Foto di Vitor Cohen.

Martin Parr: letto fra le righe

Il fotografo inglese usa una grammatica visiva semplice per dire cose complesse. Facendole vedere.


La prima volta che vidi una foto di Martin Parr non ricordo se restai più stupito per la foto in sé o per il fatto che Parr facesse parte di Magnum. Forse entrambe le cose. 
Per chi non la conoscesse, Magnum è la più importante agenzia fotografica al mondo. La più storica, forse non la più grande, forse quasi marginale in termini economici eppure quando dici “Agenzia fotografica” pensi subito a Magnum. Magnum è la metonìmia delle agenzie fotografiche.

Ha raggiunto questa meritata fama perché a fondarla furono Henri Cartier-Bresson assieme a Robert Capa, David Seymour, George Rodger e altri e perché si è sempre distinta per l’audacia dei reportage — spesso di guerra — e per la sublime e composta eleganza delle sue fotografie. In altri termini, la qualità iconografica delle foto di Magnum è sempre stata superlativa.

Se guardi le foto di Parr non hai l’impressione che l’estetica sia il suo cruccio principale. Ecco perché mi stupì sapere che invece quella congrega quasi monacale di fotografi che è Magnum l’aveva accolto. Un’altra caratteristica di questa agenzia è infatti quella di essere gestita dai suoi stessi membri che si riuniscono annualmente a Parigi e che hanno anche uffici a New York, Londra e Tokyo. Fra di loro eleggono un presidente e sempre loro decidono chi può fare pratica al loro interno e chi può diventarne membro. La struttura è quella di una cooperativa in cui i membri hanno anche incarichi dirigenziali o funzionali e, particolare interessante, che continuano a mantenere il copyright sui loro lavori che non viene quindi mai trasferito all’agenzia né alle testate su cui appaiono.

Se però si indaga nel programma dei padri fondatori, si capisce che l’elemento attorno a cui ruota la visione di Magnum è la curiosità per il mondo e il rispetto con cui viene descritto in termini visivi. In altre parole, un fotografo Magnum deve saper raccontare la realtà con il suo particolare timbro visivo stimolato dalla curiosità. I fotografi Magnum appartengono a un collettivo nel quale le individualità non si diluiscono ma anzi, vengono rispettate ed esaltate dal confronto.

In questo senso Parr c’entra con Magnum, e anche molto.


L’errore che si fa spesso guardando una fotografia è valutarla in termini estetici e non per ciò che dice. Capita quindi che la bellezza o meno di una foto oscuri il suo messaggio o addirittura celi il fatto che molte foto sono belle e basta, e non dicono molto. L’approccio estetico è uno dei tanti possibili ed è anche — se ci si riflette un attimo — uno dei più semplicistici e superficiali. Dire che una foto o un quadro sono belli o brutti significa misurare un valore soggettivo, ossia quanto quelli abbiano fatto vibrare una particolare corda emotiva o estetica. Ma la bellezza è una delle caratteristiche più evanescenti delle cose: è una polvere depositata sulla loro superficie. 
Il significato delle cose e degli oggetti d’arte — quadri, fotografie, sculture — è più stabile e profondo e anche più difficile da cogliere.

Le foto di Parr non sono belle o non lo sono almeno nel significato comune che si dà a questo termine. Ci sono milioni di foto “più belle” delle sue eppure guardando il suo lavoro ci si scopre incastrati nel tentativo di risolvere un indovinello: Parr voleva fotografare una salsiccia su un piatto di plastica a un party per dire esattamente cosa? Sta prendendomi in giro? Vuole dire dell’altro? 
Per capirlo bisogna accettare innanzitutto che Parr ha rimosso fin da subito un elemento che serve a catturare l’attenzione dell’osservatore: non ha ceduto niente all’estetica. Non ha scattato una foto controllando quell’aspetto per poi usarlo per portare l’attenzione altrove. Lui vuole dire altro e lo dice con la sua voce: quella impertinente di un bambino.

Come vede la realtà un bambino? In almeno due modi: per quella che è (“Il re è nudo”) e per molte delle infinite possibilità in cui si può manifestare. I bambini vedono senza esitazione ciò che li circonda: non hanno filtri, non hanno mediazioni intellettuali. Allo stesso tempo hanno la capacità di vedere connessioni e apparenze nelle cose che sono solo latenti e che un adulto tende sempre meno a vedere: cose che sembrano altre cose, somiglianze, una gioiosa danza pareidoliaca.
Come vede l’adulto la realtà? Non la vede, probabilmente è solo distratto dallo schermo del cellulare. Non vede l’esplosione di significati e segni che si celano dietro le cose. 
Lo scopo di Parr nella società è di farglieli vedere.

Nella sua opera la componente intellettuale è molto forte. Parr non ti chiede di guardare e basta una sua foto: ti chiede una partecipazione attiva per decifrarne il significato nascosto. Di primo acchito le sue foto sono quasi banali e di certo non accattivanti. Solo guardandole *in profondità* iniziano a vibrare e a mostrare una terza dimensione, e poi una quarta e altre ancora. Mentre la bellezza è autoevidente, l’intelligenza delle cose o il senso che a volte affiora dal caos della realtà lo è molto meno. Parr lo mostra o ne mostra uno possibile, fatto di allineamenti non immediati, di significati che solo lui coglie, di punti di visti che l’abitudine a vedere la realtà come data ed evidente ci ha disabituato a notare.

Per capirlo ancora meglio basta notare quello che Parr non ha mai fotografato e probabilmente mai fotograferà: la natura, i tramonti, il cielo, una bella donna ritratta in modo da esaltarne i tratti estetici. La realtà senza l’uomo non lo interessa perché in fondo viviamo su questa pianeta interpretandolo con il nostro punto di vista umano. Quello che lo interessa è invece la nostra componente meno naturale, fino a dimostrare che di naturale — nel senso di non mediato e meditato — non abbiamo più niente. La natura umana è artificiale ed è un’eterna rappresentazione dell’individuo all’interno della società. Per questo Parr preferisce una macro della foglia di insalata rimasta fra i denti di un bel volto piuttosto che ritrarre l’armonia dell’insieme. È consapevole della bellezza ma non lo interessa, non è ciò a cui serve la fotografia.

La macchina fotografica è per lui uno strumento con cui si cala al di sotto degli strati del visibile. In superficie c’è quello che tutti vedono, oltre c’è la versione alterata, raffinata e irreale della realtà (la fotografia estetizzante) ma al di sotto c’è la vera natura, o quel che di naturale c’è ancora nell’umanità. E non è molto bello da vedere. 
Il concetto di Parr di naturale è infatti “ciò che non è meditato, ciò che non ha subito alcuna elaborazione intellettuale”. Sono i comportamenti automatici delle persone, è tutto ciò che facciamo per sentirci parte di una comunità o per comunicare una precisa ed editata immagine di noi stessi. Negli ultimi anni Parr ha fotografato per esempio centinaia di persone farsi foto con i selfie stick. Ama ritrarli in gruppi, come un biologo fotograferebbe branchi di pesci. Si fanno foto con un monumento o un tramonto sullo sfondo e questi luoghi topici per bellezza o fama turistica raccolgono branchi di turisti che non resistono all’urgenza di registrare la loro presenza lì, per poi comunicarla al resto del mondo.

I suoi soggetti sono sempre uomini o donne, con una particolare predilezione per tipi che viaggiano al confine fra l’ordinario e il grottesco. Come dice Thomas Weski, Parr usa la critica sociale, l’umorismo e la seduzione per creare immagini che sono accessibili e quasi familiari per rivelare la nostra vera natura.

Se si osservano le sue foto le si trova infatti normali, quasi banali. Potrebbero essere state fatte da chiunque e pure senza una particolare perizia tecnica. Sono foto di gente in spiaggia, gente alle feste, gente nei negozi, gente a Venezia. Eppure guardando meglio è come osservare una foto di famiglia e scoprire — senza essersene mai accorti prima — che tuo nonno aveva la coda o che la zia aveva le antenne. È come osservare la normalità, ma con qualcosa di vagamente fuori posto. Un lieve scollamento, una discrepanza, una crepa. 
Parr invita a guardare dentro quella crepa e a vedere cosa c’è realmente sotto quella realtà ritratta. Non è esattamente un mondo sommerso ma è piuttosto un mondo velato ed edulcorato fino all’alterazione: non è l’immagine che l’uomo ha di sé ma quella che vuole comunicare. I selfie sorridenti, le torte tronfie e trionfanti sulle tovaglie plastificate, la tartina che sta per essere inghiottita da una bocca ghignante. Questi dettagli attraggono Parr e così li restituisce attraverso la sua macchina fotografica.

Non è una fotografia realistica e non è nemmeno surreale eppure riesce a essere entrambe le cose. La chiamo “infrarealistica”, un qualcosa che sta al di sotto del realismo non gerarchicamente ma semanticamente, perché appartiene a un livello intellettuale che non è esplicito ma che deve essere svelato, scoperto, capito.

Ma è anche pur sempre una fotografia realistica: la grandezza
di Parr sta anche nel suo sapere occupare più registri narrativi: dal popolare al raffinato, essendo comprensibile in ogni sua espressione. C’è chi vede nelle sue foto dissacranti e spietate una certa miseria umana e chi ci vede solo persone che fanno qualcosa, senza implicazioni particolari.

Così (apparentemente) comprensibile e familiare da essere riuscito a creare un ponte fra le due grandi categorie della fotografia: quella che registra la memoria e quella che interpreta. Al primo gruppo appartengono la maggior parte delle foto e sono quelle che scattiamo per ricordarci il nonno o i genitori o quella gita a Pisa e al secondo appartengono quelle fatte dal fotografo che usa la macchina fotografica per fare emergere un velo di significato della realtà che l’occhio non vedrebbe. È automatica e puramente strumentale la prima categoria ed è intellettuale e artistica la seconda. 
Martin Parr usa la grammatica della prima per esprimere significati che appartengono alla seconda. Con l’ironia e il sarcasmo sa indagare la realtà e con un sorriso restituisce all’umanità un suo ritratto che la fa sorridere, la rattrista, la rappresenta. La fotografa per quel che è.


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