Basta con le Olimpiadi!

I giochi che vorrei guardare sono quelli Senza Frontiere.

Se per tutti gli appassionati di sport le Olimpiadi sono un’occasione per osservare i migliori atleti del mondo all’opera, per me sono il sottofondo alle partite estive di Burraco, che distraggono gli altri giocatori dal proprio turno e trasformano una guerra all’ultima pinella in un purgatorio di noia.

Non che non riesca a comprendere la meraviglia di corpi che funzionano al massimo del loro potenziale. Ma quando guardo Simone Biles volteggiare in aria a una velocità simile al teletrasporto, il mio primo pensiero è

“è il tipo di persona che sopravviverebbe a un’ epidemia zombie.”

Hanno la rapidità, la forza e l’agilità per sfuggire a incontri critici. Soprattutto, però, hanno la tenacia e il coraggio derivanti dal quotidiano esercizio della propria volontà e dalla disciplina coltivata nel corso di lunghi anni di rinunce. Io probabilmente resisterei una trentina di giorni prima di essere sbranata e poi grigliata un lunedì di Ferragosto da una famiglia di non-morti. (Se volete sapere la vostra probabilità di sopravvivenza ad un’apocalisse zombie, potete fare il test qui sotto). Diciamo che non ho bisogno di essere umiliata dalla realizzazione del pieno potenziale altrui.

Il tipo di competizione che si confà maggiormente al mio essere si avvicina invece al modello dei Giochi senza Frontiere, gare composte da percorsi a ostacoli affrontate da atleti la cui abilità veniva ridotta da ingombranti costumi di gommapiuma, e non incrementata da moderne tecnologie di design. Un appuntamento estivo che riempiva di ilare soddisfazione i cuori di circa 65 milioni di spettatori europei, in media a ogni episodio.

La finale a Budapest, in Ungheria, nel 1995.

Pare che anche a Charles de Gaulle piacessero questo tipo di giochi e che non prendesse impegni nelle serate in cui andava in onda Interville, un programma in cui due cittadine francesi si sfidavano in corse altrettanto demenziali. Così, durante una cena non particolarmente brillante in quanto a conversazione, Charles de Gaulle si trova a fare un pitch a Leon Zitrone, illustre giornalista politico.

“Hai presente Interville: ecco, ne facciamo uno uguale. Però invece di competere tra di noi, sfidiamo gli altri.”
“Gli altri chi?” gli avrà detto quello.
“Tipo i tedeschi, gli italiani, i belgi. Dai dai, così invece di ucciderci a vicenda come in quell’orribile incidente della Seconda Guerra Mondiale, reimpariamo a convivere pacificamente grazie allo spirito di comunione che solo il riso reciproco genera,” avrà risposto il generale al suo conoscente.

E siccome Leon Zitrone era amico del produttore di Interville , in quattro e quattro otto hanno coinvolto altri paesi europei e realizzato Jeaux sans Frontieres, il cui nome negli altri paesi è la traduzione letterale dal francese, ad eccezione dell’Inghilterra che come al solito deve fare l’alternativa chiamandolo It’s a Knockout! Come sarà ovvio a tutti, il programma può essere considerato il seme della nostra Europa unita. E come può essere ovvio solo a posteriori la scelta del nome era una previsione della Brexit.

Per fortuna, le reti televisive europee in quel periodo avevano escogitato un modo per risparmiare soldi scambiandosi programmi televisivi e trasmettendoli attraverso il continente con l’appoggio delle reti nazionali. Il primo programma in Eurovisione è andato in onda nel 1954 e già dieci anni dopo questo sistema ci donava quella perla della musica che è l’Eurofestival.

Il mio brano preferito dell’Eurovision Song Contest 2013

Viene inaugurata a Ischia nel 1965 la prima puntata della trasmissione più longeva nella storia delle coproduzioni che conta 30 edizioni al 1999, una trasmissione interrotta solo dal 1982 al 1988. Anche se all’inizio partecipavano solo 4 paesi, il numero è aumentato con la popolarità della trasmissione. I giochi erano una sorta di termometro della geopolitica europea mano a mano aprendosi anche ai paesi dell’Est. Poiché ogni puntata veniva disputata in una cittadina diversa dei paesi partecipanti, i Giochi erano un modo per conoscere le bellezze e le tradizioni del continente. Il pubblico infatti poteva ammirare, in un originale montaggio che apriva la puntata, una “cartolina” degli elementi caratteristici delle piccole città di provincia che facevano a gara a ospitare, investendo anche economicamente, per farsi pubblicità. Per gli atleti protagonisti era un modo di viaggiare oltre i confini ristretti del loro luogo d’origine, magari perdere la propria verginità con il fidanzatino al di là dei confini nazionali o farsi rimproverare da una compagna di squadra quando si tentava di sgattaiolare fuori dall’albergo per visitare i locali notturni di un paese nordico e meno cattolico del nostro. Ci si scambiava prodotti tipici locali, arrivavano camion di mozzarelle in Ungheria e l’anno dopo valanghe di Ungheresi in Italia, si visitava Llanfairpwllgwyngyllgogerychwyrndrobwllllantysiliogogogoch, la città con il nome più lungo del mondo, che nemmeno i conduttori riuscivano a pronunciare, si scalavano castelli di gommapiuma, ci si travestiva di gommapiuma, si trasportava gommapiuma avanti e indietro, si poteva sentire dal vivo l’arbitro pronunciare trois, deux, un … fiiit, uno dei ricordi d’infanzia più internalizzato dagli europei: era il sogno di tutti partecipare.

Certo, forse si faceva meno sesso che negli alberghi di Rìo durante le Olimpiadi. Ma mentre l’europeo medio non potrebbe mai identificarsi con quei perfettini degli olimpionici, gli spettatori dei Giochi senza Frontiere si sentivano vicini a quegli atleti, si sentivano di possedere una preparazione atletica adeguata alle prove di gommapiuma, già si immaginavano avvolti nella gommapiuma a fare meglio di quelli che vedevano sullo schermo scivolare goffamente in acqua, a vincere per l’orgoglio del propio paese e soprattutto per la propria città di provincia. E l’Italia che è forse il più provinciale tra i paesi è anche l’unico ad aver partecipato a tutte, ma proprio tutte le edizioni, anche se ne ha vinte solo 4. Che ci possiamo fare conta la passione no?.