Tre considerazioni su Carver

Appena in tempo per l’anniversario

La provincia americana, che è un po’ come quella italiana.

Raymond Carver nacque nel 1938, morì nel 1988 e ci è sembrato assurdo non dedicargli più di un pensiero, in questo trentacinquantennale. Per farlo ci siamo messi d’accordo con alcune persone, perché ci sarebbe piaciuto sentire la loro opinione, conoscere le loro esperienze con un autore che riteniamo fondamentale. Ecco il risultato: Tre considerazioni su Raymond Carver, uno speciale che esce per natale e che vi abbraccia, ma privo di spirito natalizio; carico di esperienze personali di fronte a pagine che si affrontano sempre in solitudine e non lasciano mai soli.

Ci sono tre articoli: uno di Licia Ambu, di cui avete già letto alcune recensioni e articoli su questo blog, e un racconto bellissimo pubblicato su inutile. L’altro è di Matteo Scandolin, che fa parte di inutile e non spendiamo troppe parole su di lui. Rita Mariateresa Mascia è la new entry di questo speciale, e speriamo che ri-entry anche in altri progetti. (Pessimo pun, ma tra poco è capodanno, passacelo.) Ad aprire le danze Marco Montanaro, nostro passato redattore e presente amico, con un’introduzione di cui qui sotto riportiamo l’inizio.

Come sempre in questi casi, è un regalo dedicato esclusivamente ai nostri soci. Per diventare membro di INUTILE » associazione culturale basta pochissimo, c’è da andare a questa pagina e associarsi. Si schiuderà un albero di natale di cose meravigliose.


“Il valore più alto e liberatorio che esiste nell’arte di oggi è la trasparenza. S’intende per trasparenza il fare esperienza della luminosità della cosa in sé, delle cose per quelle che sono.”

Susan Sontag, Contro l’interpretazione

Qualche anno fa ho passato un autunno intero a leggere le poesie di Raymond Carver ad alta voce. Lo facevo al mattino, appena sveglio, in solitudine. All’epoca vivevo in una stanza col soffitto di legno e una piccola finestra a diversi metri da terra. Sembrava di stare in una piccola cappella abbandonata: di primo mattino, dalla finestrella arrivava questa luce dall’alto a benedire la mia lettura.

C’era più di un motivo se leggevo Carver ad alta voce. Uno tra i tanti: le sue poesie sono spesso semplici racconti che vanno a capo — gran ritmo, zero solennità, solo qualche stralcio da vite che mi piaceva pensare simili alla mia. Andò a finire che quelle poesie le imparai a leggere a memoria — cosa ben diversa dal semplice imparare a memoria una poesia — e con degli amici organizzammo una lettura pubblica tratta da Orientarsi con le stelle.

Alla lettura venne un sacco di gente. A quanto pare tutti amano e leggono Carver, pensai alla fine. Ma c’era di più. È che a volte ci arrivo tardi, per cui questa cosa l’ho capita davvero quando ho visto Birdman, il film di Iñárritu: il punto è che Carver è un classico. Può sembrare che i suoi libri siano tuttora un piccolo segreto che gira di voce in voce in una setta altrettanto segreta di lettori più o meno forti, ma non è così. Carver è ovunque: nei libri di altri autori, in quelli dei suoi tristi epigoni, nelle scuole di scrittura, nel cinema, nella musica, nella pittura, nel teatro. Lo percepisci anche quando non c’è, e come ogni classico che si rispetti finisci col leggerlo anche se non lo hai mai letto.

In Birdman, Carver non è solo citato esplicitamente: è l’autore del racconto che Riggan Thomson, l’attore protagonista del film, vuole mettere in scena a Broadway per riscattarsi da una carriera tutta fondata su film tipicamente hollywoodiani. Aspetto tutt’altro che secondario, nel film il regista Iñárritu lavora su uno strano clash culturale, mettendo sullo stesso piano la (presunta) superficialità dei film con supereroi e il realismo d’autore alla Carver, quasi a suggerire che queste due visioni artistiche (e relativi immaginari) non siano poi così distanti. Ma non è di Birdman che voglio parlare, o meglio: per quello che ci interessa adesso, la cosa importante da dire è che per Riggan Thomson l’opera di Carver è uno strumento per riappropriarsi di se stesso.

Noi leggiamo Carver per lo stesso motivo. Raymond Carver è l’autore cui facciamo ricorso quando la nostra vita sta prendendo una certa direzione, soprattutto quando non ne sta prendendo affatto. Percepiamo quella di Ray come una voce amica, perché ha vissuto certe cose, o forse è brava nel farci credere di averle vissute davvero (certo, è un classico, è universale!): zero lavoro e lavori di merda, un bel po’ d’alcol e storie finite male, storie di fuoriclasse nel chiudersi fuori e cercare di rientrare. E in fondo, per quel che ne sappiamo: non è stato proprio attraverso la scrittura che Ray è diventato davvero se stesso, che Ray cattivo è diventato Ray buono?

[per il resto, ti conviene associarti e leggere lo speciale intero!]