Cucina e pregiudizi

Quando l’italiano si siede a tavola all’estero

“Lo stomaco è la vera sede della felicità” scriveva l’inglese Jerome Klapla Jerome nella raccolta di scritti umoristici I pensieri oziosi di un ozioso.

L’autore di questa frase sarebbe potuto essere tranquillamente italiano. Viviamo in un paese dove il sedersi a tavola è un rito religioso e il mangiare uno dei massimi piaceri. Il cibo ha un ruolo così importante che, quando si va all’estero, una delle maggiori preoccupazioni è quella di non trovare piatti buoni come quelli di casa. Al ritorno dalle vacanze, non si manca mai di chiedere «ma il cibo, com’era?». La domanda viene spesso fatta con toni preoccupati e di fronte a una tavola bell’imbandita.

Ho vissuto in Inghilterra per anni, una nazione di certo non rinomata per la sua tradizione culinaria. Al pari della lingua ostile e del poco sole, il mangiare non è un problema da poco per gli italiani residenti in UK.

Per alcuni provare piatti come pie, fish and chips, bungers and mash può sembrare inizialmente un’esperienza affascinante, quasi al limite dell’esotico. Ma il brivido della novità dura poco. Presto ci si inizia a lamentare che la pie è pesante come un macigno, che il fish sa tanto di fritto ma poco di pesce, e che il bungers and mash, mangiato sotto sera, provoca terribili incubi e disturbi intestinali.

Ecco che molti iniziano un’assidua ricerca dei sapori nostrani all’estero. Si tratta di un vero e proprio passaparola, italiani che consigliano ad altri italiani dove trovare una buona pizza senza ananas e spaghetti non accompagnati da meatballs. E’ un attimo crearsi un discreto numero di contatti di pizzerie “da Mario” e ristoranti “Ciao Bella”, locali italiani di nome e di fatto, in cui andare nelle serate più nostalgiche. Se si è davvero fortunati, si finisce in bellezza con Limoncino o Montenegro.

Volente o nolente, quando vivevo a Londra ho cambiato le mie abitudini alimentari da buon italiano. Ho sostituito i tranci di pizza con le patatine, gli espressi si sono fatti lunghi caffè annacquati, e ho smesso di mangiare lasagne una volta a settimana. Una volta mi sono trovata addirittura a mangiare spaghetti e ketchup, la specialità del mio coinquilino tedesco. Ne cucinava chili ogni sera e, a detta sua, erano una vera delizia. Pareva male rifiutare.

Tra BBQ a base di carne brasiliana, cene polacche e Thanksgiving in stile canadese, mi è capitato di assaggiare piatti che avevano ben poco a vedere con la cucina di casa. 
E mi sono dovuta piacevolmente ricredere su tante cose.

Non è vero che i tedeschi non sanno far altro che salsicce. Il mio coinquilino, non quello degli spaghetti al ketchup ma sempre dalla Germania, sapeva cucinare davvero di tutto. Tant’è che è stato proprio lui tedesco a insegnare a me italiana come preparare le lasagne.

Ho capito che il giapponese non è solo sushi. 
Il greco non è solo mussaka. 
Il turco non è solo kebab.
La cucina africana non è affatto tutta uguale. 
Ho scoperto che l’hummus di ceci e le mezzes libanesi mi piacciono da morire, forse più delle nostre bruschette.

Persino i piatti inglesi possono riservare piacevoli sorprese. Non avrei mai pensato di fare colazione con qualcosa di non dolce. Era contro i miei principi. Eppure la mattina che mi sono ritrovata davanti la full english breakfast l’ho mangiata, e pure con gusto.

Un’amica di Madrid mi ha fatto scoprire come gli spagnoli preparano la paella per davvero. Io ho cercato di spiegarle che noi italiani non mangiamo esclusivamente pasta e pizza.

Culinary Map of Europe According to Italy, from Yanko Tsvetkov’s Atlas of Prejudice

La verità è che anche in cucina ci sono stereotipi duri a morire che dovremmo sfatare — specie noi italiani, abituati a sentirci i migliori al mondo. La nostra cucina è indubbiamente ottima, ma questo non significa che si mangi bene solo in Italia. Oltre che “open-minded”, dovremmo cercare di essere più “open mouthed” e provare cose nuove (spaghetti e ketchup a parte). Chissà mai che possano piacerci come la pizza. O quasi.

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