Opere d’arte e “caffè al buio”
Superare i propri limiti attraverso il senso del tatto


La pelle è l’organo più esteso del corpo, la prima parte di esso ad entrare giornalmente in contatto col mondo esterno: è attraverso la cute che sentiamo il caldo ed il freddo, tastiamo la consistenza degli oggetti che abbiamo intorno, stabiliamo una relazione con le persone che incontriamo. Lo sa bene chi, dalla nascita o ad un certo punto della propria vita, si è ritrovato a dover fare del tatto il suo strumento principale per sentire il mondo.
Toccare, per un non vedente, è infatti osservare con le mani: un’esperienza complessa che richiede attenzione, concentrazione, memoria, coordinamento nei movimenti. Bisogna toccare con le mani aperte per percepire le dimensioni, con tutta la mano per conoscere le superfici, con le dita per conoscere i contorni della figura, con la sola punta dell’indice per scoprire i dettagli e con i polpastrelli di indice e pollice per scoprire gli spessori.


Quando tocchiamo qualcosa intenzionalmente, attiviamo tutta la nostra rete di recettori tattili, cioè tutti quei sottosistemi sensoriali derivati dal coinvolgimento della pelle, dei muscoli e delle articolazioni. A ben pensarci, l’esplorazione tattile riesce, in alcuni casi persino meglio di quella visiva, a cogliere il bello ed il brutto, i dettagli più piccoli, le particolarità più nascoste di ciò che passa sotto l’attento esame dei polpastrelli. Attraverso questo senso è quindi possibile riconoscere non solo una determinata forma, ma a valutarne il valore estetico.
Ma qual è, davvero, il valore estetico di un’immagine? Grazie all’ arte dal saper toccare la forma, un non vedente è perfettamente in grado di valutare la bellezza di un’opera d’arte pur non avvalendosi della vista.
Lo dimostrano benissimo i numerosi musei tattili presenti non solo in Italia, ma in tutta Europa:i primi, come il Museo Omero, fondato ad Ancona nel 1993, erano dotati solo di descrizioni in braille (sistema in rilievo di scrittura e lettura per non vedenti) delle opere di cui erano composte le mostre; nel corso degli anni e con lo sviluppo di tecnologie sempre più avanzate, si è però riusciti ad arrivare a risultati sbalorditivi, come ad esempio Hoy Toca el Prado (Oggi tocca il Prado), allestimento di opere d’arte realizzate mediante stampanti 3D dal Museo del Prado di Madrid.


In occasione della mostra - tenutasi dal febbraio al giugno 2015 - sono state realizzate le stampe in 3D di sei famosi quadri: Noli me tangere del Correggio, La fucina di Vulcano di Velázquez, Il parasole di Goya, La Gioconda di Leonardo da Vinci, Il gentiluomo dalla mano sul petto di El Greco e Natura morta con carciofi, fiori e recipienti in vetro di Van der Hamen. Riprodotti con uno spessore massimo di 6 millimetri, i dipinti si trovavano su ripiani reclinati e venivano “letti” dai non vedenti con il tocco delle dita; ai partecipanti veniva inoltre fornita un’audioguida che spiegava quali parti del quadro toccare per comprenderlo.
Tornando in Italia, un’altra esperienza simile a quella offerta dal Prado, si può vivere al Museo Tattile Borges, all’interno del Polo Tattile Multimediale di Catania. Visitando il museo, infatti, è possibile fare un vero e proprio tour tattile della città: dalla riproduzione (mediante plastico 3D) della Cattedrale di Sant’Agata, alla Fontana del Liotru, fin dentro Castello Ursino, passando dalla Chiesa dei Minoriti per salire su fino al Parco dell’Etna. Questo particolare museo, poi, non è pensato solo per i visitatori non vedenti, ma per dare a tutti l’occasione di esplorare la multisensorialità con un’esperienza unica: all’uscita del museo ci si può recare nel Bar al Buio del Polo, al cui interno i visitatori bendati potranno avvalersi del senso del tatto per raggiungere il bancone, ascoltare con attenzione sé stessi e le persone con le quali si troveranno ad interagire e gustare senza distrazioni il sapore autentico delle loro bevande.


E proprio di quel “caffè al buio”, dopo una visita al Museo Borges, io che di caffè ne ho bevuti parecchi e in diversi bar di ogni parte d’Italia, ho un ricordo particolarmente nitido, pure se dalla mia esperienza nel Bar al Buio, sono ormai passati 6 anni. Non per un gusto particolare rispetto ad altri, ma per la quantità di tempo che impiegai a raggiungere il bancone, camminando incerta vicino al muro, e per la difficoltà nel capire da che parte rivolgere la mia ordinazione solo ascoltando la voce del cameriere che me l’aveva chiesta; ricordo di aver fatto cadere alcune monete mentre cercavo di capire quale fosse quella con sopra l’uno che mi serviva, di aver pensato «Per fortuna lo bevo amaro, se no chissà dove avrei buttato lo zucchero!».
Quell’esperienza, per quanto semplice, mi ha mostrato - letteralmente - quanto sbagliato sia limitarsi ad associare la parola immagine al solo senso della vista, la voce all’udito e la percezione materiale delle cose al tatto: nell’arte, come forse nella vita di tutti i giorni, bisognerebbe aprire la mente a 360°, per riuscire a cogliere tutti gli stimoli possibili da ciò che ci circonda, e non soltanto quelli “più facili”, i più immediati. Come un cieco che, una mattina di febbraio, con gli occhi chiusi e le dita tese, riesce ad accarezzare la Gioconda senza alcuno sforzo.
Simona Raimondo