Tremate, tremate: le streghe son tornate!

Lotto Marzo: la Festa della Donna si trasforma in sciopero generale contro la violenza di genere.

Il 24 Ottobre 1975, donne e lavoratrici islandesi di tutte le età hanno scioperato: il 90% si sono rifiutate di andare a lavoro, cucinare e badare ai figli. Quando le Nazioni Unite avevano proclamato il 1975 l’Anno della Donna, un comitato formato dai rappresentati delle cinque maggiori organizzazioni per le donne in Islanda si riunì per preparare alcuni eventi commemorativi. Uno di quei movimenti, chiamato Red Stockings, propose lo sciopero.

In questo modo, avrebbero potuto ricordare a tutta la società patriarcale il loro ruolo e il basso valore dato al loro lavoro, dentro e fuori casa.

Un’immagine della giornata dello sciopero dai sito della National Library of Iceland

Quel giorno, bambini comparvero nei luoghi di lavoro trascinati da padri che in altri casi avevano tentato di corrompere fratelli maggiori a prendersene cura. Le salsicce, il piatto pronto più popolare all’epoca, terminarono in tutti i supermercati. Scuole, negozi, asili e fabbriche del pesce dovettero chiudere per il giorno o continuare a capacità ridotta.

Cinque anni dopo, gli Islandesi elessero Vigdis Finnbogadottir, come prima presidente donna.

Dr Annadís Greta Rúdólfsdóttir, che è stata direttore del corso di studi dell’ONU sull’Uguaglianza di Genere all’Università d’Islanda, racconta al Guardian l’effetto che ha avuto su di lei.

“Quel giorno io, come tante della mia generazione, sono diventata una femminista alla matura età di 11 anni.”
Uno dei poster “We the People” per le proteste contro l’inaugurazione di Trump. Di Shepard Fairey, che ha ideato anche il poster “Hope” per Obama nel 2008.

L’8 marzo, le donne italiane e quelle di altri 30 paesi che vi hanno aderito si riappropriano dello sciopero come forma di protesta contro le discriminazioni e la violenza di genere.

Una nuova ondata di manifestazioni cominciata con il movimento argentino #NiUnaMenos che il 3 giugno 2015 ha invaso le strade di Buenos Aires alzando la voce contro il femminicidio.

C’è stata poi la Polonia, dove l’anno scorso le donne si sono unite contro una nuova legge che criminalizza qualsiasi tipo di aborto, punibile con 5 anni di prigione.

Il 21 gennaio, invece, la Women’s March ha visto coinvolte più di 1 milione di persone contro l’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti Donald Trump, noto per i suoi commenti sessisti e irrispettosi nei confronti di vari gruppi svantaggiati. Mentre la marcia principale si svolgeva a Washington, altre 672 manifestazioni si sono svolte nel resto del mondo a sostegno delle donne americane. Molte di queste mobilitazioni criticavano, a fianco alle problematiche di violenza e dei diritti riproduttivi, la disparità di paga e la precarizzazione del lavoro, come pure politiche di tipo omofobiche, transfobiche e xenofobe.

Manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne a Roma, 26 Novembre 2016. © Claire Power

Anche in Italia, il 26 novembre 200.000 donne (con qualche migliaio di uomini sparso allegramente fra i ranghi) hanno sfilato per le vie di Roma, partendo da Piazza della Repubblica fino a Piazza San Giovanni, contro la violenza di genere (1 donna su 3 subisce violenze fisiche o sessuali nel corso della propria vita).

Una manifestazione organizzata dalla rete Non Una di Meno, promossa da Iodecido, D.iRe e Unione delle donne in Italia. Ispirate dal fermento femminista internazionale, come si evince anche dal nome, sono state spinte all’azione dalla chiusura di numerosi centri antiviolenza per mancanza di fondi (l’unico rifugio per le donne di Napoli, Casa Fiorinda, ha sospeso l’attività il 23 Giugno 2016) e dai numerosi femminicidi, come quello di Sara di Pietrantonio, una ragazza di 22 anni arsa viva dall’ex-ragazzo, la notte del 29 maggio scorso, alla Magliana a Roma.

Manifestazione 26 Novembre 2016. © Claire Power

Donne di tutte le età, chi colorata, chi invece si portava addosso il lutto dei femminicidi, hanno danzato, cantato e urlato slogan con rabbia e orgoglio ma anche con gioia, per la solidarietà che si mostrava evidente attorno a loro. Il giorno dopo circa mille donne si sono riunite per scrivere un piano femminista anti-violenza, dividendosi in 8 tavoli di lavoro, che hanno prodotto una prima traccia di elaborazione del piano con l’individuazione delle priorità e linee politiche per ogni tavolo, sviluppata in seguito durante il summit del 4 e 5 febbraio a Bologna.

Ne sono nati “8 punti per l’8 marzo” che esprimono il rifiuto della violenza di genere in tutte le sue forme: oppressione, sfruttamento, sessismo, razzismo, omo e transfobia.

Manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne a Roma, 26 Novembre 2016. © Claire Power

Tra questi il rifiuto dell’approccio emergenziale che ha caratterizzato la legislazione italiana in materia (la legge 119/2013 sul femminicidio era originata da un decreto legge con “disposizioni d’urgenza”) e di quello sanitario-repressivo del Codice Rosa, proposto l’ultima volta come emendamento alla legge di stabilità 2015, che prevede percorsi rigidi giudiziari per le donne che arrivano al pronto soccorso con segni di violenza. Spingere ad una denuncia immediata, potrebbe portare molte donne ad evitare le cure mediche di cui hanno bisogno per paura di ritorsioni.

Un cartello di protesta alla manifestazione del 26 novembre. © Claire Power

Anche il Piano nazionale anti-violenza, previsto nella legge sul femminicidio e adottato nell’estate 2015, è stato ampiamente criticato, oltre che per il contenuto caotico e contraddittorio, per il mancato coinvolgimento delle associazioni territoriali e dei centri anti-violenza che hanno decenni di esperienza pratica nell’ambito.

Si reclama il diritto all’autodeterminazione tramite l’applicazione della legge 194 sull’aborto, molto spesso e tragicamente inapplicata: dai dati del Ministero della Salute (aprile 2016) solo il 65% degli ospedali che hanno un reparto di ginecologia e ostetricia pratica l’interruzione volontaria della gravidanza (IVG). In alcune regioni oltre il 90% dei ginecologi è obiettore di coscienza (Molise e Basilicata ad esempio).

Il vuoto medico di fronte a cui si trovano alcune donne le porta in altre regioni d’Italia, se non all’estero, per sottoporsi ad una procedura che teoricamente è garantita per legge. Quelle che non possono permetterselo invece devono ricorrere all’aborto clandestino, con gravi rischi per la propria salute e con il rischio, dall’anno scorso, di dover pagare una multa tra i 5 e i 10mila euro.

Si rivendica un sistema di welfare per tutti che preveda un reddito di autodeterminazione per uscire da relazioni violente e dalla precarietà (le donne in Italia guadagnano il -12% rispetto agli uomini, e circa un terzo svolge un lavoro part-time); un salario minimo europeo che difenda anche le donne migranti da lavori sottopagati e dall’assenza di tutele.

Manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne a Roma, 26 Novembre 2016. © Claire Power

Si critica il “doppio lavoro” che vede le italiane sobbarcarsi quasi tutto il lavoro domestico e di cura della casa, dei figli, dei genitori anziani: 36 ore settimanali contro le 22 degli uomini. Più del doppio del tempo, a prescindere dall’impegno in un lavoro pagato. Secondo l’Ocse, che ha condotto la ricerca, questo può dare origine a una

“riduzione del tempo a propria disposizione e stress, con effetti negativi sulla qualità della vita e sulla salute.”

Si sostiene la battaglia dei migranti alla regolarizzazione e allo ius soli, il diritto di cittadinanza a qualunque individuo nato sul suolo italiano. Si chiede che l’educazione alle differenze sia praticata dall’asilo nido all’università, facendo della scuola pubblica un nodo formativo per prevenire e combattere la violenza di genere, non per una generica promozione delle pari opportunità, ma per fornire una chiave critica con cui interpretare i disequilibri di potere e superare modelli stereotipati di mascolinità e femminilità.


Manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne a Roma, 26 Novembre 2016. © Claire Power
“Se le nostre vite non valgono, allora scioperiamo”

È lo slogan della manifestazione dell’8 marzo a Roma, che parte alle 17 dal Colosseo. Un appuntamento serale per permettere alle lavoratrici di ogni genere, anche quelle che per un motivo o l’altro non possono assentarsi dal lavoro, di partecipare.

Allo sciopero, che ha l’obiettivo di produrre un danno economico e di rendere tangibile il ruolo del lavoro nella produzione, hanno aderito alcuni sindacati di base (Usi, Slai Cobas per il sindacato di Classe, Cobas, Confederazione dei Comitati di Base, Usb, Sial Cobas, Usi-Ait, Usb, Sgb) proclamando per quel giorno lo sciopero generale di 24 ore. Flc-Cgil, la federazione dei lavoratori della conoscenza della Cgil, ha convocato lo sciopero per 8 ore. Il sito di Non Una di Meno offre anche indicazioni su come partecipare allo sciopero se non si è iscritti ad alcun sindacato, ma assicura in ogni caso la copertura sindacale per tutte e tutti.

Manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne a Roma, 26 Novembre 2016. © Claire Power

Oltre a quello di Roma gli appuntamenti in giro per l’Italia sono molti e lo sciopero “produttivo e riproduttivo” può avvenire con varie modalità: l’astensione dal lavoro, lo sciopero bianco, lo sciopero del consumo, l’adesione simbolica, lo sciopero digitale, il picchetto. Puoi anche mostrare il tuo sostegno vestendo di nero e fucsia, i colori della campagna.

Anche se lo sciopero è rivolto principalmente alle donne, è benvenuto il supporto degli uomini, padri, mariti, fidanzati amici e colleghi sia da un punto di vista morale, che da uno fisico: una supplenza nelle attività che è “normale” e “scontato” che svolgano le donne.

#LottoMarzo è dietro l’angolo. Non resta che incrociare le braccia e scendere in piazza.

Tremate, tremate, le streghe son tornate!
Manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne a Roma, 26 Novembre 2016. © Claire Power