, però, nessuna ha mai preso in considerazione l’ipotesi di non continuare a mettere in discussione lo status quo. Una volta che hai aperto gli occhi li hai aperti e basta, e dal momento che godiamo di numerosi privilegi è giusto che facciamo la nostra parte.

Nell’episodio sul “pleasure activism (“attivismo piacevole” N.d.T.) parlate spesso di compassione e cura reciproca come principi guida nella diffusione della cultura vegana, mentre sembrate contrarie al veganesimo come lista di regole a cui solo le comunità vegane ortodosse possano aderire scrupolosamente. Ci direste di più al riguardo?

Noi (ma anche altre, come le nostre amiche Nichole e Callie del podcast Vegan Warrior Princesses Attack) crediamo sia importante considerare il veganesimo come una presa di posizione politica contro lo specismo e la mercificazione dei corpi degli animali, non solo come una lista della spesa o un piano nutrizionale. Nel sistema capitalistico, acquistare prodotti vegani non potrà mai essere sufficiente per raggiungere la liberazione degli animali. Senza contare che si possono tranquillamente comprare cibi vegani (come l’olio di palma e la cioccolata) che vengono prodotti sfruttando l’habitat degli animali (quello degli oranghi nel caso dell’olio di palma) o il lavoro minorile in condizioni di schiavitù (nel caso di alcune aziende dolciarie). Per non parlare del fatto che il fast fashion rappresentato da H&M e Zara non è affatto cruelty-free (non testato sugli animali, N.d.T.)! Ci sono anche delle ragioni strutturali per cui alcune categorie di persone potrebbero non essere sempre in grado accedere ai prodotti vegani. Per questo è estremamente controproducente fare del veganesimo una lista della spesa, o sorvegliare gli altri vegani per vedere quanto sono etici nei propri consumo. Ci serve uno sguardo più ampio. Il veganesimo è una scelta etica che si oppone allo sfruttamento di tutti gli animali — il nostro veganesimo deve evolversi e crescere con noi perché è un progetto in divenire e una continua aspirazione alla liberazione animale.

Ci sembra che l’immaginazione sia un elemento molto importante della vostra pratica intellettuale, specialmente quando parlate di “rivendicare l’immaginazione” per pensare al futuro in modo positivo, piuttosto che per concentrarsi sulla critica del presente. Le idee femministe vi sono di qualche aiuto in questo senso? Vi permettono di sognare un’alternativa migliore? Vi forniscono un vocabolario per immaginare modi alternativi di attraversare l’esistenza, come individui e come società?

Senza dubbio il principio femminista di andare oltre l’oppressione, anziché semplicemente rovesciare le gerarchie, ci è di ispirazione quando pensiamo a nuovi modi di vivere. La pratica femminista dell’autoriflessione, decostruire il privilegio e considerare le varie trasformazioni dal punto di vista emotivo e psicologico oltre che da quello materiale sono altrettanto importanti per creare un futuro migliore. L’immaginario dominante è stato stabilito da chi detiene il potere. L’inferiorità femminile è pura finzione. Dobbiamo reinventare un mondo in cui l’inferiorità di ogni gruppo marginalizzato venga sradicata, perché è una falsità. Questo progetto comune e collaborativo, dalle potenzialità infinite, ci elettrizza!

* La cremagliera è una gabbia di ferro dentro cui la mucca da latte viene immobilizzata per poter essere inseminata artificialmente. Quando è bloccata, un addetto le allarga il retto con un braccio mentre con l’altro inserisce una pipetta piena di sperma su fino all’utero. Abbiamo deciso di descrivere il processo anziché aggiungere le immagini molto esplicite reperibili su internet perché non ci interessa lo shock value e perché abbiamo voluto tenere in considerazione qualunque grado di sensibilità.

Come molti podcast, The Vegan Vanguard si appoggia sulle donazioni di chi lo ascolta. Marine e Mexie possono essere sostenute sulla piattaforma Patreon.


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