IL FARAONE DELLE SABBIE

di Valerio Massimo Manfredi

Ah, il caro vecchio Valerio Massimo Manfredi!

Devo a lui la mia passione sfrenata per i romanzi storici e per l’egittologia. Ho iniziato a leggere da piccolissima, con dei romanzi pensati per i bambini e per i ragazzi.

Poi un giorno, alla biblioteca del paese, ho afferrato un romanzo storico di Marco Buticchi e uno di Valerio Massimo Manfredi — “La nave d’oro” e “Lo scudo di Talos”, ovviamente — e da lì questa passione che mi ha portata ad essere chi sono ora, non si è mai spenta.

Devo a Manfredi anche un insano interesse per il Vicino e Medio Oriente, che mi ha portato, fin da giovane, a decidere di voler fare l’archeologa nella vita; e l’archeologia è stata per lungo tempo la mia strada lavorativa. Ci ho provato per anni, sudando in cantieri sparsi per il mondo, vivendo in accampamenti e in case di missioni sperdute nella Siria più profonda, in Egitto, sul cucuzzolo di monti, boschi e sulla cima di un colle dominato da un castello.

Ho disseppellito oggetti e manufatti antichi, vestigia di un passato spesso apparentemente più glorioso e luminoso del nostro presente, andando alla ricerca dei perché e ricostruendo situazioni sulla base di pochi indizi, disseminati in modo casuale e tenuti al sicuro dentro metri e metri di terreno.

Questa lunga premessa mi serve per far capire che cosa ho provato leggendo questo romanzo di Manfredi, che mi era sfuggito nel tempo.

L’autore, archeologo di formazione, usa esattamente la stessa tecnica nei romanzi che scrive: svela, strato dopo strato, la verità e il mistero che si celano sotto la vicenda storica che ha scelto di narrare.

In questo caso siamo nel deserto del Neghev, una zona arida e brulla, dove il professor William Blake, egittologo di fama mondiale caduto in disgrazia, si ritrova a scavare una tomba egizia intatta, perfettamente conservata, in un luogo misterioso di cui non conosce la collocazione.

E il bello di questo romanzo sta proprio tutto qui. La ricostruzione storica è assolutamente credibile e probabile, così come i vari oggetti, papiri e fonti prese in prestito per tratteggiare un’aura di veridicità attorno all’ipotesi principale, destinata a sovvertire le ricerche storiche svolte fino a quel momento in tutto il mondo.

A dire il vero, per chi un po’ conosce la storia egiziana, la fine del romanzo e lo svelamento del misterioso faraone delle sabbie, avviene circa a pagina 50. Ciò non toglie che la lettura sia comunque molto piacevole e che la struttura del romanzo convinca appieno.

Questi sono i romanzi che amavo leggere quando ero un po’ più giovane, circa quindici anni fa, ormai.

“Il faraone delle sabbie” è stato un vero e proprio tuffo nel passato che mi ha mostrato la lettrice che ero e che non sono più, e l’archeologa che mi sarebbe piaciuto essere ma che non sarò mai.

Il romanzo di Manfredi ci mostra due aspetti della nostra vita che spesso fatichiamo a isolare, perché in costante movimento: l’evoluzione e la ricerca della verità.

Tutti noi siamo chiamati alla vita con questi due obiettivi: tendere al miglioramento costante di sé e cercare la vera via a cui la nostra vita e il nostro intero essere è destinato.

L’autore ci ricorda questo: che tutta la nostra esistenza, così come quella dell’archeologo e dello scrittore, si fonda sull’interpretazione. Un nuovo evento, un fatto, una persona, arrivano di punto in bianco a “sconvolgerci la vita” e noi rimaniamo sorpresi, abbagliati da queste novità.

Quello è il momento in cui ognuno di noi deve interpretare, analizzare, scavare tra gli strati della nostra anima e comprendere che cosa arricchirà davvero la nostra esistenza e che cosa diventerà scarto, perdendo di interesse.

Ecco perché spesso mi ritrovo a dire che sono incappata nell’archeologia per anni proprio per questo: mentre scavavo tra le vestigia del passato, scavavo dentro me stessa; mentre cercavo risposte plausibili a domande enormi, piene di possibili risposte, scavavo dentro le verità del mio cuore e individuavo i miei talenti; mentre mi confrontavo con i colleghi sulla metodologia, imparavo l’arte del dialogo e del rispetto del pensiero altrui.

E questo percorso, questa profonda conoscenza di me, è partita un lontano giorno del 2000, quando ancora ragazzina mi sono innamorata della scrittura di Valerio Massimo Manfredi. E poi dicono che i romanzi non servono a nulla… e questo percorso, questa continua ricerca di profonda conoscenza di me, ha subito una variazione profonda quando mi sono accorta che nulla come le storie scavava davvero nell’animo umano, raggiungendolo e cambiandolo, portandolo alla vera evoluzione.

Un romanzo sull’interpretazione scientifica che si fa interpretazione della nostra stessa vita; un tuffo nel passato che ci restituisce al presente pieni di stupore e vigore.


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