L’umorismo etico di Daniel Mallory Ortberg

Profilo di un modo di scrivere, tra favole non binarie, posta del cuore e “humour per bibliotecarie”

Ottendorfer, Librarian standing at desk. NYPL Digital Collections.

Signorina Cuorinfranti, il protagonista della novella di Nathanael West Miss Lonelyhearts (1933), siede davanti alla macchina da scrivere, e cerca scuse per non scrivere. È un aspirante giornalista che cura la posta del cuore del suo giornale: una sventatezza, una trovata del direttore per alzare le vendite, la causa del suo blocco esistenziale. Lo pseudonimo “Signorina Cuorinfranti” lo espone all’intimità feroce delle richieste di aiuto scritte da lettori sfiancati dalla Depressione del ’29. “Le signorine cuorinfranti sono i preti dell’America del ventesimo secolo!” gli sbraita contro il caporedattore, mentre le pile di lettere “tagliate dalla pasta della sofferenza con una lama a forma di cuore” si accumulano.

Miss Lonelyhearts è costruito attorno ad un curioso paradosso: le lettere, quando citate per intero, sono estremamente comiche per chi regge il libro, ma tragiche e insolvibili per chi di mestiere cerca di dar loro una risposta con un consiglio sensato. Avanti veloce, fino alla vita reale di un’America inciampata contro una nuova, infida recessione, ma stavolta provvista di Twitter e sezione commenti in coda ai blogpost. Durante una presentazione del 2016 dal titolo The Happy Feminist, Daniel Mallory Ortberg scrive nel PowerPoint: “ridere dovrebbe essere una forma di resistenza, ma non ci credo poi così tanto. Mi piace ridere, punto”. Ortberg sta parlando di The Toast, la testata online di “umorismo femminista” che ha fondato e diretto dal 2013 e chiuso nel 2016, in corso di catalogazione negli archivi digitali della Library of Congress.

The Toast riusciva (almeno all’inizio della sua esistenza) a generare utili per le partner fondatrici e pagare gli autori di pezzi su, per esempio, la storia del make-up (divisa per decenni) e liste di indizi per capire se si sta vivendo dentro un romanzo. Vantava, inoltre, toni così ben educati usati nei commenti ai post da rendere superflua la supervisione della redazione. La fondazione di The Toast segue una serie di avvilenti esperienze lavorative ambientate in cittadine californiane cigolanti e senza vista sull’oceano. Ortberg non si fa remore a raccontare l’angoscia della gavetta parallela allo scoppio della crisi finanziaria mondiale (per esempio, durante questo panel in cui trolla con mirabile grazia moderatore e pubblico), così come non esita a scendere nei dettagli più nerd e pettegoli di The Toast come venture commerciale (lo fa molto bene, per esempio, al XOXO Festival del 2015).

Il primo libro di Ortberg, Texts from Jane Eyre (2014), sviluppa una rubrica di The Toast e conta come dramatis personae personaggi letterari (e non) da René Descartes alle protagoniste del Club delle Babysitter, che Ortberg immagina tutti dotati di smartphone e FoMO. Texts è una rassegna arguta di chat impossibili che ipotizzano la maestria nel sexting di Rossella O’Hara e scimmiottano le pretese di autosufficienza di Henry David Thoreau, che dalla capanna in riva al lago assilla Ralph Waldo Emerson con liste di libri, penne e sciroppo di cui non può fare a meno. Per riassumere Virginia Woolf ad Ortberg basta un solo messaggio, tutto in caps lock, in cui Virginia adolescente strilla di non entrare nella sua cameretta e guai a leggere il suo diario.

L’inventiva di Ortberg, poi, si allarga fino a creare una sorta di “voce amica” per accompagnare molti dei suoi personaggi. Una presenza digitale distaccata e obiettiva, per nulla interessata alla profondità poetica, ma solo al potenziale pericoloso di certe affermazioni (perlopiù citazioni dirette dalla vita e dalle opere). È con questa voce del buonsenso che Ortberg raggiunge i picchi comici di Texts: il fumo giallo e felino attorcigliato alle finestre di Alfred J. Prufrock provoca un’evacuazione d’emergenza (di primaria importanza quanto la stessa voglia impellente di mangiare una pesca), mentre Emily Dickinson — i cui sms abbondano di em dashes e iniziali maiuscole — usa iMessage per farsi portare scialli bianchi e tazze di tè senza uscire dalla sua stanza.

La specialità umoristica di Ortberg è interpretare, con deliberata ottusità, alla lettera. La sospensione dell’incredulità si sforma per l’ansia e la curiosità quando Ortberg inizia a chiedersi in che modo succedono le cose nelle storie che ci raccontiamo: come fanno i personaggi a spostarsi dal punto A al punto B? Che cosa mangiano, a che cosa pensano quando non li stiamo guardando? Ortberg sogghigna, ma la sua satira indica come tra le grinze dei comportamenti indiscussi e degli automatismi negli sviluppi di trama si nascondono e si ripetono le dinamiche sistemiche di disuguaglianza.

Children’s Reading Room. NYPL Digital Collections.

L’onnivorismo culturale di Ortberg prende varie forme. Alcune consuete: nell’introduzione ad un’edizione tascabile di Villette, uno dei romanzi meno letti delle Brontë, celebra “la calma apparente di Lucy Snowe”, protagonista che “ha imparato il valore dell’invisibilità” e “sorveglia gelosa i propri pensieri, che concede in briciole”. Altri progetti sembrano, all’apparenza, usuali: tra i contenuti della sua newsletter (a pagamento, The Shatner Chatner), spicca una serie di video in cui — parrucca bionda in testa — Ortberg imita, o meglio, sbeffeggia, Joan Didion e Anna Wintour, e con loro una certa fastidiosa deriva autocelebrativa dell’“io” americano.

Il gusto umoristico di Ortberg si rivolge ad una nicchia precisa: secchione, topi di biblioteca, estimatori della cortesia e del senso civico. Gente che scrive alle poste del cuore, cercando conforto, forse una conferma della propria esistenza IRL. Gente le cui narrazioni sentimentali non si organizzano in catene di eventi emblematici. Persone che non vivono nei posti giusti, la cui vita interiore scorre parallela alla loro esistenza online, ininfluente, ma almeno parte di una comunità di simili, amorevoli sfigati. Si può quasi sentire il tonfo della copia di The White Album che Ortberg scaglia contro il muro, allo stremo per la megalomania di Didion e le sue fisime per certi vestiti da sposa.

Non che Ortberg si lascerebbe mai andare a commenti apertamente animosi, è più nel suo stile lasciare che il ridicolo si manifesti di per sé. C’è una sorta di benevolenza nel suo sarcasmo, smorzato da un genuino interesse e uno stupore inesauribile per le curiosità del mondo. Etica ed estetica in Ortberg sembrano poggiare su una base di compassione che, forse, risente della sua (coltissima) educazione cristiana e dell’ingombrante fede-come-professione dei suoi genitori, entrambi pastori evangelici. Oltre che, non da meno, della tempestiva realizzazione di “preferire le ragazze e non credere poi così tanto in Dio.

L’eloquio sardonico con cui Ortberg snocciola una logica ferrea quanto gentile rende al meglio nel podcast complementare alla rubrica Dear Prudence, la posta del cuore di Slate che Ortberg cura, impersonando “Prudie”, dal 2016. È raro che un suo consiglio sia esplicito: non ragionando per assiomi, Ortberg preferisce sviscerare la questione finché l’unica soluzione percorribile non salta fuori da sola. Quando sbotta una risposta precisa, invece, l’accompagna sempre con un elenco di alternative (perseguibili in teoria, ma non in pratica, come dimostra con adorabile ardire). Se nulla viene dato per scontato, non c’è nemmeno niente che non sia analizzabile, e per Ortberg tutto è potenzialmente parte del problema: aspettative della società, ruoli famigliari, lo stesso concetto di relazione romantica monogama.

Dear Prudence è una delle tante voci all’interno del prolifico filone della “moralità come intrattenimento”, di cui la sezione “relationships” di Reddit, in cui la risposta etica è crowdsourced, funge da esempio principe. Il tocco di Ortberg, però, fa sembrare facile leggere storie altrui alla luce della propria. Con il suo humour autobiografico che non è mai auto-denigratorio, Ortberg ha creato un personale stile di satira che non risparmia niente, senza ferire nessuno.

L’attenzione ai testi stessi delle lettere è notevole: basandosi su pochissime informazioni, perlopiù parziali e di parte, Ortberg si trova a dover formulare un giudizio basandosi su quelle che, dopotutto, sono testimonianze oculari, voci singole senza alcuna prova. Ortberg rintraccia ogni singolo pronome personale per individuare il genere del mittente (con l’obiettivo di fornire un’analisi intersezionale). Quando niente tradisce l’identità, Ortberg non azzarda ipotesi, ma si ostina ad usare la clausola he or she oppure they: uno stratagemma che permette di inventare ancora più scenari e sviluppi, accollandosi, di fatto, il compito di fornire un’educazione linguistica sensibile all’identità di genere.

W.P.A. Department of Libraries: Chatham Square Library Branch. NYPL Digital Collections.

Nella sua raccolta di racconti The Merry Spinster. Tales of Everyday Horror (2018), Ortberg campiona trame di favole tradizionali, ballate popolari e preghiere cristiane, mescola i generi dei protagonisti e rifinisce il tutto con concetti del tipo “la bellezza è un bene pubblico”, “filosofia del valore relativo e della gestione efficace” e “perché favorire la specificità piuttosto che la prossimità”. Dall’attenzione di Ortberg per il testo nascono domande che, logiche e puntuali in un contesto di vita “reale”, siamo abituati a considerare ridicole (e all’apparenza comiche) se applicate ad un racconto di finzione. La Sirenetta come spiegherebbe il suo shock culturale uscita dall’acqua? Come funziona un sistema morale in cui ad un rospo è garantito accesso illimitato (e non consenziente) ai favori sessuali della principessa? Che cosa appartiene ai soli individui, e non è proprietà dei nuclei familiari in mezzo ai quali vivono: i loro corpi? La loro bellezza? La loro volontà? Che cosa succederebbe se Cenerentola — il cui nome è Paul — vivesse in un mondo dove quando ci si sposa si sceglie che ruolo interpretare, quello di marito o quello di moglie?

La centralità dei costrutti di genere, che The Merry Spinster punta a confondere e depennare, assume una significazione ancora più acuta alla luce del coming out come transgender di Ortberg, che nelle interviste rilasciate in corrispondenza dell’uscita della raccolta ha dichiarato di aver scritto i racconti durante gli stadi iniziali del processo di transizione. Ortberg ha scelto un nuovo nome — Daniel, tenendo “Mallory” a mo’ di secondo nome — e pronomi maschili, e ha iniziato la terapia ormonale. Il timbro della sua voce si abbassa sensibilmente di puntata in puntata, e anche Slate ha (da poco) aggiornato la sua firma e la sua foto.

C’è un punto in cui Signorina Cuorinfranti, “dallo squallido acquitrino”, inizia a scrivere la sua rubrica senza più leggere la posta. I suoi lettori l’hanno preso troppo sul serio, e Signorina Cuorinfranti sa di essere “vittima dello scherzo, non il perpetuatore”: anche licenziandosi, non riuscirebbe a dimenticare la disperazione che quelle lettere raccontano. Ortberg, intanto, annuncia un terzo libro (di saggi), venduto e in cantiere, ha ripreso in mano i social e documenta (via IG) l’agio e la gioia con cui sta esplorando, tra crossdressing e arguzie androgine, l’invenzione della sua nuova identità. Quando le signorine cuorinfranti e le dear prudie si rifiutano di “fornire uno slogan, una causa, un valore assoluto e una raison d’être”, la disforia comica dei problemi altrui consumati come intrattenimento svanisce. Ortberg ci ricorda che, testato il placebo della saggezza monotaglia dell’auto-aiuto da bacheca, non resta che parlarsi tra umani. Anche Ortberg, però, si sta ancora chiedendo: come si resta umani?

Work with schools, Aguilar Branch : young people’s librarians and students, 1938. NYPL Digital Collections.

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francesca massarenti

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