Perché il Glam Rock e David Bowie ci hanno insegnato che cambiare in superficie è anche un po’ cambiare dentro.

Dall’universo delle make up artists che in youtube hanno il loro dominio, agli animali che fanno la muta passando per le caleidoscopiche fotografie che riempiono le pagine delle riviste di moda e per i vegetali che cambiano il colore di petali e foglie, sembra chiaro che non esista organismo vivente capace di sottrarsi ad un’irresistibile voglia di cambiamento.

E dal momento che abbandonare definitivamente i propri schemi mentali per diventare persone nuove è un’operazione realizzabile quasi quanto una resurrezione, l’unico modo che rimane per rinnovarci è quello di cambiarci i connotati, quasi a dire — in un’ottica di ammiccante e spiritosa superficialità — che prima di andare dallo psichiatra potremmo pensare di fare un salto da Sephora.

Il fatto è che se davvero le nostre convenzioni, abitudini, ed i mille fattori che condizionano la nostra vita interiore e determinano la nostra personalità ci impediscono di fare radicali cambiamenti, ciò che abbiamo in superficie è l’unico elemento minimamente modificabile e così, come i serpenti, non possiamo che cambiare la pelle quando è aria di primavera.

Marc Bolan

Il trucco come l’abbigliamento e la gestualità rappresenta il modo più efficace ed immediato per portare un messaggio. Il significato di tale comunicazione può avere due funzioni: di riconoscimento e dunque di appartenenza ad una comunità, come facevano le tribù dei Nativi Americani, o, al contrario, di ribellione e dunque comunicare un messaggio di rottura rispetto ai canoni consueti — un po’ come David Bowie, Marc Bolan ed i loro contemporanei che, a partire dal 1970, indossano lustrini e vestiti di seta e diventando strane creature androgine venute da un cabaret nello spazio, dando origine al Glam Rock .

“My make-up, for instance: people talk about the actor wearing his “mask,” but there’s no mask; it’s merely an exaggeration of what already exists.”
-Lindsay Kemp

E proprio la parabola del Glam Rock ci aiuta a comprendere in pieno la potenza espressiva del trucco che, come sottolinea Lindsay Kemp, mimo, performer e fra le figure ispiratrici dell’intero movimento, non rappresenta una vera e propria maschera, quanto piuttosto si rivela essere l’enfatizzazione di qualcosa che esiste già.

Di conseguenza ciò che scegliamo di indossare non rappresenta uno scudo sotto il quale nascondersi, bensì agisce come un catalizzatore di sentimenti ed emozioni che percepiamo nella nostra interiorità e decidiamo di esternare — bramosi di ricevere una reazione dall’altro.

Trucchi e abiti sono le parole della storia che scegliamo di raccontare. E un esempio di ciò può darcelo David Bowie il quale ha sempre accompagnato ai suoi messaggi musicali una maniacale costruzione della propria immagine che diviene vera e propria creazione estetica.

Gli stivali altissimi di Ziggy Stardust, la saetta rossa e blu di Aladdin Sane o i lunghi completi del Thin White Duke perdono di iconicità se relegati ad argomento da rivista di moda che cattura solo l’aspetto superficiale dell’intera composizione ed ignora totalmente le ragioni che si celano dietro quella determinata scelta stilistica.

I completi da gangster anni ’40 del Duca Bianco restano semplici gusci vuoti se estrapolati dal loro personaggio di uomo solitario che vaga in una realtà alienata e distopica, un po’ come Tommy Newton ne L’Uomo Che Cadde Sulla Terra.

Dunque con un po’ di criterio anche cercare un vestito può essere, sebbene in minima parte, un po’ anche cercare se stessi. E magari a furia di cambiare la pelle riusciremo anche noi un po’ a rinascere, o per lo meno a fare finta.