I ❤ SMART

Sicuri?

Nel 2016 tutti sono smart.

Smart sono le macchine tanto brutte quanto facili da parcheggiare, i telefonini con cui essere sempre online, i pacchetti regalo per un romantico weekend in un agriturismo nella provincia di Vercelli.

Nel 2016, ovviamente, anche le città sono smart.

Per definirle con precisione si potrebbe dire una cosa del genere:

Agglomerati umani in cui la pianificazione urbanistica, utilizzando tecnologie telematiche, tende all’ottimizzazione e all’innovazione dei servizi pubblici così da mettere in relazione le infrastrutture materiali delle città con il capitale umano, intellettuale e sociale di chi le abita

Sembra un concetto complicato ma, essendo invece un concetto smart, la cosa è molto, molto più semplice di così.

Questa tipologia di città, infatti, è un riflesso urbano dell’attuale livello di sviluppo della società. Come già Max Weber indicava all’interno del quarto volume di “Economia e potere”, la città è, da sempre, un luogo economico in cui si sviluppano le dinamiche del consumo, della produzione e del commercio. È sulla base del livello di sviluppo e razionalizzazione dei rapporti economico-sociali che, quindi, andranno a crearsi le varie tipologie di città. Quelle smart, secondo questa logica, non potranno che essere diretti prodotti dell’economia neo-liberista globalizzata, espressioni virtuose della sharing economy, fulgidi esempi della modernità interattiva. Smart è la Barcellona della movida post-olimpica, la New York degli orti urbani costruiti su vecchi viadotti o la Londra in cui i delfini sono tornati a nuotare nel Tamigi. O almeno, secondo Forbes, queste sono quelle più rappresentative della categoria a livello mondiale.

Ma siamo sicuri che questo modello di sviluppo urbano sia anche quello più rappresentativo del sistema economico globale in cui viviamo?

Oggi, nel mondo, il 58% degli esseri umani vive in città . Il sorpasso su chi è rimasto in campagna è avvenuto nel 2009. All’interno di questa percentuale oltre la metà è asiatico e, tra il 2014 e il 2050, le sole Cina, India e Nigeria contribuiranno a far aumentare questo dato del 37% . Lì, più che in altri luoghi, il modello di sviluppo urbano più diffuso, però, di certo non è quello della smart city. Distese infinite di cemento, milioni di persone che impiegano ore per provare a recarsi sul posto di lavoro, slum che aumentano ogni anno a dismisura sono le caratteristiche di megalopoli come Jingjinji, New Dehli o Lagos.

In un contesto in cui solo i grandi agglomerati industriali, le multinazionali che sfruttano in modo indiscriminato il territorio e i monopoli capitalistici possono essere competitivi su scala globale le città, come appunto diceva Weber, vanno a costituirsi di conseguenza. E se la realtà è quella che il genio di Michael Glawogger raccontava in “Megacities” o Davis illustra in “Il pianeta degli Slum”, forse, parcheggiare la smart sarà l’ultimo dei nostri problemi.

Eugenio Damasio