L’età ibrida

Episodio 6 | Onlife

Marisandra Lizzi
Dec 16, 2020 · 6 min read

In collaborazione con Elisa Lenci Botticella

Abbiamo iniziato questo ciclo di incontri tra le nuvole di New York, camminando su un filo teso tra le Torri Gemelle del World Trade Center. Lassù abbiamo imparato a rimanere sospesi senza avere paura di cadere e ad andare avanti nonostante l’abisso che si apriva sotto di noi. Come? Lasciandoci aiutare da tante discipline differenti: dal marketing alla comunicazione, dalla linguistica alla sociologia, passando per il giornalismo e la psicologia.

In questa camminata sopra le nuvole abbiamo cambiato elemento, ci siamo abituati a vivere nell’aria invece che sulla terra, siamo diventati noi stessi degli esseri ibridi. Ad accompagnarci, tante aziende innovative, aziende che non si sono fatte scoraggiare dalle difficoltà, ma che anzi hanno trovato nuove opportunità dalle sfide che il nostro tempo ci ha messo davanti. Non si tratta di soluzioni perfette, ma di esperimenti che sono stati in grado di plasmarsi sull’età che stiamo vivendo, talmente liquida e mutevole che abbiamo deciso di chiamarla l’età ibrida. Insieme, abbiamo cercato di capirne i confini e i rilievi, ricostruendo meticolosamente ogni coordinata sulla nostra mappa mentale, la stessa che ci ha permesso di non perderci e di arrivare fin qui.

Questa mappa oggi noi la vogliamo restituire a voi, a Milano, a Palazzo Giureconsulti e alle tante aziende che ci hanno seguito.

L’abbiamo chiamata “Manifesto” e con questa testimonianza diciamo addio all’epoca dell’incertezza, entrando a tutti gli effetti in una nuova era geologica, un’era che vede nell’ibridismo una caratteristica fondamentale per sopravvivere: Paolo Iabichino quest’epoca l’ha battezzata l’Ibridocene.

“Solo chi sa farsi mangrovia può vivere, crescere e prosperare nell’età ibrida. Perché bisognerà stare nelle intersezioni, laddove i fiumi incrociano i mari, in acque dolci e salate insieme, in un habitat di convivenze che sembrano contrapporsi e che invece sono linfa vitale”.

Per capire di che pasta sia fatta l’Ibridocene, ci lasciamo ispirare da Luciano Floridi, filosofo e professore ordinario all’Università di Oxford. Fu lui a coniare il termine onlife nel 2013: un lemma a sua volta ibrido, frutto della contaminazione tra online e life, che racchiude in sé il riconoscimento di un nuovo tipo di esperienza che va oltre la classica dicotomia reale/digitale, un’esperienza che ha bisogno di nuove parole per essere spiegata. E a lui si deve anche la metafora delle mangrovie che sarà citata nel primo punto del nostro Manifesto.

Ormai la conosciamo tutti: l’onlife sta nello slittamento tra il mondo reale e quello digitale, ma non solo. Anche la “storia” non vale più come sostantivo, ma suona piuttosto come un avverbio: viviamo “storicamente”, registriamo il presente per il futuro in un processo che ci ha reso sempre più dipendenti dalla tecnologia. È come se ci fossimo avvitati sulla storia, tanto che ormai dobbiamo trovare un altro termine per descriverla: Floridi la chiama iperstoria. Allo stesso modo, anche lo spazio ha cambiato forma, riempiendosi di dati e di informazioni in maniera esponenziale: pensate che se sommassimo insieme tutte le parole mai scritte, tutte le immagini e tutti i suoni mai registrati fino al 2010 raggiungeremmo soltanto lo 0,1% dei dati raccolti negli ultimi dieci anni.

Insomma, sembra proprio che per compilare la nostra mappa occorra persino cambiare le coordinate spazio-temporali: il tempo diventa iperstoria, lo spazio è infosfera e l’esperienza è onlife. Si sente già gridare Terra!

Per capire come vivere nella società delle mangrovie, tuttavia, dobbiamo fare un passo indietro richiamando alcuni passi della teoria dell’informazione. Un esempio sono le intelligenze artificiali: per troppo tempo le abbiamo considerate delle vere e proprie “intelligenze”, anche se in effetti si tratta di processi di ingegnerizzazione della capacità di agire a intelligenza zero. Il loro successo dipende unicamente dal mondo che costruiamo attorno a esse. Pensiamo alla guida autonoma, per esempio. Non si tratta di costruire robot che stiano al volante al posto nostro, ma di cambiare le strade (i sistemi di sicurezza, la segnaletica, la carreggiata) in modo che le AI possano guidare con successo.

Lo stesso capita alle mangrovie: queste nascono nel luogo di incontro tra l’acqua dolce e l’acqua salata. Chiedersi quale tipo di ecosistema possa accogliere le mangrovie vuol dire ragionare in modo novecentesco. Un discorso simile vale anche con la didattica a distanza e lo smart working: non ha più senso chiedersi se siano alternative valide alla didattica classica e al lavoro in ufficio, dobbiamo abituarci a slittare da un mondo all’altro, insomma: a vivere onlife.

Come?

Per capirlo occorre fare un altro piccolo passo indietro, ripercorrendo alcune definizioni della teoria dell’informazione. Siamo informati quando abbiamo una domanda e la sua risposta, siamo incerti quando abbiamo soltanto la domanda (la scuola serve a questo, a farsi le domande giuste) e siamo ignoranti quando non sappiamo neppure riconoscere la domanda giusta.

Il marketing consiste nel dare una risposta senza che ci sia stata posta una domanda, in altre parole una buona campagna di marketing sa cogliere un’esigenza anche se non è mai stata comunicata. Gli strumenti sono tanti: si può targettizzare il proprio cliente e sperare che si generi una domanda (questo funziona, per esempio, nella moda o con gli influencer), oppure si può seguire la strada tracciata dai dati (la pubblicità vive di domande nate da risposte precedenti).

Nel Novecento il marketing non era così importante come lo è oggi: il cliente si chiamava consumatore e la sua capacità di scelta dava luogo a una sorta di competizione tra aziende, responsabilizzando quelle che non erano state scelte.

Il mondo è cambiato quando siamo diventati follower e user: in questo modello il cliente non è più un co-designer del prodotto, la competizione tra i marchi è meno forte e la responsabilità decresce. In altre parole, oggi il marketing ci tratta come se fossimo delle interfacce e non delle interazioni: il follower nasce come contrapposizione tra chi vuole qualcosa e quel qualcosa che si desidera, qualsiasi essa sia: tempo o attenzione, un voto, dei dati o magari i nostri soldi. Ormai poco importa.

Come facciamo a migliorare la situazione? Secondo Floridi la soluzione sta nel migliorare il marketing. Nell’economia questo si traduce in nuovi modelli di business, che premino un tipo di marketing più “umano”. Occorre allenare la nostra sensibilità, ma anche sviluppare una legislazione in grado di guidare l’articolazione del mercato. Impossibile favorire i monopoli: il marketing funziona soltanto in un contesto di competizione dove l’utente è al centro delle scelte economiche.

Il beautiful glitch dell’umanità è unico e potrebbe essere non ripetibile. Non sappiamo come sia nato, se per uno scherzo della natura o da un’origine divina, ma sappiamo che è da proteggere. E questa è la lezione fondamentale del ventunesimo secolo: migliorare il marketing in modo che possa essere usato per proteggere e migliorare la vita sulla Terra, la vita di questo beautiful glitch di cui tutti noi facciamo parte.

Grazie a Palazzo Giureconsulti per averci accolti in questo viaggio così appassionante attraverso l’età ibrida. Non potevamo sperare in una casa (fisica e virtuale, ormai va da sé) migliore: qui, nel 1809, è stata fondata la prima Borsa Valori della città di Milano, ma ancora prima, nel 1798, si sistemarono gli uffici del telegrafo. Insomma, da sempre tra queste mura si incontrano commercio e comunicazione, economia e riflessione. Per questo, grazie.

Grazie a Roberta Cocco, Assessora alla Trasformazione Digitale e ai Servizi Civici del Comune di Milano, e a Elena Vasco, Segretario Generale della Camera di Commercio: grazie per avere creduto nel nostro progetto.

Grazie a Nicolò Andreula, Giulio Xhaët, Vera Gheno e Assunta Corbo per essere stati con noi e averci aiutato a tracciare i confini dell’Ibridocene.

Nel dietro le quinte ci sarebbero tante persone da ringraziare, ne cito solo alcune sperando che le altre non me ne vogliano: grazie a Giacomo Chieffi per avere creduto in questo percorso e per averlo pensato insieme a noi, grazie a Valentina Canu, Francesco Sicchiero, Simone Ticozzelli e Elisa Lenci Botticella per aver lavorato al nostro fianco, grazie a Danuta Farah e poi grazie agli studenti del college di Story Design della Scuola Holden, allievi di Paolo Iabichino, che si occuperanno della stesura del Manifesto dell’età ibrida. Se volete sapere qualcosa di più su di loro, andatevi a studiare il “Newtrain Manifesto”, il documento che hanno stilato l’anno scorso, sotto la guida di Paolo, in occasione del ventesimo anniversario del “Cluetrain Manifesto”.

Infine, grazie a Paolo Iabichino, il miglior compagno di viaggio che si possa avere.

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