Iride Libri: “Il grande animale”
Intervista all’autore Gabriele di Fronzo

“Mi chiamo Francesco Colloneve e di mestiere sono un tassidermista”
Ci sono romanzi che ti trascinano, ti chiudono dentro la propria morsa e non ti fanno uscire fino al volgersi dell’ultima pagina. Questo succede con Il grande animale di Gabriele Di Fronzo (ed. Nottetempo, 2016, € 12). Con una scrittura asettica e claustrofobica Gabriele ci conduce nella vicenda di Francesco Colloneve, tassidermista, e del padre, malato di Alzheimer, da sempre poco incline alla bontà verso il figlio. Una convivenza ritrovata per assistere la figura paterna nell’ultimo atto; una ricerca introspettiva verso il senso di perdita e del ricordo. Perché non è mai troppo tardi per sanare alcune ferite e ricucire un rapporto.

Noi di Iride Magazine, in queste due settimane, scriviamo sul tema della “pelle” e abbiamo incontrato Gabriele per una breve intervista:
1- Perché la scelta di un tassidermista come protagonista? Cosa ti incuriosiva di questa figura?
Nel 1922 Emily Post scrisse Etiquette in Society, in Business, in Politics, and at Home, un galateo che insegnava a comportarsi pubblicamente: le posate adatte a questo o quell’altro cibo, i vestiti idonei a questa o quell’altra cerimonia, come salutarsi, come tenere insomma sempre un portamento onorevole in società. Codificò istruzioni davvero per tutto, anche per dove sedersi ai funerali e cosa portare, una volta a casa dopo la funzione, da bere e da mangiare alla vedova del defunto. Ora, il protagonista de Il grande animale ha inventato un suo galateo comportamentale per il lutto. Cosa fare per fare cosa quando la mancanza, la condizione più indissolubilmente triste con cui un individuo troppo spesso deve confrontarsi, incide verticalmente nella sua esistenza. Credo quindi che a prevalere, nel momento in cui arrivai a riconoscere nell’imbalsamatore di animali il protagonista necessario di questa storia, sia stata l’intenzione di mettere in scena una professionalità, un operare e un’indole che fungessero da correlativo oggettivo per quello che desideravo raccontare. Questo concetto T.S Eliot lo definì come “una serie di oggetti, una situazione, una catena di eventi pronta a trasformarsi nella formula di un’emozione particolare”. L’imbalsamatore vive e opera nel ristretto insieme intersezione tra la vita e la morte, tra il possesso e la perdita: avevo deciso di raccontare un abbandono per cui il protagonista avrebbe dovuto vantare una natura ibrida, mezzana tra scienza e magia, tra laboratorio e favola, ma evidentemente liminare innanzitutto tra la vita e la morte, tra presenza e scomparsa.
2- Nel romanzo, il processo di imbalsamazione è descritto con estrema dovizia di particolari, in che modo è avvenuta la tua formazione, presumo prettamente teorica, in tale materia?
A un tempo necessariamente dedicato alla scrittura è preceduto un periodo, altrettanto indispensabile, in cui mi sono documentato perché potessi raccontare con competenza questa storia. Sono stati mesi in cui non ho scritto una sola riga del romanzo. Ho preso appunti, affastellato saggi e manuali sui tavoli dove mi trovavo a lavorare, infittito di scarabocchi più di un paio di taccuini, registrato traiettorie possibili e formulato intenzioni plausibili. Senza studio, senza ricerca, senza le giornate in biblioteca e quelle nel Museo Regionale di Scienze Naturali il libro non avrebbe potuto esserci, perlomeno non così: quando ho valutato che le mie abilità teoriche in fatto di tassidermia (sì, solo in linea teorica: non ho mai affondato le mani nel ventre di un cerbiatto) fossero a un buon livello, solo allora ho capito che avrei potuto iniziare a trovare l’idioletto idoneo per il mio protagonista e il giusto movimento per le sue mani.
3- Sempre a proposito di pelle, sono rimasto incuriosito dal rituale creatosi durante gli ultimi giorni del padre, ciò che Francesco definisce il “traffico alla pari dei vestiti”: un gioco di scambio degli abiti con il padre, sotto sua richiesta, e il piacere che egli ne riceveva. L’estrema conciliazione del conflitto con il padre avviene attraverso un contatto possiamo dire “epidermico”?
La coincidenza epidermica è l’intimità maggiore che si possa avere con un altro individuo. Con il contatto fisico si battezzano relazioni, accordi, si ufficializzano legami, li si rende privati prima e poi pubblici. Il mio corpo conosce l’altro solo attraverso la pelle. La contiguità tra due esseri umani non è altro che una prossimità di pelli. Altrimenti è una vicinanza opaca se non bugiarda. Ed è attraverso la pelle che percepiamo piacere e dolore. Il suo spettro olfattivo è infinitamente ampio e anche da lì passa l’attrazione per un altro essere umano o la nostra repulsa. Ha la tangibilità che manca alle emozioni e spesso le traduce in evidenze, in azioni riconoscibili a chi ci sta vicino. Accade questo, sia con lo scambio dei vestiti e sia la notte che il padre chiederà al figlio di dormire con lui nel suo letto a una piazza: i due personaggi tentano l’accordo, il superamento e la riconciliazione e per farlo si auspicano che le loro pelli siano consenzienti a questa nuova pace tra uomini.
4- “Qualunque cosa non si voglia perdere va innanzitutto svuotata […] solo così, ciò che altrimenti subito scomparirebbe, rimarrà nostro per sempre”. Quanto è importante l’involucro, l’apparenza esterna, per il protagonista Colloneve?
È la eco della vita che perdura anche oltre la morte. È la sola fattezza che si mantiene nel ricordo, l’unica sembianza che trasgredisce l’abbandono.
5- Sei un ex studente della Scuola Holden, pubblicare un romanzo è un obiettivo di molti, quale consiglio ti senti di dare a coloro che ancora stanno studiando alla scuola?
Impegnarsi, distraendosi il meno che si può, per conoscere nel dettaglio la propria pelle. L’odore, le sfumature di colore, dove e quanto fa male e cosa dà piacere. Prima del timbro di voce c’è la pelle e subito dopo, le mani.
