«Puoi sentirti a casa anche a duemila chilometri di distanza»

Ho seguito quel consiglio, a diciassette anni sono partita per il Belgio e non sono più tornata “a casa”

O meglio, ho ritrovato “Casa” un po’ dappertutto:

era il 2004, mi sarei dovuta trasferire e avevo quindi lasciato la scuola che stavo frequentando, così, i miei genitori, nei due mesi in cui non potevo seguire le lezioni, mi iscrissero in un collegio a Thiaumont, un microscopico paesino fatto di chiese e campi nel profondo sud del Belgio, per imparare il francese. Non c’era nessun italiano a parte me e faticavo anche con l’inglese. Ma, con il passare delle settimane, la mia stanza, le aule che frequentavo tutti i giorni, la mensa e la cucina con una coppia di cuochi belga-argentini che mi aveva quasi adottato, tutto ciò era diventato casa mia e nessuno sarebbe mai riuscito a farmi pensare l’opposto.

Capii così che non sarei mai più stata in grado di considerare “CASA” unicamente il posto in cui ero vissuta fin da piccola.

E così è stato.

A dodici anni di distanza, infatti, non posso che ammettere di non aver tradito quella sensazione. Ho vissuto a Milano e a Parigi, sono “passata” per Bologna, Roma e Venezia e sono “capitata” persino a Shangai. E i miei soggiorni, che fossero di una notte o di otto anni, dagli appartamenti condivisi, ai pavimenti di ingressi adibiti a stanze fino alle micro mansarde sovraffollate, mi hanno fatto sentire “a casa”: in tutti quei luoghi riuscivo a ritrovare, sempre, qualcosa che richiamasse quello che avevo lasciato della mia casa d’origine e io, ogni volta, riuscivo a trasmettere qualcosa di mio.

Grazie ad una ricerca della Federconsumatori del 2014 riguardo agli studenti fuorisede, ho scoperto di condividere con almeno 1.663.800 altri ragazzi italiani la mia visione.
Si tratta quindi di quasi due milioni di miei coetanei che non ha più solo una famiglia ma ha imparato a dividere i sentimenti, costruirsi vite parallele, e, alla fine, non sapere più rispondere alla domanda “di dove sei?” se non farfugliando in modo confuso a propria volta:

“intendi dove sono nato, dove ho vissuto o dove abito ora?”.

E di questo milione e mezzo di studenti qualcuno l’ho conosciuto e ciascuno ha contribuito a farmi provare quella sensazione di “focolare domestico” qualsiasi tetto cambiassi.

Ricordo un pranzo, a Roma, di una decina di anni fa. Ero ospite da un’amica che a sua volta aveva ricevuto un invito e l’aveva rivolto anche a me. All’inizio mi ero sentita a disagio per non essere stata invitata proprio dai padroni di casa ma poi mi lasciai convincere. Ecco che quando entrai in quell’appartamento ebbi subito la sensazione che tutti mi conoscessero da sempre e che io conoscessi, da sempre, tutti loro. C’erano ragazzi da tutta Italia, altri stranieri, e, in tavola, una ciotola enorme piena di pasta al pomodoro profumava di caldo e di buono
Mi si riempì il cuore, pensai di nuovo all’esperienza del Belgio e ripromisi a me stessa di tentare di ricreare quella sensazione ovunque avessi vissuto.

Marta Perroni