Non sto nella (tua) pelle.

Pèlle- s. f., dal latino pĕllis. Organo di rivestimento esterno del corpo dell’uomo o degli animali, detta anche cute e facente parte, con i cosiddetti annessi cutanei, del sistema tegumentario.

Cit. Treccani

Per prima cosa ho cercato, tra le pagine del dizionario, l’etimologia della parola pelle e poi, sul libro di biologia rubato agli anni delle superiori, le caratteristiche più importanti di questo organo che ci riveste per intero.

La ricerca sui libri e dizionari non mi ha soddisfatto, è blanda. In fondo, tutti questi metri di pelle che mi si allungano addosso, tutta questa pelle che d’estate diventa prima rossa e poi scura, tutta questa pelle che d’inverno diventa “d’oca” per i brividi di freddo, è molto di più di ciò che sembra.

Almeno per la sottoscritta.

Io e la mia pelle ci siamo convissute malissimo fin dagli albori. Non parlo solo di quando mi sono resa conto che mia madre mi allevava a crema solare protezione 50+ a causa della mia “pelle delicata”, e non voglio neppure raccontare del periodo adolescenziale (ma anche attuale), di quando la battaglia con i brufoli teneva il passo con quella al terrorismo.

Qui mi piacerebbe scrivere del compromesso che io ho fatto con la mia, di pelle.

Ci sono un mucchio di persone che abbracciano e si sbracciano, sono pronte a poggiarti una mano sulla spalla scoperta per farti capire io ci sono, ti si stringono contro anche se piangi e si bagnano della tua pelle umida. Amanti del contatto con la pelle altrui, non solo lo amano, ma ne hanno bisogno. Lo ricercano, il contatto, lo bramano. È un modo molto intenso e intimo di trasmettere le milioni di sensazioni che le nostre parole da sole non riuscirebbero a raccontare.

Io, ahimè, mi ritengo non solo al tristissimo polo opposto, quanto in un lontanissimo universo. La pelle altrui mi disorienta. Non appena snaso pericolo di “contatto umano”, mi si stringe un fittissimo nodo allo stomaco che si rilassa soltanto quando il rischio di pacche sulle spalle e batti-il-cinque-schiaffamela-dai ha preso il largo. Immaginate, per un attimo, che l’idea della pelle altrui vi faccia vacillare mentre state, precari, su uno striminzito filo d’ansia. Quanto è facile che il sottile filo si spezzi e voi crolliate in un mare di panico? Troppo, troppo semplice, credetemi.

Il mio atteggiamento andrebbe anche bene se vivessi chiusa in una stanza blindata, la porta con una fessura da cui far arrivare i pasti e una finestrella e un cannocchiale attraverso cui osservare il mondo fuori. Il mio atteggiamento andrebbe anche bene se metà del mio cuore non amasse viaggiare e infilarsi nei guai e l’altra metà non scalpitasse febbrilmente all’idea di conoscere, esplorare, curiosare in mezzo al mondo e in mezzo alla gente, proprio in mezzo alle pelli altrui. Il mio atteggiamento andrebbe bene se non sapessi che tutta, ma proprio tutta la vita, passa sulla pelle.

Ci tocchiamo esitanti, sfiorandoci la pelle a vicenda, cauti per non farci male, ci stringiamo forte, con le dita tese fino a farle diventare bianche per lo sforzo, ci abbracciamo fino a respirare a fatica, restiamo con le facce incollate, le une sulle altre, per dire quanto ci siamo mancati, quanto ci siamo aspettati, quanto amore c’è in mezzo a due fronti che si sostengono l’una sull’altra. Ci schiaffeggiamo con le mani per dirci della rabbia graffiante e la pelle diventa rosso scuro.

La pelle macchiata delle nostre cicatrici, la pelle ricucita di quando alla prima comunione, dopo essermi arrampicata su un albero, caddi aggiudicandomi dieci punti. La pelle delle ginocchia sbucciate dell’altro ieri, di quando ho rimesso i pattini dopo anni. La pelle delle dita mangiucchiata per il nervosismo. La pelle degli altri, che mi dice del loro passato, che sussurra segreti che non rivelerebbero mai. La pelle rossa d’imbarazzo e i disegni con l’inchiostro sulla pelle svestita. La pelle che protegge i nostri organi interni e che serve a dire chi siamo e cosa facciamo, la pelle che sa di noi tutto quello che c’è da sapere e nasconde tutto quello che deve essere nascosto.

Ho visto milioni di pelli, a cui non rinuncerei mai. La pelle di chi ho conosciuto in Cina, dove avere la pelle abbronzata è sdegnoso: qui è necessario avere la pelle bianca alabastro. La pelle di chi ho conosciuto in Alaska, quella che scotta subito, troppo abituata ai mesi di buio e ai -30 gradi. La pelle del mio amico Joao, brasiliano, che è una pelle che non schiarisce mai. La pelle di Manuel, quasi nera, che lo protegge dal sole quando surfa spericolato sull’oceano australiano.

E allora, se il prezzo per infilarsi nelle vite altrui, per conoscere la pelle degli altri è quel nodo, anche una sociopatica come la sottoscritta lo paga volentieri. Basta contenersi, non dare di matto quando in metropolitana tutte le pelli stanno appiccicate l’una all’altra, dosare i batti-il-cinque- schiaffamela-dai.

Come tutte le cose nella vita, basta rimanere in equilibrio sul filo striminzito e non lasciarsi travolgere dal mare turbolento sotto.

Ad ognuno la sua pellaccia dura e, se avete l’avete delicata, una buona dose di crema 50+.

Martina Patamia