La città abbandonata di Pripyat


Sulla lavagna polverosa di una scuola, non lontano da Via Lenin, una scritta.
Non torneremo più. Addio. Pripyat, 28 Aprile 1986.
Nella classe l’umidità scrosta la vernice dal muro. Sui banchi, quaderni e astucci accumulano da trent’anni i detriti del soffitto che crolla.
Tutt’attorno il silenzio.
Per circa trenta chilometri in ogni direzione, anche gli uccelli cantano meno. I loro cuccioli nascono con una testa troppo piccola per far sviluppare il cervello, muoiono presto.
La Zona di alienazione sarebbe completamente disabitata se non per qualche pazzo tornato a vivere illegalmente in quel luogo dove perfino autobus ed elicotteri hanno un proprio cimitero. Sono stati lasciati lì dopo l’evacuazione, in parte insabbiati per evitare la dispersione di radiazioni. I militari che sorvegliano gli accessi a quest’area, per la loro stessa incolumità, prestano servizio per non più di qualche mese ogni volta.
Il 26 Aprile del 1986, alle ore 1.23 circa, un’esplosione nel reattore n. 4 della centrale di Chernobyl provoca il più grave incidente nucleare della storia, eguagliato solo dal disastro di Fukushima, nel 2011. Le nubi di particelle radioattive, trasportate dai venti, nei giorni successivi arrivano fino in Svezia, nel Regno Unito e anche in Italia.


A soli tre chilometri di distanza, i circa 50,000 abitanti di Pripyat dormono inconsapevoli del pericolo. La sera dopo l’esplosione, alcuni si soffermano a guardare le luci dell’incendio all’orizzonte. Il consiglio comunale aspetta un giorno e mezzo prima di far sgomberare la popolazione. Dagli altoparlanti, il Partito Comunista consiglia di portare solo gli effetti personali necessari, i documenti e del cibo. È una situazione temporanea, ripetono. Con calma, i cittadini raccolgono le cose essenziali, chiudono l’acqua e le finestre, spengono le luci prima di lasciare le loro abitazioni e salire sui trasporti arrivati da Kiev. Non sanno che non faranno mai più ritorno.
Il direttore attuale di Chernobyl ha affermato recentemente che la zona sarà inabitabile per i prossimi 20,000 anni.
Da quando è disabitata, lì sono tornati lupi, alci e cinghiali. Potrebbe essere una riserva naturale, se non fosse per le radiazioni. Invisibili, sono penetrate nelle piante e nel suolo: le foglie cadute si accumulano nelle zone ad alta radioattività, evitate anche dagli insetti che dovrebbero decomporle. Sono penetrate nelle stanze dei bambini che hanno lasciato i loro giochi nei palazzoni di Pripyat, convinti di riaverli a breve. La fascia di età tra gli 0 e i 18 anni è stata quella che ha sviluppato più tumori alla tiroide, una delle maggiori conseguenze dell’incidente. Alcuni li mandavano anche in Italia, per qualche mese, a decontaminarsi.


Costruita dal nulla negli anni ’70 per ospitare i lavoratori della centrale, la chiamavano “la città dei fiori” prima del disastro. Le vie dritte e larghe esponevano con orgoglio 33,000 aiuole di rose. L’aria doveva essere dolce quando sbocciavano. Nei pomeriggi tranquilli e temperati, ci si incamminava verso il centro dove c’erano la biblioteca, la sala da ballo del centro culturale, l’hotel Polyssa che ancora domina la piazza principale. Ora nelle aiuole crescono alte le erbacce. Gli alberi emergono dalle case vuote invadendo la strada. Della piscina pubblica si può ammirare il fondale profondo dove discendono grovigli di edera. Il parco divertimenti che sarebbe dovuto essere inaugurato il primo maggio di quell’anno rimane inutilizzato.
Fuori al cinema Prometey, la statua dell’eroe tiene alta la fiamma che lo ha reso famoso. Era il simbolo della città: entrambi avevano portato l’energia all’uomo. E come nel mito, entrambi ne avevano vissuto le conseguenze.
Claire Power