Quando si deve lasciare tutto

Cosa portano con sé i rifugiati?

Photo by Tyler Jump per Uprooted

Nel nord dell’Afganistan i Talebani e le forze governative si sono contesi per mesi la città di Kunduz. Iqbal, nemmeno maggiorenne, è dovuto fuggire: ha attraversato l’Iran a piedi, per arrivare in Turchia e giungere all’isola di Lesbo, in Grecia.

Con sé ha un unico bagaglio che contiene le cose essenziali per il viaggio e per cominciare una nuova vita: soldi di differenti valute, un cambio di vestiti, uno smartphone, gel per capelli e una crema sbiancante per la pelle. Sull’etichetta si legge: Fair and Handsome. Iqbal non sa ancora quale sarà la sua prossima casa, ma già teme di non essere accettato.

“Voglio la pelle bianca e i capelli a spazzola — non voglio che sappiano che sono un rifugiato. Penso che qualcuno mi riconoscerà e chiamerà la polizia perché sono clandestino.”

Come Iqbal, sono moltissime le persone che a causa dei recenti conflitti in Nord Africa e Medio Oriente sono state costrette ad abbandonare le loro città e la loro terra per cercare una nuova casa, almeno temporanea. 1.2 milioni di persone in Siria, solo nel 2015.

Alcuni cercano riparo nelle grandi città del loro paese, altri vivono in campi d’emergenza nelle nazioni limitrofe, altri ancora tentano il pericoloso viaggio per mare per giungere in Europa sperando di ricevere asilo. Tutto quello che hanno è ciò che riescono a portare sulle loro spalle. Scegliere accuratamente il contenuto di uno zaino diventa fondamentale.

Photo by Sima Diab per The Guardian

I beni di prima necessità sono immancabili anche se limitati: acqua, qualche scatoletta di cibo, un cambio, medicine, protezione solare e pastiglie per la nausea. Non è raro trovare tra gli scarsi averi dei profughi dei limoni. La moglie di Abu Jana, ex-militare siriano, pensa che il succo amaro del frutto possa scongiurare gli effetti peggiori del mal di mare.

I documenti sono avvolti in buste saldamente chiuse con nastro adesivo per evitare che si bagnino durante la traversata del Mediterraneo. E poi lo smartphone. Sarebbe “la prova” che i rifugiati non hanno bisogno di venire in Europa e non hanno bisogno di aiuto perché non sono poveri.

Lasciando da parte quanto siano diventati economici questi telefoni e le cause delle migrazioni che non sono di origine economica, gli smartphone sono uno strumento indispensabile per i profughi prima e durante il viaggio. Oltre alle numerose app che aiutano a trovare i percorsi più sicuri o ad accedere alle informazioni sul diritto d’asilo, i social network servono per tenersi in contatto con parenti e amici durante il tragitto, per condividere le proprie esperienze con coloro che si apprestano a partire, preparandoli a cosa li attenderà.

A volte, ci si riesce a portare qualcosa di prezioso, se magari è leggero o sottile. Prezioso in questi casi è un ricordo di casa, di amici cari da cui ci si è dovuti separare, un piccolo pezzetto della vita precedente.

Salma, una donna siriana di circa novant’anni, custodisce al dito un anello come ricordo di sua madre, morta quando lei aveva appena dieci anni. Salma dice che lo porterà con sé nella tomba.

“Non è di valore — non è d’argento né d’oro — solo un vecchio anello. Ma è tutto quello che mi è rimasto.”

Ogni giorno, la piccola Halaa legge i quaderni di suo padre, dove lei e la sorella segnavano tutti gli appuntamenti della falegnameria di famiglia. Suo padre era analfabeta e permetteva solo a loro di toccarli. Ora sono l’unico ricordo materiale di un genitore scomparso.

Photo by Sumaya Agha for Mercy Corps

Abdul, che condivide con la famiglia una baracca di compensato in un campo profughi libanese, si aggrappa alla speranza di ritrovare la sua casa ancora intatta. Per questo, ne conserva con premura le chiavi. Per quando vi torneranno.

E poi ci sono i bambini che nella notte portano sogni agitati dai rumori di bombe e di spari. Quelli che portano i segni del conflitto sulle braccia e sul petto. Quelli che non avevano nulla da portare e quelli che hanno perso anche il poco che avevano durante il viaggio.

E poi c’è il vecchio Ayman, invece, che è stato fortunato dice. È fuggito dalla Siria, dopo che i suoi vicini erano stati ammazzati. Ma nel campo in Turchia, dove si trova, è riuscito a portare la cosa più importante della sua vita: sua moglie Yasmina.

“È la donna migliore che abbia conosciuto,” dice. “Se dovessi tornare indietro a 55 anni fa, ti sceglierei di nuovo.”

Claire Power

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