Mollo tutto e vado a Londra
Ma lavoro poi lo trovi?

Era il 2011 quando sono partita per Londra. Avevo appena finito l’università, e non sapevo cosa fare della mia vita. Come tanti giovani (e non necessariamente cervelli) hanno fatto prima di me, ricordo di essere partita carica di entusiasmo e aspettative. Altrettante erano le paure e incertezze.
Inizialmente volevo restare solo qualche mese, trovare un lavoro e imparare l’inglese. Poi sarei tornata in Italia per fare la specialistica. Le mie idee erano però alquanto confuse, e alla fine sono rimasta in Inghilterra per cinque lunghi anni.
Londra è una città che resta nel cuore — anche se viverla non è certo una passeggiata. Gli affitti carissimi, il cielo sempre grigio, i suoi ritmi così frenetici da inghiottirti. Le ore passate in metropolitana, ogni giorno. Il flusso continuo e travolgente di persone: gli sconosciuti sempre di fretta, e gli amici che vanno, vengono e ripartono.

Non pensiate che questi siano solo stereotipi. Vi basti sapere che, paradossalmente, lavorare a Londra pendolando da Madrid costa meno che vivere a Camden Town.
Eppure, il numero di italiani che sbarca a Londra in cerca di fortuna non fa altro che aumentare. Si parla di circa seicentomila presenze stabili in tutto il Regno Unito.
“Metà nella capitale, metà nel resto del paese. Gli ultimi dati dell’Office for national statistics davano 44mila arrivi italiani nell’anno passato, con un aumento del 66 per cento rispetto al precedente: superiore a quello degli arrivi dagli altri paesi sudeuropei in crisi. Secondo l’aggregatore di annunci di lavoro reed.co.uk i candidati italiani a Londra sono aumentati del 300 per cento in quattro anni.” (http://www.internazionale.it/opinione/marco-mancassola/2015/01/24/i-ragazzi-italiani-che-il-regno-unito-non-vuole-piu-2)
Ovviamente, noi italiani non siamo gli unici a intraprendere l’avventura Oltremanica. Negli ultimi anni la Gran Bretagna è stata invasa da sempre più immigrati, spesso provenienti dall’Europa Meridionale. “Pigs here” titolava il Sun nel 2013, riferendosi all’acronimo non troppo gratificante per i paesi più deboli dell’UE: Portogallo, Italia, Grecia, Spagna. E non è un caso che la questione dell’immigrazione sia al centro del dibattito politico britannico.
Nell’immaginario comune, Londra è la città dalle mille opportunità. Per tutti. Una sorta di Eldorado per i disoccupati, dove basta una conoscenza anche solo maccheronica dell’inglese per trovare lavoro e fare carriera.
Ma quei tempi sono passati e il mito è da sfatare. Per quanto Londra offra più opportunità rispetto al nostro Bel ma purtroppo assonnato Paese, il mercato del lavoro è ormai saturo. Negli anni si è fatto competitivo, addirittura spietato.

In mezzo a questo marasma di ragazzi in cerca di fortuna, mi ci sono ritrovata pure io. Ho trovato il mio primo lavoro come barista in un pub, in pieno centro a Covent Garden. Ricordo i miei colleghi, tutti giovani che venivano da ogni parte del mondo; i turni tanto flessibili quanto massacranti; e la bassa paga oraria. Quando perdevo l’ultima metro, impiegavo più di un’ora di bus per tornare a casa.
Nel tempo ho migliorato il mio inglese e ho fatto un master; tuttavia trovare lavoro non è mai stato facile. Ricordo di aver fatto domanda per lavorare in un altro pub. Al tempo facevo un internship, ma i soldi non bastavano. Ormai avevo esperienza a spillare birre e parlavo pure bene l’inglese. Sulla carta, una passeggiata. Solo quando sono arrivata al colloquio ho scoperto che eravamo in ben 30 candidati e che sarebbe stato di gruppo. Anche il settore della ristorazione non è poi così facile come sembra.
Eppure, tantissimi sono i giovani laureati, professionisti, qualificati, e in gamba che continuano ad arrivare a Londra, disposti a fare uno di quei lavoretti che nel proprio paese non avrebbero mai accettato. Li trovi come camerieri, commessi, aiuto cuoco, e baristi, soprattutto nelle grandi catene: Caffè Nero, Starbucks, Pret a Manger. Assieme a un lavoro poco stimolante e retribuito, accettano il cielo senza sole, i prezzi stratosferici, e la concorrenza spietata. Accettano di vivere in un flatshare, come al primo anno di università.

Verrebbe da chiedere, ma chi ve lo fa fare? Per fare quei lavoretti, tanto vale tornare in Italia, dove almeno c’è il sole e si mangia bene.
Il punto è che Londra è una città che vibra, (sor)prende, e stravolge. Nonostante le sue complessità, è una realtà che ti cattura, che non dorme e ti cambia, a differenza di gran parte della nostra sonnacchiosa Italia. E’ proprio per questo che si fatica tanto a tornare in patria.
Per quanto abbia odiato la job hunting (ebbene sì, è una caccia vera e propria), in Inghilterra sono rimasta per cinque anni. Non escludo di ritornarci. Questa città mi è rimasta nel cuore e ne avrò sempre un meraviglioso ricordo — ma appunto, di ricordo si tratta. Londra non è un mito, non è un sogno, e nemmeno una passeggiata. E’ giusto esserne consapevoli prima di partire
Giulia Viganò