Insegnare il dissenso

Alternativi, radical chic, figli di papà, perditempo, fricchettoni, annoiati. Queste sono le cose che di solito si associano al mondo dei sindacati studenteschi.

E in effetti le lotte per garantire carta igienica nei bagni e pizzette calde a ricreazione sono una realtà di questo universo. Così come i manifesti ideologici che sanno di cannette al parco, Modena City Ramblers e vino scadente.

Ma ridurre l’intero movimento all’ennesima moda da giovane annoiato figlio di una borghesia confusa è un errore.

Perché saranno anche finiti il Sessantotto, le rivendicazioni studentesche che hanno portato alla stipulazione dello Statuto delle Studentesse e degli Studenti e sarà morto pure Berlinguer ma la mia esperienza nella Rete degli Studenti Medi di una banalissima provincia persa nel centro Italia mi ha insegnato che anche provare a cambiare le cose vale come una piccola rivoluzione.

Ai tempi di Facebook, delle gare di selfie, dei licei che ti dicono che la politica e l’attualità devono stare fuori dalla scuola, anche fingere o tentare di cambiare le cose è sempre meglio che far finta di nulla.

Pure se poi tutto si perde in festini, concerti e altre derive tipiche di quell’età — l’adolescenza — dove il mondo ti appare o terribilmente orribile o entusiasmante. Senza zone grigie, oscillando la percezione anche più volte nello stesso giorno.

Ma anche così è sempre meglio del vuoto, della vita di provincia fatta di omologazione e menti addormentate dalla noia.

Perché non si può arrivare a diciotto anni senza nemmeno sapere l’orientamento politico dell’attuale Presidente del Consiglio e, fidatevi, è accaduto veramente.

Il Sindacato serve, con tutti i suoi problemi e i suoi difetti. Ti costringe a smettere di confrontarti solo con la tua immagine riflessa, aprendoti alla vita reale e svelandoti la realtà per quello scontro di forze che è.

Ti insegna a porti in maniera dialettica con quello che ti circonda, a metterti in gioco, a scardinare la realtà. Insegnamenti che possono servire molto, soprattuto quando hai sedici anni e vorresti solo rinchiuderti nel tuo regno mentale e fuggire dal mondo circostante alla velocità più forte che puoi.

E’ ovvio che con quei cortei non cambierai l’universo, che resterai comunque nell’anonimato e che il massimo a cui puoi aspirare è un comunicato stampa pubblicato sul quotidiano locale. Ma non è questo il punto.

L’ingenua spinta spontanea a cambiare le cose è proprio ciò che rivela la forza dei sindacati giovanili. Una molla che ultimamente soprattutto in Italia sembra sempre più scarica.

Insegnare il dissenso è la linfa che porta avanti il futuro, ed è un insegnamento che solo un’esperienza nel Sindacato degli Studenti può darti.

Questo accade se lo stesso Sindacato resta esterno alle logiche grigie e stantie del Sistema che prova a contrastare. Senza montarsi la testa o burocratizzarsi, come a volte può accadere.

Solo la forza ruvida ed indipendente può mandare avanti questo movimento che è fra le migliori scuole possibili.