LA RAGAZZA CON LA BICICLETTA ROSSA

di Monica Hesse

Questa storia scava nel profondo mentre la leggi. Veramente nel profondo.

Avevo adocchiato il romanzo subito appena uscito, limitandomi a inserirlo nella mia lista dei desideri, ormai chilometrica.

Siamo ad Amsterdam, nel 1943. Il popolo dei Paesi Bassi ha ceduto all’invasione di Hitler e della sua Gestapo ormai da anni. Gli ebrei olandesi sono perseguitati e deportati in modo sistematico con l’ausilio del comitato ebraico.

I nazisti facevano così: obbligavano alla collaborazione, insinuando senza promettere un trattamento di favore.

Sono molte le storie che parlano dell’orrore di quegli anni, che ormai pochi hanno subito direttamente sulla loro pelle. Questa storia però non si sofferma sull’orrore legato all’Olocausto, ma sceglie di raccontare la realtà parallela all’orrore.

Quella formata da giovani universitari, anziani, impresari di pompe funebri, medici, negozianti, che hanno stipato le loro cantine, hanno scavato pertugi dietro alle dispense, hanno reso sicure le loro soffitte, per ospitare centinaia di ebrei e salvarli alla maggiore deportazione di sempre.

Questa storia inizia con Hanneke, giovane olandese che procura cibo al mercato nero dietro compenso, e con la signora Janssen, che le chiede di ritrovare una ragazza ebrea che ospitava nella sua dispensa, scomparsa all’improvviso senza lasciare alcuna traccia dietro di sé.

La storia evolve e arriva a un finale che nessun lettore accorto si aspetta, e di questo mi sento di ringraziare l’autrice.

Ci sono tre particolari che mi hanno commosso.

Il primo è che Monica Hesse, americana di nascita, ha vissuto ad Amsterdam durante la stesura del libro, si è abbeverata dell’ambientazione e si è documentata in modo capillare attraverso le fonti e le foto che la Resistenza Olandese scattava, nascondendo gli apparecchi in borsette, carrozzine, giacche. Non potevano fare molto, ma potevano immortalare quello che davvero stava capitando, fornire prove ai tribunali futuri.

Sulla stampa clandestina ho letto di alcuni fotografi che fanno reportage dell’occupazione. Documentano tutto, così quando la guerra sarà finita i tedeschi non potranno mentire su quello che hanno fatto qui.

Il secondo è che molti bambini ebrei, ancora in fasce, sono stati nascosti e adottati dalle famiglie olandesi mentre le famiglie giudaiche venivano trasportate tutte al punto di deportazione della città, un teatro smembrato della sua identità culturali più pura. Esistono foto di volontari che si passano questi fagotti da una finestra all’altra, da una mano all’altra, appoggiandoli tra le mani di qualcuno in attesa in un portone, nascondendoli sotto le giacche, portandoli nei pressi delle stazioni.

Ma l’amore non smette mai, suppongo, nemmeno in guerra.

Il terzo è che una storia come questa, fuori dall’ordinario, fa riflettere molto sul tradimento a più livelli. Qui non si parla del tradimento furtivo di cui siamo abituati a spettegolare. Parlo del tradire se stessi; del tradimento di una patria intera; del tradimento della fiducia. Perché prendere una decisione in un solo istante condiziona la nostra vita e la vita di molti.

Io ho deciso di raccontare in questo libro la storia di un piccolo tradimento nel bel mezzo di una grande guerra. Ho voluto raccontare quelle decisioni che talvolta prendiamo in una frazione di secondo, per coraggio o codardia, e di come tutti noi possiamo essere al tempo stesso gli eroi e i cattivi.

Una storia che io consiglio caldamente di leggere a chi ha la malattia acuta del giudizio e che considera la cultura uno strumento superfluo, e non la base di cui si nutre una coscienza collettiva.

Una memoria collettiva.