Blackout

Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. Sei. Sette. Otto. Nove.
La sentiamo ogni sera. E lui conta i passi che ci sono tra la cucina e camera nostra. Poi la buonanotte sussurrata, il bacio sulla fronte, le coperte rimboccate. E quella risposta. 
Tu pensi che un giorno smetterà di crederci? 
Mi chiede poi Lorenzo. Ogni sera mi fa la stessa domanda e ogni sera gli rispondo che non lo so. Poi cambio argomento e tutto diventa più facile.
 
La luce da qui se n’è andata via quando avevo cinque anni e adesso ne ho sedici e mezzo.
La prima sera la ricordo ancora, mia madre venne per la solita buonanotte, il solito bacio sulla fronte, le coperte da rimboccare e me lo disse per la prima volta:

Domani tornerà la luce, mamma?
Vedrai che tornerà Diego, intanto chiudi gli occhi e immaginala forte.

Iniziò così
E chiusa la porta di legno piena di disegni lasciò il mio piccolo mondo per tornare a quello enorme dei grandi.
Alla radio parlarono di un disastro senza precedenti, sui PC vennero aperte aperte mail allarmanti, i cellulari continuavano a squillare e le linee a cadere insieme alle persone. Nei loro corridoi, nel vuoto, per strada e senza capire come fosse possibile.
Nelle prime notti la polizia di tutto il mondo venne assalita dal panico e
dalle vite di chi non riusciva a gestire il tramonto e il buio. Vennero offerti kit di sopravvivenza, assistenza medica e spiegazioni poco soddisfacenti.
Qualcuno aveva improvvisamente tolto la luce.
Tutto funzionava alla perfezione; le lavatrici, i televisori, i frullatori e anche gli aspirapolveri. A qualsiasi ora, sempre. Solamente, dopo il tramonto, in qualsiasi parte del mondo, nessuna luce funzionava più. Non i lampioni, non i fari delle macchine, nemmeno le torce, le insegne dei locali o i display dei cellulari.

Nessuno riuscì a spiegarci cosa successe. I sindaci balbettarono scuse, gli anziani si lamentarono, i politici promisero nuove notti e gli scienziati teorizzarono ipotesi.
Esattamente un anno dopo arrivò Lorenzo.
E nemmeno allora nessuno riuscì a darci risposte. I vicini rimasero senza parole, i medici pure e i parenti si fecero vedere sempre meno. Me li ricordo i primi tempi: lui se ne stava sempre nella stanza in fondo al corridoio in attesa di latte o coccole. In una culla che era stata mia, con tutte le attenzioni che mi aveva portato via.
Dobbiamo farcene una ragione, continuava a ripetere mio padre a mia madre. E così se ne fecero una ragione. Cambiarono i loro impegni, il lavoro, litigarono con le loro abitudini e poi fecero pace con le stagioni. 
Fu difficile ma mia madre rese tutto più semplice. Aveva il dono meraviglioso di trovare una risposta e un posto per tutto. Anche al buio, anche per Lorenzo.

Uno. Due. Tre. Quattro. E poi, Diego? E poi?

E mentre io crescevo, lui ci seguiva e contava i passi di tutti. I miei che mi arrabbiavo per ogni volta che ripeteva le mie frasi. Quelli di mia madre con la sua risata cristallina che arrivava dalla cucina. E anche quelli di mio padre il giorno che se ne andò di casa.

Adesso non me lo ricordo neanche più com’era senza il buio. Con le luci, i lampioni, i fari delle macchine, le torce e tutte quelle cose lì. Dopo mangiato ascoltiamo sempre la radio e, quando è ora, andiamo a letto e ci raccontiamo le storie. A Lorenzo piacciono gli alieni e io gli racconto sempre quella di un’astronave che scende sulla terra e porta la luce in tutte le città. Poi dai rumori della cucina capiamo che lei sta per arrivare.
Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. Sei. Sette. Otto. Nove.
La sentiamo ogni sera. E lui conta i passi che ci sono tra la cucina e camera nostra. Poi la buonanotte sussurrata, il bacio sulla fronte, le coperte rimboccate. E quella domanda che io ho ripetuto negli anni così tante volte che poi è diventata anche di mio fratello. Ma adesso se mi fa il verso non mi arrabbio più.

Domani tornerà la luce, mamma?
Vedrai che tornerà Lorenzo, intanto chiudi gli occhi e immaginala forte.

Poi restiamo noi due, il buio e un’astronave sospesa da qualche parte.
Pensi che un giorno smetterà di crederci?
Ogni sera Lorenzo mi fa la stessa domanda e ogni sera gli rispondo che non lo so. Perché io che è cieco da sempre l’ho capito, anche se nessuno me lo ha mai detto. Lui se lo scopre perde il conto.

Esperance H. Ripanti