La città e i Non Luoghi

Ovvero perché i Supermercati non crescono nei Prati e il Cimitero non è messo a fianco del Banco Frigo.

Non luoghi o “Non lieu” come li ha chiamati per primo nel 1992 il francese Marc Augé, è la definizione di quei posti privi di identità, anonimi, che si presentano con asettici e impostati rapporti sociali e non hanno legami con la tradizione delle persone che li abitano e la storia del territorio.

Combustione legno, Alberto Burri, 1957

È come camminare sulle filigrane del telo latex carbonizzato di un quadro di Burri: sei sempre al bordo di un profondo grigio, alternato, a tratti, da macchie di giallo e bianco. I palazzi si vedono come dal fondo di una pozzanghera, liquidi, e dimensione e forma sono date da riprese satellitari dall'alto. Le case sono in reticoli che non si sa più a chi appartengano e le strade si chiamano con nomi di morti senza saperne il motivo.

Nel quadro di Burri o negli aeroporti, in autogrill o nei centri commerciali di una città, si sta come su una nave vista dall'alto con passeggeri finti; una nave non da crociera, ma da merci, con la solitudine delle nuove merci.

Non credo Burri pensasse ai luoghi che perdono la loro identità nelle città post-moderne, carbonizzando l’ennesimo latex, dando la sensazione di catrame colato sulla parete beige il cui percorso è visibile solo se controllato dall'alto di una mappa labirintica. Mi incammino nella mia città, luogo di miele e calcestruzzi sotto la luce delle lanterne e dalle finestre delle case, e ne sento i vuoti. L’impianto urbanistico è solo una cosa da attraversare, confine rotondo tra fiumi e montagne. Ed è proprio attraversando un fiume che riconosco cosa significa sentire l’atmosfera di un luogo, la scia degli accadimenti passati ancora nell'aria, il riverbero di qualche cosa che è stato e che fa, per forza, la me di adesso.

Entro nel cimitero, varco in cui i vivi vanno a visitare i morti, come un Halloween al contrario. Il suono dei miei passi cambia rumore oltre il confine perché i piedi si trovano ad avere sotto di sé cocci di pietra e sassi che danno lo scricchiolio della ghiaia che solo qui viene ancora usata. Lo si sente, il sentimento del tempo vissuto assieme, un passato che è più che mai presente. La sensazione che parte dallo stomaco fin nelle viscere e fa scendere, calde sulle guance, le lacrime. Le pose delle fotografie, a volte, non sono buona memoria delle persone lì sepolte, mancano di simpatia e sono un po’ impettite, i lumini fanno strada in serie, in alto, in basso, a destra e a sinistra.

La commozione non ce l’avresti se il cimitero fosse trasferito in un supermercato, accanto al banco frigo; non l’ avresti pregando un tuo caro al duty free di un aeroporto o al controllo bagagli e documenti; non l’avresti all'incrocio sprovveduto, sotto un semaforo giallo tra 4 strade.

L’avresti, però, se ti ricurvassi su una qualsiasi di queste foto illuminate dalle piccole lanterne fra petali dei fiori a ornamento e un blocco di marmo, in silenzio. L’avresti se così ti mettessi, in un lento scollinare di una montagna, tra il vento freddo che pettina l’erba tutta da un lato. L’avresti, se fossi chino sulla riva di un ruscello che gocciola perpetuo su pietre chiare e fresche e si lascia cadere con calma infinita e noncuranza.

I morti sono gli stessi, ma non tutti i luoghi permettono tutto, anzi. Forse è per questo che le strade sono intitolate a chi è stato. Forse, è un disperato tentativo di riportarci nel solco delle cose e lasciare l’orlo del disegno su cui ci illudiamo di camminare.

Silvia Muletti