Van Gogh: fu vero suicidio?

Una nuova inchiesta a fumetti riapre il caso della morte del celebre pittore

La vicenda è nota a tutti. Era il 28 luglio 1890 quando Vincent Van Gogh si sparò un colpo al petto tra i campi di grano. Aveva soli 37 anni.

All’epoca Vincent si trovava all’Auvers–sur–Oise, un piccolo borgo di campagna a circa 35 chilometri da Parigi. Era da una settantina di giorni che alloggiava alla pensione Auberge Ravoux. Vincent passava le sue giornate a dipingere nella quiete della campagna.

Si narra che anche quel giorno di fine luglio Vincent fosse andato nei campi con le sue tele e i suoi colori. Invece che rincasare nel tardo pomeriggio, ritornò alla pensione nel cuore della notte con un proiettile al petto. I primi ad arrivare in suo soccorso furono i medici. Poi venne chiamato il fratello Theo. Purtroppo le sue condizioni erano troppo gravi per poter esser trasportato all’ospedale e operato. Vincent morì nella sua stanza di albergo, dopo due lunghi giorni di agonia.

Il caso venne archiviato come suicidio e la storia velocemente dimenticata. Al tempo, del resto, Vincent non era un pittore conosciuto. Il fatto che soffrisse di disturbi mentali avvalorò l’ipotesi del suicidio e convinse tutti quanti.

Della vicenda non se ne sarebbe probabilmente mai più parlato, se non fosse che la fama di Van Gogh crebbe al punto da diventare uno dei pittori più amati a livello mondiale. Insieme alla sua notorietà, iniziarono a sorgere diversi interrogativi sulla sua vita travagliata e la sua tragica morte.

Centoventisei anni dopo, a riaprire le indagini sono stati Armando Brignolo e Gino Vercelli, due “detective” alquanto particolari. Dalla loro collaborazione è nato Van Gogh. Ipotesi di un delitto a fumetti, pubblicato nell’aprile 2016. Brignolo è un giornalista della redazione astigiana de “La Stampa” e un grande ammiratore di Van Gogh. Durante la presentazione del volume al Salone del Libro, ha dichiarato che indagare su questa vicenda era da sempre «il suo sogno nel cassetto».

Dopo lunghe e accurate ricerche, Brignolo ha avanzato l’ipotesi che il pittore olandese non sia morto suicida ma sia stato assassinato. È stato deciso di dare una forma particolare all’indagine, che ben si adatta al caso in questione: per immagini. “L’aiuto detective” di Brignolo è Vercelli, fumettista astigiano che da anni lavora per la popolare casa editrice Bonelli (illustratore di “Nathan Never” e “Jonathan Steele”). A lui è spettato il compito di tradurre in fumetto la tragica vicenda dell’icona del post-impressionismo. «Per rappresentare Vincent ho usato uno stile spontaneo. Il disegno mi è uscito fuori dalla mano in libertà, di getto, graffiato e sporco», ha spiegato il vignettista.

Oltre che essere compaesani, “detective” e “aiuto detective” hanno in comune la passione per l’arte («ho provato a fare il pittore, ma con scarsi risultati», ha confessato Brignolo) e per Van Gogh. Una passione, questa, che non si limita alle sue opere artistiche ma che interessa anche la sua tormentata vicenda umana. Quando Vercelli ha ricevuto la sceneggiatura dall’editore Daniela Piazza, ha deciso di accettare l’incarico senza esitazione. Tra i due si è subito creata una sintonia perfetta.

Ma cosa può aver riportato l’attenzione sulla vicenda, dopo così tanto tempo? È stato Brignolo stesso a spiegare i motivi che l’hanno spinto a riaprire l’inchiesta: «Per un senso di giustizia. Van Gogh ha subito tanti torti, sia in vita sia post mortem». L’indagine, dunque, rappresenta un tentativo di far luce sulla vicenda umana di uno degli artisti più tormentati della storia.

Sono diverse le prove a sostegno dell’ipotesi di omicidio. 
L’anomalia più grande riguarda l’arma. La rivoltella con cui Vincent si è ucciso — o è stato ucciso — non è mai stata ritrovata. Si narra che il pittore, nel buio di quella notte, l’abbia abbandonata nei campi. Eppure nemmeno la polizia riuscì a rintracciarla alla luce del giorno seguente. Anche i suoi strumenti di lavoro non vennero mai recuperati. Per di più, Vincent non aveva alcuna esperienza con le armi da fuoco. La scelta della pistola, dunque, sembrerebbe essere piuttosto bizzarra.

Un altro elemento che porta a far pensare a un delitto è il tipo di ferita rinvenuta. Come mai il proiettile, sparato a una distanza tanto ravvicinata, è finito sotto le costole e non diretto al cuore? Per di più, se sparata da così vicino, una pallottola ha una potenza tale per cui dovrebbe fuoriuscire. Nel caso di Vincent, ciò non è stranamente accaduto.

Sull’intera vicenda non è mai stata condotta un’indagine — forse un tentativo di affossare il caso? Ma i misteri che avvolgono la figura di Van Gogh non riguardano solo la sua morte, bensì l’intera esistenza. Come sottolineano Brignolo e Vercelli, sono tante le zone d’ombra nella sua vita tormentata, «le occasioni in cui il pittore è stato vittima di ingiustizie».

Basti pensare alla famosa vicenda dell’orecchio mutilato. Difficile dire se Vincent se lo sia effettivamente tagliato, come si è sempre creduto. Sono state avanzate altre ipotesi: potrebbe essere stato addirittura Paul Gauguin a strapparglielo. Tra i due vi era un rapporto di amicizia indubbiamente totalizzante e controverso. Anche sulla pazzia dell’artista alleggiano vari interrogativi. Van Gogh è passato alla storia come un una persona profondamente disturbata, eppure nessun medico gli ha mai diagnosticato malattie mentali. Vincent soffriva di epilessia — i primi attacchi si manifestarono solo dopo il trasferimento a Parigi, un ambiente caotico che aggravò la sua condizione fisico-mentale. Prese anche a fare un uso smodato di assenzio, il forte liquore in voga nella Parigi bohémienne. L’alcolismo non fece altro che accentuare il suo malessere e la sua irrequietezza mentale.

Suicido o delitto? Sia per gli autori che per i lettori è difficile emettere un verdetto. Non possiamo dimenticare che le indagini, per quanto accurate e puntigliose, sono state condotte a più di cent’anni dalla morte di Van Gogh. Questo lasso temporale non ci permette di avere le prove necessarie a confutare l’una o l’altra ipotesi. Del resto, sono gli stessi “detective” Brignolo e Vercelli ad ammetterlo: «sia quella di omicidio che quella di suicidio non possono che essere delle supposizioni».

Come ogni indagine, questa è una storia che inizia dalla fine. 
Come molte indagini, questa è una storia che resterà avvolta nel mistero. 
Di Vincent Van Gogh ci restano le sue incredibili opere e una storia travagliata, quella di un artista unico di grande sensibilità.