Il mio capo ha 8 anni,

ed e` cinese.

Dopo quattro scali e un tempo lunghissimo passato a massaggiarmi la nuca, mi chiesi quanto il viaggio che stavo per affrontare valesse la pena. Anche nei mesi prima della partenza, spesi in biliose pratiche per il visto, valutavo se tutta quella fatica avesse un senso.

A fine febbraio 2015 atterravo a Shenyang e c’erano qualcosa come meno venticinque gradi. Ricordo di essere arrivata a notte fonda e la pista dell’atterraggio, immersa in modo surreale nella neve e nelle luci artificiali, mi mise moltissima paura. Non era la mia prima scappatella in Cina, ma questa volta era diverso. Mi ripetevo costantemente, come mantra, che tutto sarebbe dovuto andare per il meglio. Era il motivetto pressante in testa -Tutto deve andare bene- non posso sbagliare- deve funzionare -.

Quella notte raccolsi il valigione dal nastro e, una volta fuori dalle porte in vetro, vidi subito chi è chi mi attendeva; una donna sgambettava inquieta, un’altra rigida e composta al suo fianco e una bambina infagottata in un pellicciotto giallo canarino.

Vorrei fare una premessa: io e i bambini andiamo d’accordo fino al momento in cui non mi saltano addosso urlando o mi sbavano sulla maglia. Sono figlia unica e non sono un tipo materno. Eppure l’anno scorso, in un momento di follia, accettai di lavorare per questa famiglia cinese. Mi si offriva vitto, alloggio, uno stipendio, un corso all’Università totalmente a carico loro e una buona quantita’ di tempo libero. Per ricambiarli, avrei dovuto prendermi cura della bambina di otto anni: accompagnarla a scuola, riprenderla alle quattro, insegnarle l’inglese, portarla a spasso, inventare uno o due giochi e forse pure farmi sbavare volontariamente sulla maglia. Il compromesso mi sembrava comunque accettabile.

Invece, forse, avevo sbagliato i conti.

Dou Dou, di otto anni, è davvero una bella bimba. Non troppo piccola di statura, capelli lunghi e corposi, occhi splendenti e neri come i fondi del caffè. Longilinea e aggraziata. I bambini in Cina sono tradizionalmente accuditi dai genitori e dai nonni fino allo sfinimento. Vengono cresciuti in scatole di cristallo, ed è esattamente per questo che arrivano alla maggiore età senza avere idea del mondo reale. Se sono fortunati alla fine vengono spediti in Europa o negli Stati Uniti, iscritti a Università dove faranno una fatica incredibile per integrarsi. Per quelli delle famiglie ricche, la situazione supera il confine dell’immaginazione. Questi bimbi possiedono tutto, fanno ciò che vogliono e hanno una vita impegnata e competitiva fino allo stremo. Dou Dou passava dalle sette e mezza alle quattro a scuola, al lunedì pomeriggio la lezione di pianoforte e poi quella di danza. Il martedì pittura e poi di nuovo pianoforte. Il mercoledì disegno e danza, il giovedì musica e inglese. Il venerdì altri due impegni che non ricordo, al weekend la stessa identica solfa. La domenica sola, aveva il tempo di andare fuori casa dei nonni, nel parco giochi comune, e saltare la corda e fare l’altalena. In tutto questo trambusto di impegni, inoltre, i rapporti sociali con il resto dei bambini non esiste. In Cina devi primeggiare, devi essere il migliore in qualcosa, devi fare le scarpe al tuo compagno di banco, anche se hai solo otto anni.

In Cina, sei solo.

La prima volta in cui la accompagnai a scuola ero tranquilla, in fondo ci volevano solo dieci minuti a piedi dalla casa in cui abitavamo. Sembrava semplice. Afferrai con impaccio la mano di Dou Dou, mi misi in spalla lo zaino rosa fatato e partimmo. Ma lei non aveva nessuna voglia. Ricordo che cercavo di persuaderla dolcemente e al contempo trascinarla più rapidamente possibile. Quei dieci minuti duravano secoli. Lei frignava risolutamente— non voglio- non voglio- non voglio- non voglio- e io ricordo di avere pensato la stessa identica cosa –non voglio- non voglio- non voglio. Una volta giunte all’entrata, bisognava infilarsi nella massa infinita e informe di cinesi in attesa che i loro rispettivi bimbi entrassero in cortile. Mi dissi, anche quella volta, che nulla sarebbe dovuto andare storto; presi Dou Dou ancora frignante tra le braccia e cominciai a spingere fino a scavalcare la folla. A quel punto lei, vedendo un paio di compagni di classe, decise di saltare giù e correre via.

Il mio patibolo sembrava finito, invece avevo fatto male i conti ancora una volta. Non avevo notato che la folla aveva concentrato l’attenzione su di me. Più alta, occidentale, tra le mani una bambina cinese in lacrime. Guardavano dritti nella mi direzione e stringevano le cerchie su di me. Non parlavano, non chiedevano, restavano immobili, stretti l’uno all’altro, a fissarmi.

Quella fu la prima volta in cui compresi quanto possa dolere sentirsi scrutati con sospetto e diffidenza. Quasi con odio. Lo sguardo di rigetto per ciò che è totalmente estraneo. Strinsero le cerchie ancora un poco e dovetti farmi forza e contrastarli e spingere per cinque minuti prima di riuscire a scalzarmi la gente dispettosa di dosso.

Le prime settimane, insomma, furono dure. Una lunga apnea in una condizione alienante. Io e Dou Dou attraversavamo momenti di odio reciproco poiché nessuna delle due intendeva arrendersi all’ingombranza dell’altra.

Le cose migliorarono sensibilmente quando lei capì che al ritorno da scuola ci sarebbe stato cibo italiano e torte ad attenderla. Ingozzarla, infatti, mi sembrava l’unico modo per domarla. Le cose migliorarono ulteriormente quando si rese conto che per avere la meglio bastava urlare con la voce stridula e mantenere quell’urlo statico nell’aria per tre o quattro secondi. Io sarei impazzita e lei sarebbe stata libera di arrampicarmisi addosso e ottenere qualunque cosa.

Passavano i mesi e pian piano anche gli abitanti del condominio si abituavano alla mia presenza. Dopo l’indifferenza dei primi giorni si avvicinavano, cercando di capire cosa ci facessi in mezzo a loro. La madre di Dou Dou, Lili, è la proprietaria di un’agenzia di viaggi per gente che annega nel denaro. Business woman, si era fatta da sola una volta che il marito l’aveva abbandonata durante i nove mesi di gravidanza. Situazione particolare per la Cina che, nonostante lo sviluppo violento, non dimentica il peso della tradizione.

Dou Dou infine imparò a fidarsi della sottoscritta. Una notte, alle tre del mattino, la madre dovette uscire di corsa, e lei, spaventata, s’infilò nel mio letto obbligandomi a cederle il preziosissimo spazio. E’ incredibile come, nonostante le diversità, due esseri umani imparino a capirsi. Abitudini che si mescolano creando ibridi. Ricordo perfettamente della perseveranza con cui, questo essere umano di otto anni mi costrinse, durante un pranzo, a ingozzarmi di vermi che i cinesi amano arrostire al barbecue. Dou Dou ammirava piuttosto soddisfatta la mia trasformazione, e se io la guardavo bene, notavo la sua. Partecipare alle sue gare di danza, dormire nello stesso letto, inventare storie e ballare per casa senza sosta, cucinare insieme, lasciarmi vestire da principessa una quantità di volte che non voglio neanche ricordare. Imparai il suo gergo, mentre lei riproduceva suoni Italiani rubati alle mie telefonate. Un paio di ceffoni sulle guance per lei e i suoi calci inaspettati quando più io lo meritavo. Mi mostrava gli strani meccanismi della sua testa e le ragioni, le usanze della Cina, con timida ingenuità. Non c’era da lamentarsi, ma solo lasciare che la pelle assorbisse tutto.

Attraverso lei e la madre, frequentando solo famiglie e ragazzi della mia età cinesi, mi resi conto che mentre i primi tempi avrei solo voluto fuggire a gambe levate, a quel punto la mia mente e il mio corpo si erano adattati perfettamente. Ero diventata malleabile. Attraverso tutti quegli occhi scuri come pozzi e sottili come linee, imparavo meglio anche a capire la città e le sue stranezze. Mi era già capitato di abbandonarmi ad altri mondi come se non dovessi tornare mai più nel mio, ma non era mai accaduto in modo così’intenso e graffiante. Avevo attraversato quelle vite che non erano la mia e me ne ero impossessata, ero diventata parte di una famiglia e di una città in cui non ero nata.

Ad Agosto ci separammo, lei sarebbe partita con la madre per un mese in America, io avrei trascorso i miei ultimi trenta giorni in viaggio per la Cina. Da nord a sud, zaino in spalla. La mattina della partenza le accompagnai in aeroporto esattamente come loro erano venute a prendere me sei mesi prima. A Shenyang, in estate, fanno, se sei fortunato, quaranta gradi umidi. Dou Dou mi guardò come se al mio ritorno fosse scontato trovarmi ad aspettarla all’uscita delle porte di vetro.

Un mese dopo arrivai in aeroporto e mi attendevano quattro scali e il torcicollo della posizione scomoda per tornare in Italia, il mio mantra di febbraio ritornò cantilenante a farmi visita.

Due frasi a far crepitare cuore e mente:

<< Forse non e’ andato tutto liscio,
ma ne è davvero valsa la pena >>
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