Quelle brave ragazze

Quando ho provato a metterci la faccia per arrivare a fine mese.

“Quindi ti vesti da super-figa e stai all’entrata e indichi alle persone dove andare?” Tra tutti i miei amici, N., è quello con un’ironia così perfida che ancora a volte non riesco a comprendere. E’ il maggio di cinque di anni fa, sono davanti al portatile, e nella ricerca disperata di un lavoro allego il mio curriculum a indirizzi mail improbabili dopo aver letto richieste di lavoro abbastanza discutibili. 
Ho iniziato a fare la hostess verso i 19 anni solo sotto richiesta (o costrizione) di mio padre. Aveva bisogno di una ragazza in più per lo stand della sua azienda e finalmente poteva chiedermelo circuendomi con la promessa di un buon pagamento. “Che sarà mai?” mi sono chiesta la prima volta; alla fine bastava indossare una camicia, un paio di pantaloni scuri e dimenticare le All Stars e starsene in piedi per qualche ora a sorridere. Così me l’aveva presentata, e così io credevo che potesse essere. Non andò male. Dopo la prima esperienza con l’azienda di mio padre ne seguirono altre. Fiere, esposizioni di prodotti per il corpo o di elettromeccanici in Germania, inaugurazioni di studi di vario tipo, di centri commerciali, feste della musica e dell’artigianato e volantinaggio.
Due anni dopo nel bar di fronte all’università uno sconosciuto mi fermò per due chiacchiere e alla fine mi colse di sorpresa facendomi una proposta inaspettata:

“Senti, che ne diresti di posare per me? Ti faccio un paio di scatti, passi una bella giornata e ti pago pure. E’ per un progetto molto importante a cui sto lavorando!”

Era il periodo in cui saltavo le lezioni di cultura classica, bazzicavo per le strade di Brescia con i miei compagni di corso e come obiettivo avevamo la scrittura, il canto o le partite di basket. E mai avrei pensato di imbattermi in una richiesta del genere. Dissi di sì. Avevo 21 anni, del tempo da spendere e un narcisismo latente che oggi mi chiedo dove sia finito. “Che sarà mai?” mi sono chiesta; sarebbe bastato stare davanti a una macchina fotografica, con un esperto che mi avrebbe dato consigli e prima di rendermene conto avrei avuto un book fotografico tutto per me.

Così nel caso in cui non dovessi diventare scrittrice” mi apostrofò N. anche in quell’occasione “potresti sempre lavorare con la tua faccia. Vuoi mettere?” 
Ma alla fine quell’avventura durò poco. Realizzai solamente due servizi, poi la mia timidezza o la mia morale personale mi costrinsero a tornare tra i miei libri. Ho incontrato tante persone, per lo più ragazze, tra i corridoi illuminati dai neon delle fiere.

E spesso e volentieri al “come mai sei qui?” le motivazioni che ho sentito sono state varie: non trovo nient’altro; posso lavorare solo il fine settimana; alla fine non devo fare niente di difficile; sono carina: mi chiamano e mi rendo disponibile. Studentesse, lavoratrici che prendono troppo poco nel primo lavoro, aspiranti modelle o ragazze che hanno finito gli studi ma che hanno trovato solo questo.

Le cose belle di mettere in mostra sorriso e gambe è che nessuno si aspetta niente da te e tu puoi tranquillamente passare il tempo a farti i fatti tuoi o a immaginare quello che vuoi sulla vita di chi ti passa davanti; dalle famiglie ai lavoratori solitari, le scolaresche o le comitive di amici. Anche un set fotografico ha degli aspetti piacevoli: persone a tua completa disposizione, il poter riscoprire grazie alla tecnologia la tua autostima e il divertirsi con aspetti del tuo carattere che non pensavi ti appartenessero. Però i lati negativi esistono da entrambe le parti. La prima volta che mi hanno detto “ok, ora spogliati”; indossare un paio di tacchi per ore e dimenticare l’utilizzo dei piedi per il restante tempo della giornata; il convincersi di essere bellissime dovendo assumere espressioni buffe o assurde. Malintesi e situazioni imbarazzanti (come quella volta che un signore si fermò allo stand in cui stavo lavorando e mi lasciò un biglietto da visita con scritto a mano il suo numero di telefono dicendomi a bassa voce che se fossi stata disponibile per determinati servizi avrei potuto contattarlo direttamente lì).

Sia chiaro: chi sceglie un lavoro come quello dell’hostess sa che dovrà indossare un tailleur con la gonna abbastanza corta per affermare la famosa “bellissima presenza”, essere cordiale per ore intere e stare a piena disponibilità del pubblico. E chi sceglie di sottoporsi a uno servizio fotografico è cosciente del fatto che il suo corpo verrà messo in primo piano rispetto a qualsiasi altra cosa. Però pagare una ragazza 70€ per una giornata di 9–10 ore consecutive di lavoro, senza rimborso spese di alcun tipo (che sia per il viaggio o per il pasto) o farle la promessa che il suo servizio fotografico da 150€ “una volta diventata famosa nel settore” ne varrà il triplo se non il quadruplo per poi finire ad essere chiamate da fotografi dalla dubbia professionalità, è qualcosa che si avvicina molto allo sfruttamento. Ma la possibilità che questi datori di lavoro hanno nel poter proporre un’offerta dal valore così basso è dovuta al fatto che la domanda è altissima. Questo l’ho capito solo poi, quando stesa sul letto della mia cameretta mi ritrovai ancora con N. a considerare per l’ennesima volta una nuova possibilità di impiego che non prevedesse il dover per forza “metterci la faccia”. 
Nessun approfondimento statistico, se non avessi saltato quelle lezioni di cultura classica mi sarei laureata in lettere mica in economia.

Fatto sta’ che se hai meno di 30 anni, sei donna, magari studi e vorresti quanto meno iniziare ad entrarci in confidenza con quella cosa chiamata indipendenza, la domanda “perché non fai l’hostess alle fiere?” o “perché non fai la modella, che sei carina?” ti verrà fatta prima o poi. O te la farai tu, scorrendo gli annunci di un lavoro che praticamente in questo Paese non esiste.

E magari accetterai questa possibilità. Come è successo a me. Perché le bollette e il cibo me li devo pagare comunque; e quando i miei amici hanno continuato a voler sapere il vero motivo della mia scelta, probabilmente una risposta sincera non sono mai riuscita a darla. Però mi è capitato di dire che era perché non avevo trovato nient’altro, che mi veniva facile, che mi permetteva di poter sopravvivere e studiare. Così, improvvisamente, mi resi conto di far parte di qualcosa che prima guardavo con distacco e sarcasmo. E in un pomeriggio come un altro, ascoltando N. prendermi nuovamente in giro sui miei tacchi nascosti dietro le porte, non ho più trovato niente con cui ribattere o giustificarmi. È che è un lavoro come un altro: il mio tempo e il mio sorriso forzato in cambio di gadgets più o meno utili e di (pochi) soldi. Niente di che, e poi “tanto, che sarà mai?

Esperance H. Ripanti