Sindrome di DOC: istruzioni per l’uso

Giorgio ha 25 anni, è nato e cresciuto a Catania. Alto e magro, la chioma nerissima che esplode sulla carnagione pallida. Sembra un ragazzo perfettamente normale, anche se quando ti siede davanti e prova a raccontarti di sé, lo fa con timidezza e imbarazzo. Si vede subito che è a disagio, è consapevole di essere lì perché deve districare un grosso gomitolo della sua vita e spiegarti com’è crescere con la sindrome di DOC.

“A sette anni, prima di andare a letto, dovevo allineare le pantofole davanti al letto in modo simmetricamente perfetto. Ogni sera la stessa identica storia, senza poter sgarrare mai. Questo è stato il mio primo rituale, il primo sintomo della malattia. La sindrome di DOC, ovvero disturbo ossessivo compulsivo, si caratterizza per la presenza di ossessioni e compulsioni. Si può presentare fin da piccoli oppure nel periodo adolescenziale, e sono parecchie le persone colpite, non è un disturbo raro. Chi è affetto dal DOC sente le proprie ossessioni come pensieri intrusivi e molesti, completamente distaccati dal flusso normale di pensieri. Le ossessioni irrompono in modo insistente e ripetitivo, fino a creare sensazioni di estremo disagio, soprattutto perché la persona stessa li avverte come irrazionali e scollegati dalla propria realtà. Sempre a sette anni, dopo la prima diagnosi, quando camminavo per strada mi succedeva improvvisamente di sentire la necessità di compiere delle giravolte su me stesso. Avevo anche vari tic; contraevo il collo, allargavo le braccia a scatti, lanciavo le gambe all’ indietro. Avevo queste maledette ossessioni in testa che si intrufolavano e mi soffocavano, per scacciarle e stare meglio dovevo compiere i miei rituali. Dopo la diagnosi iniziai ad assumere il Maveral, un farmaco che ha tenuto a bada il DOC per un bel po’ di tempo. Credevo che fosse la soluzione ideale per far ripiegare le ossessioni nel buco della testa da dove provenivano. Il periodo delle scuole medie è trascorso in tutta serenità, poi mi sono iscritto al liceo classico a Catania, e fino al ginnasio tutto bene. Sapevo di avere il DOC ancora addosso, ma lo immaginavo come una parte di me in disuso e in totale controllo.

Invece questa cosa non la scacci, non puoi incatenarla e buttare via la chiave. Dopo il ginnasio, probabilmente per lo stress da studio, prima solo con qualche tic e poi con gli attacchi di panico, tutto è riesploso. È stato terribile. Fin da piccolo ho studiato molto, mi sono impegnato perché avevo obiettivi e sogni da portare avanti. L’università, lettere classiche, magari fare l’insegnante. Lo studio era ciò per cui ero portato e in cui eccellevo, la parte migliore di me. Per questo, quando il DOC si è ripresentato a 16 anni, mi ha portato un conto salatissimo da pagare. Arrivò un rituale, uno nuovo; dovevo toccare e grattare i muri bianchi e poi sporcarmi la faccia con l’intonaco. A peggiorare la situazione, i medici mi diedero dei farmaci per l’epilessia molto più pesanti; iniziai ad avere allucinazioni fortissime. Seguì un periodo di buio totale, di autolesionismo. Non mangiavo, non reagivo, piangevo sempre. Cercavo di capirmi e non ci riuscivo, cercavo soluzioni senza trovarne. Portavo dei mezzi guanti per provare a razionalizzare l’istinto di grattare l’intonaco dai muri, a volte funzionava e a volte no. Smisi di studiare, perché non riuscivo a concentrarmi, ero totalmente schiacciato dalla malattia, lo so che è solo una parte di me, però in quel momento aveva il potere su tutto. Dovetti lasciare la scuola, io che credevo di non avere altro se non i libri e i voti alti. A 16 anni una cosa simile ti mette fuori gioco, in un momento in cui corri a perdifiato per arrivare primo in qualche cosa. Il mondo di cui fai parte, la classe, i professori, non capiscono cosa ti rende scostante, ma percepiscono le tue stranezze, il tuo male. Tu sei solo e il resto del mondo ha paura. Provano a chiederti come stai, cos’hai, cosa c’è che non funziona. E tu non sai spiegarlo, ti vergogni, non hai le parole giuste per dire che sei proprio tu a non funzionare. Alla fine, umiliato, alzi bandiera bianca e ti auto escludi da tutto, perché non hai il controllo per starci dentro.

Qual è la mia resistenza?

La mia resistenza è la mia forza di volontà. Perché dal DOC non guarisci mai. Puoi controllarlo con i farmaci e domarlo con tanta forza di volontà. Ci vuole una forza incredibile per rendersi conto che ce la si può fare, che superare i momenti bui è davvero possibile. A 16 anni non mi conoscevo bene, forse non mi conoscevo affatto e non sapevo tutti quei punti di forza che adesso sono la mia certezza. Certo, resistere non è stato semplice. Quando sono ritornato a scuola la mia classe già si era diplomata, molti sono andati a studiare fuori. Io invece dovevo ricominciare dalla seconda liceo. Mi sono chiesto molte volte se sarei riuscito a rincorrere il tempo e riallacciare tutti i fili della mia vita. Mi sono chiesto se avrei avuto indietro il mio entusiasmo, l’orgoglio, la speranza. È stata dura, ma adesso sono qui. Ho preso il diploma del liceo classico e ho iniziato a lavorare. A volte, sotto stress, ho ancora qualche tic, ma niente che non sappia gestire.

Noi esseri umani siamo fatti di una molteplicità di cose; affetti, comportamenti, turbe, gioie e anche ossessioni. Il DOC è solo uno spicchio di me. Non soltanto non mi ha distrutto, ma quella sofferenza spaventosa mi ha restituito me stesso. Mi ha reso cosciente di me, molto meno dipendente dagli altri, insegnandomi che sono forte e intero, con una forza di volontà che è la mia risorsa eccezionale. Ho smesso di idealizzare le persone e i sentimenti, di metterli in alto su un trono e pensarli inarrivabili. Prima mi nascondevo dietro allo studio, non mostravo le mie sfaccettature, il mio essere me, invece ho capito di essere disposto a stare su un palcoscenico davanti a tutti, di saper fare dei compromessi, di essere capace a rischiare, di avere dei colori che mai avrei pensato possibili. Adesso sono libero da tutti quegli schemi e catene in cui mi ero costretto per un sacco di tempo.

Ho venticinque anni, lavoro, cammino molto per la mia città, faccio teatro e scrivo sceneggiature. I miei sogni sono cambiati dalla seconda liceo, ma non sono meno forti e vividi. Gli strumenti che ho per realizzarli sono tutti qui con me, dentro di me”