La vendetta si consuma porno

H come Hunter Moore: l’uomo più odiato di internet

Rolling Stone l’aveva definito «l’uomo più odiato di internet». Hunter Moore, ventinovenne californiano, è stato uno dei primi e più orgogliosi operatori di siti di revenge porn (porno della vendetta), dove si raccolgono immagini esplicite di persone pubblicate senza il loro consenso, spesso associati a nome e cognome e dettagli sulla vita privata o online delle vittime, come link alle pagine social, email, indirizzo di casa o lavorativo. IsAnyoneUp.com, quando è stato chiuso nel 2012, fruttava a Moore circa 20.000 dollari al mese in pubblicità. Lo scorso dicembre Moore è stato condannato a 30 mesi di carcere per le accuse di cracking e furto d’identità, in quanto pagava un giovane informatico, Charles Evens, allo scopo di infiltrare le email di donne e rubare immagini intime delle stesse per la pubblicazione sul sito.

Conosciuto sul web come Forza Chiara da Perugia, il primo famoso caso di revenge porn italiano, risalente a oltre dieci anni fa, è un video ancora discusso nei forum online e probabilmente ancora presente in rete. Perché una volta che qualcosa circola online è molto difficile rimuoverlo definitivamente: anche se i file vengono eliminati da un sito, questi possono essere ritenuti negli hard disk personali, e ricondivisi online, con tecnologia peer-to-peer, o tramite social e applicazioni come Whatsapp, a velocità impressionante.

Proprio tramite Whatsapp, l’anno scorso un video intimo di una ragazza napoletana è diventato virale, identificato dalla frase ormai cult «Stai facendo un video… bravoh». Il video ritrae la ragazza mentre pratica una fellatio. I due coinvolti nell’atto si scambiano parole erotiche. Lei è evidentemente consapevole della ripresa.

Ma rimangono avvolti nella leggenda molti dettagli, compresa la consensualità e le motivazioni della diffusione di tali immagini. Forum e articoli di commento si soffermano sul suo presunto tradimento e il suo coinvolgimento attivo nella registrazione. E come per altri casi, la responsabilità della diffusione ricade sull’ingenuità della ragazza («Se l’ è cercata, avrebbe dovuto pensarci prima»).

In un sondaggio del Cyber Civil Rights Initiative, è stato riscontrato che il 90 per cento delle vittime sono donne. Un dato spropositato che posiziona il revenge porn tra i casi di violenza di genere, considerata dall’ONU una forma di violazione di diritti umani nei confronti delle donne «in quanto donne» che ne limita il godimento di diritti e libertà.

Un report nato dalla collaborazione della UN Women e della Broadband Commission for Digital Development, riporta che una 1 donna su 3 subirà qualche forma di violenza nella sua vita e che il 73% delle donne hanno già subito forme di violenza online. La commissione preme sui vari governi e operatori online perché affrontino la problematica sia dal punto di vista dell’educazione verso il rispetto e alle tecnologie sia nello sviluppo di legislazioni appropriate ed efficaci, date le dimensioni del fenomeno e gli effetti reali psicologici, economici e fisici della violenza virtuale.

La condanna di Hunter Moore, per quanto esemplare, non punisce però esplicitamente la sua attività nell’ambito del revenge porn, ancora non regolata da leggi specifiche in molti stati, compresa l’Italia. Nel 2014, Israele è stato il primo stato a identificare il revenge porn come reato sessuale, mentre Google, Twitter, Facebook si stanno muovendo dall’anno scorso per arginare il problema, tramite moduli per la rimozione delle immagini non consensuali dai social e dei link che conducono a siti che raccolgono tali immagini. E in Italia? Al momento, non è prevista una normativa specifica che punisca il revenge porn, che può attualmente ricadere all’interno del codice penale nell’ambito della diffamazione, che punisce “ogni offesa dell’altrui reputazione posta in essere con qualsiasi mezzo di pubblicità”, o nell’ambito del diritto di immagine e alla privacy. Il Fatto Quotidiano riporta che la Cassazione ha suggerito l’aggravante per la diffusione tramite internet «per l’intrinseca caratteristica di essere destinata a un pubblico vasto la sanzione attuale non è proporzionata al pregiudizio che il soggetto passivo riceve».

Claire Power