Olivastro


Stavo facendo la spesa nella mia tipica mise da mare: costume slavato, infradito e asciugamano arrotolato sulle spalle. Non portavo gli occhiali, probabilmente dimenticati in cabina, e aggirandomi per i corridoi del supermercato strabuzzavo gli occhi per cercare di decifrare le etichette. Ad un certo punto, forse divertito dal mio strano e continuo chinarmi, mi si avvicina un bambino che, dopo avermi squadrato, alza la mano per salutarmi.
Non ci fu nemmeno il tempo di ricambiare che la madre lo prese in braccio portandolo via con aria preoccupata.
«Non parlare coi marocchini»
Ho sempre avuto una pelle che dopo poche ore di sole tende a scurirsi sino a diventare marrone ma, sino a quel giorno, non mi era mai successo che questo mi rendesse oggetto di aperta discriminazione. Ricordo che rimasi lì, con la passata di pomodoro in mano, a provare a spiegarmi cosa avesse spinto la donna a preoccuparsi in quel modo: ci pensai talmente tanto che scrissi la mia tesi triennale di sociologia proprio sul concetto di identità mediterranea, proprio a partire da ciò che esprime la pelle.
Quando si vuole parlare di un qualsiasi “individuo mediterraneo” spesso, infatti, il primo aggettivo utilizzato è appunto “olivastro”. Un termine che, contemporaneamente, significa sia “un colore che tende all’oliva, bruno verdastro (riferito soprattutto alla carnagione)” che “l’olivo selvatico (Olea europea sylvestris) detto anche oleastro”. Pelle e caratteristiche fisico-botaniche che si intrecciano tra loro per provare a descrivere chi proviene dal Mare. Se, infatti, il primo significato è molto labile perché difficile da definire con precisione, come già abbiamo visto su questa rivista, il secondo apre a un filone di ricerca e narrazione della mediterraneità preciso su cui Fernand Braudel pose gran parte della propria attenzione. Per il celebre storico francese, infatti, il Mediterraneo rappresentava un bacino dai confini mobili in cui il terreno comune e le radici delle varie identità culturali lì sviluppatesi si legavano in modo indissolubile con l’ambiente a loro circostante. L’ulivo veniva utilizzato come torre di controllo a sorveglianza del confine, limite entro cui definire l’area.
Il Mediterraneo si estende dal primo ulivo che si raggiunge arrivando dal Nord ai primi palmeti che si levano in prossimità del deserto. Per chi scende dal Settentrione, l’appuntamento con il primo ulivo è subito dopo il “blocco”di Donzère, sul Rodano. Il primo palmeto compatto sorge (non vi è altra parola) a sud di Batna e di Timgad, dopo che si è varcato l’Atlante sahariano attraverso la port d’oro di El Qantara. Appuntamenti del genere, però, che incantano e prendono il cuore, sono in serbo lungo tutto il perimetro del mare Interno. Qui ulivi e palme montano una guardia d’onore. (Braudel, F. 1997 [1953])
Una zona molto più estesa di quello che si pensi solitamente, un’area in cui, proprio a partire dalla concezione di un unica terra di provenienza, in un modo o nell’altro le divisioni culturali sarebbero da osservare in relazione alle parallele cose in comune. Sarebbero.
Tutte le divisioni del mondo, infatti, stanno in quel condizionale. Anche se le basi per impostare un discorso che porti al centro un uomo mediterraneo sono chiare, la retorica comune tende a fermarsi su confini interni, dichiarati come invalicabili.
Le religioni, le cucine e le usanze di chi da sempre ha vissuto sul Mare, pur partendo tutte da una percezione simile del mondo, diventano muri invalicabili, barriere che usano sempre e comunque l’indicativo.
Togliendo il condizionale si tornerebbe a ricordare come Lampedusa stia quasi 150 km più a Sud di Tunisi, come il Medio Oriente sia la culla delle nostre culture moderne o come, semplicemente, lo “scontro di civiltà” sia un concetto propagandato più per generare conflitto e mantenere invariate delle posizioni imperialistiche che una realtà effettiva.
Arrivato alla cassa mi resi conto che, esattamente dietro di me, stava la signora che stringeva ancora il bambino a sé, guardandomi con disprezzo. Misi la passata di pomodoro sul rullo e, con tutto l’accento ligure che riuscii a tirar fuori, chiesi alla cassiera:
«Belin, me da ’n sachétto cussì lo ûzo ànche pe’ a ruménta?»
Prima di uscire, mentre salutavo il bambino, la pelle della signora si era fatta viola, di imbarazzo.
Eugenio Damasio