

“Ho ucciso un uomo sulla via del Po”
In ogni città ci sono vie che acquistano vita propria: via Fontanesi è la via di Diabolich, lo si chieda ai vecchi torinesi
Ho compiuto l’omicidio perfetto, lo so. Mi recai a casa sua, quello sporco retrobottega di via Fontanesi 20; lui mi aprì la porta, sulla faccia la sua solita espressione sorridente. Prendemmo un caffè, ridendo e scherzando come cari amici, e quando si alzò per portare le tazzine nel lavandino, io afferrai il trincetto vicino alla credenza e lo colpii alla schiena. Più volte. Se non ricordo male, diciotto.

Provò a divincolarsi ma dopo la quarta coltellata si accasciò sul pavimento. Non immaginate la fatica nel metterlo a letto e avvolgerlo con un lenzuolo.
Cosa ho fatto? Ho ucciso Mario Giliberti, quel bastardo operaio meridionale. Volevo vendicarmi e ci sono riuscito.
Lo ammetto, sono sempre stato una persona egocentrica e fui deluso quando non sentii parlare dell’omicidio: probabilmente nessuno si era accorto dell’assenza di Mario a lavoro e nessuno era andato a cercarlo a casa. Non mi andava proprio che la mia opera migliore passasse inosservata. Dopo dieci giorni, chiamai da una cabina pubblica la redazione de La Stampa: «Ho ucciso un uomo sulla via del Po». Il cronista mi fece altre domande ma riattaccai. Era la sera del 24 febbraio 1958.
Riflettendoci mi accorsi di esser stato troppo vago; così, la mattina dopo, decisi di spedire anche una lettera al quotidiano torinese. Scrissi il motivo del gesto e soprattutto l’indirizzo esatto per trovare il cadavere: bastava leggere le ultime parole di ogni riga. Per la firma scelsi il nome Diabolich, simile al protagonista del giallo di Italo Fasan, Uccidevano di Notte, letto qualche tempo prima. Lì, il nome dell’assassino era Diabolicus, io tolsi il latinismo e ci misi una H: rendeva il suono migliore.


Quando scoprirono il corpo di Mario, nella capitale sabauda si scatenò il panico. Diabolich, l’omicida. Diabolich, l’enigmista.
La sede de La Stampa fu invasa da lettere di mitomani che si firmavano come me. Nel frattempo la polizia si era buttata sulla pista omosessuale incolpando Aldo Cugini, un giovane bergamasco la cui sfortuna fu di ritrovarsi fotografato insieme a Mario durante il servizio militare. Ritrovarono la foto nel portafoglio del morto. Povero Aldo, si fece quattro mesi in carcere solo perché i periti calligrafici furono degli stupidi.


Dovevano per forza incolpare qualcuno e associarono la sua scrittura alla mia! Andai su tutte le furie. Perché mi si dovevano togliere dei meriti con un falso colpevole? Mi toccò scrivere un’ultima missiva per chiudere ogni dubbio e andarmene tra i vincitori: “il mio delitto non è gioco da ripetersi”, addio Diabolich.
Questa è la mia storia. Ho voluto raccontarla perché di tempo ne è passato e mi piace rimembrarla, a volte.
Certo, da allora mi rattristo ogni giorno quando il bambino sul tram, il negro a mendicare sotto casa o il finocchio delle poste, non riconoscono in me il grande Diabolich.
Come dice quel detto? “Chi fa del bene non lo dice”, ecco, un qualche modo vale anche per me. L’unica gioia me l’hanno data le sorelle Giussani quando hanno preso spunto dal mio nome per creare quel famoso fumetto. Anche se, io non sono un ladro, io sono un assassino.
— — Il “caso Diabolich” di via Fontanesi 20 è un vero fatto di cronaca nera avvenuto nel 1958. L’assassino non è mai stato identificato e, ipotizzandogli un’età di 20/30 anni all’epoca dell’omicidio, potrebbe essere ancora vivo. — —
Simone Cartini