Dopiamoci tutti che è meglio.

Perché lo sport non è solo “Passion”.

Insomma, Alex Schwazer è stato condannato a otto anni di esclusione dalle gare. Questa non è soltanto una punizione, ma una vera e propria condanna, in quanto segna un “bye- bye” piuttosto definitivo alla sua carriera. Riepiloghiamo un poco la sua storia: Dopo numerose vittorie, realizza un meraviglioso oro olimpico ai Giochi di Pechino 2008 dove, non soltanto si aggiudica la medaglia più importante nella marcia 50 km, ma stabilisce un nuovo record olimpico nella sua specialità, 3h 37'09". Nel 2009, ai Mondiali di Berlino, abbandona la gara dopo solo un’ora e mezza per dolori allo stomaco. Il 14 marzo dell’anno successivo, durante la 20 km di marcia a Lugano, riesce nell’impresa di realizzare il nuovo primato italiano in 1h 18'23", migliorando di 30 secondi il precedente, realizzato nel 1992, da Maurizio Damiliano.

Agli Europei di Barcellona 2010 partecipa alla 20 km ed è pure il favorito. Ma proprio perché “essere favoriti” spesso e volentieri porta sfiga, viene battuto di 28 secondi dal ventenne russo Stanislav Emel’janov, che già solo a pronunciare il nome mi viene la tachicardia.

Eppure era il favorito davvero a quella gara, visto che ridendo e scherzando a distanza di 4 anni il bomber russo Emel’janov viene privato del titolo europeo per irregolarità nel passaporto biologico e a Schwazer viene assegnata la medaglia d’oro. Il 28 agosto 2011 ai Mondiali di Daegu partecipa alla 20 km classificandosi solo al nono posto.

Ma veniamo alla nostra pratica preferita: il doping.

Il 6 agosto 2012 viene annunciato che l’atleta è stato trovato positivo all’eritropoietina ricombinante in un controllo antidoping effettuato a sorpresa dall’Agenzia Mondiale Antidoping, e per questo viene escluso dal CONI dalla squadra della 50 km di marcia dei Giochidel successivo 11 agosto. Il CONI, inoltre, sospende l’atleta su richiesta del Tribunale Nazionale Antidoping. Qui, com’è giusto e lecito, perde di credibilità.

Il 23 aprile 2013 il Tribunale Nazionale Antidoping stabilisce per l’atleta una squalifica di 3 anni e 6 mesi. Il 22 dicembre 2014, davanti alla Procura di Bolzano, patteggia la pena di 8 mesi con una multa di 6 000 euro.

Il 12 febbraio 2015 la Sezione del Tribunale Nazionale Antidoping del CONI gli aggiunge altri 3 mesi di squalifica per aver eluso, nel 2012, il prelievo dei campioni biologici violando la Norma sportiva antidoping. Resta fuori dalle gare quindi fino al 29 aprile 2016.

Al termine della squalifica, 29 aprile 2016, torna in gara nella marcia 50 km l’8 maggio 2016, in occasione dei campionati del mondo a squadre di marcia organizzati a Roma, gara che vince con il tempo di 3h39'00".

Il 21 giugno 2016 viene rivelata la notizia della presunta positività di una controanalisi anti-doping su un campione di urine prelevato il 1º gennaio 2016, campione che, in un primo momento, risultava negativo: il successivo test compiuto sulla stessa provetta dopo la qualificazione ai Giochi olimpici di Rio avrebbe trovato la presenza di testosterone esogeno. L’atleta ha sempre respinto queste nuove accuse, definendole “false e mostruose”. La IAAF ha sospeso con effetto immediato in via cautelare il marciatore azzurro.

E poi?

Poi il Tas si è preso secoli per decidere il da farsi e ha optato per comunicare il verdetto direttamente a Rio. Forse tutto questo tempo aveva fatto ben sperare Alex, la cui prima gara si sarebbe dovuta disputare il 12 Agosto sui 20 km. Invece qualsiasi tipo di speranza è stata superflua, come il suo viaggetto a Rio. Non soltanto la dea fortuna lo ha abbandonato, ma soprattutto il Tas lo ha squalificato per ben otto anni di esclusione, condannandolo a finire la sua carriera così: “bocciato” (per sempre).

Sembrerà strano, ma questo non è un post su Alex Schwazer e per dimostrarlo metto in mezzo tutta un’altra storia: Julija Efimova

Nell’ottobre 2013 è risultata infatti positiva allo steroide deidroepiandrosterone (DHEA), il comitato antidoping della FINA l’ha squalificata per 16 mesi. Al suo rientro, avvenuto durante i mondiali di Kazan 2015, ha vinto l’oro nei 100 m rana e il bronzo nei 50 m dello stesso stile. La bella nuotatrice russa quattro volte campionessa del mondo, quest’anno ha rischiato di essere squalificata a vita perchè risultata positiva a un test antidoping il 16 marzo. Il Meldonium è un medicinale cardioprotettore bandito dalla Wada solo dal primo gennaio di quest’anno. Alla fine ha partecipato, vinto e poi frignava per essere stata oggetto di fischi e insulti da parte del pubblico. Anche io avrei pianto, e parecchio.

Come questa, altre mille storie. Le Olimpiadi brasiliane si arricchiscono giorno per giorno di scandali e accuse. Il francese Camille Lacourt, dorsista, ha dichiarato, dopo essersi ritrovato sotto il podio dei 100 dorso pochi attimi dopo Sun Yang: “Ho lavorato tutto l’anno come un cane e mi disgusta vederlo lassù sul podio, fare passerella con la medaglia al collo. Il cinese ha truffato, quello fa la pipì viola. Quando vedo quello lì mi sento male, preferisco gli applausi della gente quando usciamo anche sconfitti, ma non vedere esultare quelli che sono tornati da squalifiche doping. No, non mi piace essere battuto da un cinese”.

Ah, prode Camille, queste dichiarazioni sulla pipì viola sono un duro colpo al mio corazón.

Insomma, bisogna rendersi conto, a prescindere dalle opinioni personali su tutti questi campioni accusati giustamente o ingiustamente, a prescindere dal fatto che un test antidoping mi rifiuto di credere che prima sia negativo e poi per magia diventi positivo, che di certo lo sport non è sportivo per nulla. In tutte le competizioni sportive, non importa quale sia il livello, bisognerebbe gareggiare per dimostrare la passione vorace per lo sport, quello per cui si ha lottato e ci si è sacrificati a 360°, invece adesso è solo una pianta marcia che continua a rendere frutti inevitabilmente marci. Si perde, inevitabilmente, ogni sintomo di bellezza. Oramai, forse, solo le partite di calcetto del venerdì sera non sono truccate. Più che lo sport, ci interessano gli scandali, le cicciottelle con l’arco, i preservativi usati o meno, le stanze degli alberghi, chi è andato a letto con chi. Leggiamo articoli su articoli indecenti, inutili, che a dirla tutta fanno passare la voglia di guardare le Olimpiadi. Non ci si rende conto che se la competizione delle Olimpiadi è malsana, è anche colpa nostra. Soprattutto colpa nostra. Quello che ci raccontiamo fin da piccoli, che “partecipare e non vincere” è la cosa più importante, ormai non esiste più. Quando lo sport, e non solo quello delle Olimpiadi, diventa parte di un ingranaggio più grande, economico, di potere, tutto tende a macchiarsi e a perdere i valori per cui si dedica, anima e corpo, ad uno sport. Se non sappiamo essere competitivi in modo onesto, se dobbiamo dimostrare di essere i migliori denigrando i nostri concorrenti, è soprattutto grazie al tipo di società in cui viviamo. E a cui non sappiamo ribellarci mai, forse perchè in fondo ci piace. Chi fa parte di questa società? Noi. Cosa facciamo per cambiare le cose? Al massimo puniamo con la squalifica un paio di campioni, e poi domani ne arriva un altro altrettanto dopato. Invece di accanirci con uno solo, forse dovremmo far fronte a tutto il sistema.

L’uomo, per composizione naturale, è fatto di buone intenzioni e onestà, non voglio di certo metterlo in dubbio, ma possiede una parte altrettanto forte e collaudata di “voglia di fottere il prossimo”. È all’interno delle istituzioni che questi sintomi dovrebbero essere domati e civilizzati. Ma non ci interessa. E se non ne prendiamo atto e non ci impegniamo, le cose non faranno che andare allo sbaraglio, e lo sport, quello vero, fatto allenamenti, obiettivi, diversità, onestà, passione, sarà solo l’ennesima delle cose splendide che abbiamo rovinato e perduto.