Folie a deux: quando l’amore diventa cattivo

“Omnia vincit amor”

Tutto vince l’amore, e tutto giustifica. O almeno questo è ciò che pensava Doretta Graneris quando, nel 1957, sterminò la propria famiglia con l’aiuto dell’amante Guido Badini, che la convinse di quanto quel massacro fosse necessario per poter vivere indisturbati il loro idillio. Convinzione da cui, probabilmente, fu guidata anche Franca Ballerini nel ’73, quando divenne complice dei delitti commessi dal compagno Paolo Pan. Ed è, forse, ancora per lo stesso motivo, per quell’amore che ci spinge a compiere i gesti più sconsiderati, che di coppie assassine la storia e la cronaca hanno continuato a riempirsi pure in epoca recente: è il caso della strage di Novi Ligure del 2001, in cui Erika e Omar uccisero la madre di lei perché ostacolava il legame tra loro; o ancora, la vicenda della “coppia dell’acido”, i due giovani milanesi che nel settembre del 2015 hanno sfigurato l’ex della ragazza gettandogli dell’acido sul viso.

Secondo il criminologo Ruben De Luca, alla base dei crimini di coppia è la sindrome chiamata “Disturbo Psicotico Condiviso”, più conosciuta come folie a deux (follia a due): due individui, non necessariamente assassini se presi singolarmente, trovano nell’altro non un complice occasionale, ma un partner con cui alimentare fantasie sempre più violente e poi metterle in pratica. Nel 90% dei casi, le coppie diaboliche finiscono però per essere arrestate, e, sempre nella maggior parte dei casi, una volta in manette “l’incanto” della folie a deux si spezza: lei si rifiuta anche solo di guardarlo in faccia, cerca di dimenticare che l’ha amato e che per lui ha ucciso; lui le dà la colpa per averli fatti arrestare. Così Franca Ballerini che non volle più sapere niente di Paolo Pan, così Erika e Omar, che del loro primo giorno di libertà hanno approfittato per gettarsi addosso le colpe l’un l’altra.

Guardando a certi fatti del passato, viene da chiedersi che ne è stato di quell’amore con la A maiuscola che secondo poeti, musicisti ed artisti di ogni tempo, aveva il potere di vincere qualsiasi ostacolo, sfidando la sorte, le convenzioni e persino la morte, se necessario. Morte del partner, come Romeo che si uccise pur di passare l’eternità con la sua Giulietta, o come Isotta, che morì di dolore per la perdita dell’amato Tristano. Quel tipo d’amore idilliaco, pulito, capace di spingere uomini e donne oltre i propri limiti, pare essere ormai dimenticato, seppellito nella memoria come gli eroi epici che lo esaltarono con le loro gesta. Forse perché i tempi sono cambiati e la società con essi, perché con essi è cambiato anche il modo in cui uomini e donne affrontano una relazione; forse perché imbattersi in quel famoso amore che tutto vince, per donne dall’animo meno determinato di quello di Giulietta, a volte rischia di diventare una condanna.

Per noia, per solitudine, per superficialità, per voglia di rivalsa verso una vita che non è stata come la volevano, per l’incapacità di disobbedire all’unico uomo che abbia mai mostrato un interesse nei loro confronti: ecco perché Doretta e Franca diventarono due assassine, ecco perché decenni dopo una giovane di Novi Ligure seguì il loro esempio. Lo fecero nel nome di quello che, per loro, era “l’amore che tutto vince”. Persino il senso di umanità.

Simona Raimondo