Funkier than a mosquito’s tweeter

Quando una voce meravigliosa sceglie di non stare in silenzio.

Il 15 settembre del 1963 a Birmingham quattro bambine rimangono uccise in un attentato in una chiesa. Sono gli anni delle lotte per i diritti civili nell’America dell’apertheid, e una donna, sconvolta da questo avvenimento, decide di scriverci una canzone. Il titolo è «Mississipi Goddman!». 
E la donna è Nina Simone.

Sesta di otto fratelli, Eunice Kathleen Waymon è nata nel 1933 a Tryon nella Carolina del Nord. Sin da piccola mostra una particolare predisposizione per il pianoforte e per il canto. Prima in chiesa e poi tramite delle lezioni di musica classica, si dedica anima e corpo al suo sogno di diventare la «pianista nera più famosa d’America». E così grazie a un fondo istituito apposta per lei, si trasferisce a New York per studiare in uno degli istituti musicali più rinomati del Paese. Ma per la prima volta si confronta con la segregazione: non può essere ammessa ai corsi, è nera. Eunice però resta a New York, lavora in un piano bar e con i soldi guadagnati si paga le lezioni e da vivere. Al lavoro le chiedono di cantare canzoni popolari che sua madre — fervente predicatrice — non avrebbe mai accettato. Per questo cambia il suo nome, diventa Nina, che in spagnolo (niña) significa piccola, e Simone in onore di Simone Signoret; la sua attrice francese preferita.

Sono pochi gli anni che passano dalle lunghe giornate al piano bar al suo nome stampato sui 45 giri in tutta America. E in questi c’è l’incontro con Andy Stroud. Un ex poliziotto che una volta conosciuta tramite amici comuni si innamora di Nina, la sposa, ne diventa il manager e ci crea una famiglia. È il 1961 e Nina per la prima volta nella sua vita si sente al sicuro. Andy, che lei stessa definisce «il miglior manager del mondo», vuole renderla l’artista migliore del Pianeta e Nina, che il lusso lo scopre in una casa in piena campagna, con 13 stanze da letto, un giardino immenso e pure i camerieri, inizia a volerne sempre di più. Ma i suoi desideri non riescono a tenere il ritmo del lavoro: tour promozionali, interviste, concerti privati, viaggi, set forografici. Tutto quanto troppo stressante, difficile e faticoso. E proprio quando Andy le ripete che per guadagnare i soldi che vuole deve lavorare, lei incide la sua “Work song”.

https://www.youtube.com/watch?v=BVNvlPAT4aE

Ma non c’è tempo per fermarsi a pensare alla propria vita. Quattro bambine sono state uccise in una chiesa in un attentato a sfondo razziale e Nina rimane così sconvolta che l’unica cosa che riesce a fare è scrivere Missisipi Goddman. E da lì succede qualcosa: per la prima volta una donna nera parla di quello che la sua gente subisce nel Paese. 
È l’inizio della rivoluzione. E come ogni rivoluzione non viene passata alla televisione né in radio e nessuno al di fuori del mondo «nero» ha il coraggio di parlarne. Ed è allora che Nina capisce cosa deve fare.

«Il mio dovere è quello di raccontare il tempo e la situazione in cui vivo — dichiara in un’intervista. Devo cambiare il Paese, il mondo. Altrimenti non ci sarà più niente da fare. Non ho scelta. Come si può essere artisti senza riportare quello che succede nella propria epoca?»

Ed ecco che Eunice diventa un pilastro della lotta per i diritti civili; conosce Martin Luther King e Malcom X; partecipa alla marcia di Selma e dedica la sua intera discografia a quell’africanità per cui finalmente loro -i neri - non avrebbero più dovuto chiedere scusa. Arriva così Young, gifted and black, l’inno di un’appartenenza viva, bella, felice. Ci si ritrovava ovunque per fare festa e si discuteva di come cambiare il mondo. Era nata una nuova generazione. E a Nina non importava che il suo manager-marito non vedesse di buon occhio la reputazione da attivista che si era costruita. Era diventata una leggenda. Ormai era la musica della rivoluzione, la voce di un popolo fiero delle sue radici e di un’identità che voleva riscoprire.

https://www.youtube.com/watch?v=L5jI9I03q8E

Per ogni battaglia, però, c’è una rinuncia. 
E Nina, per i diritti del suo popolo viene abbandonata dal music business. E alla sua crisi lavorativa si uniscono quella fisica, dovuta ai suoi problemi psichiatrici, e le morti, una dopo l’altra, delle persone che l’hanno accompagnata nella battaglia. Nina abbandona il marito e gli Stati Uniti. Se ne va in Liberia, e inizia una vita nomade. Ma la sua felicità dura poco. Ha bisogno di soldi e per guadagnarne deve mettersi a suonare ancora. Così vola in Svizzera e poi a Parigi. Ma la miseria a cui è costretta, e le poche centinaia di dollari a serata non fanno che peggiorare la sua situazione mentale. Ed è solo grazie a chi l’ama davvero, che l’aiuterà a rimettersi in sesto, e alla sua musica, che calcherà ancora i palchi di tutta Europa. E Nina Simone è tornata. Si alza, e balla, si asciuga la fronte imperlata di sudore e ricomincia a cantare, a ridere. E alla fine ringrazia il suo pubblico come solo lei sa fare.

https://www.youtube.com/watch?v=1bccOfePKVc

Pochi mesi prima di morire, nel 2003, riceve una targa ad honorem dall’istituto che anni prima rifiutò l’ammissione per via del colore della sua pelle. Ma oramai Nina aveva già vinto la battaglia più grande a cui potesse partecipare. Partendo dalla miseria, affrontando la segregazione e la violenza, lottando per i diritti del suo popolo, riemergendo nuovamente dalla miseria e combattendo i suoi demoni. Fino alla fine. Aveva già vinto tutto. E per fortuna ce l’ha cantato.

https://www.youtube.com/watch?v=Zwk7DWq_E3s

«Che cos’è la libertà per lei Miss Simone?» 
«È non aver paura»

Esperance H. Ripanti

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