Vita impalpabile

La città ideale vista da dentro

La città ideale, autore ignoto. Databile tra il 1480 e il 1490. Da sempre motivo di attenzione per la grande quantità di enigmi e significati.

Non so esattamente dove mi trovo. Sono in una piazza, questo sì. Una bella piazza.

I miei passi, incerti e confusi, saltano da una lastra all’altra per evitare di calpestare i disegni scuri. Non mi è mai piaciuto camminare sui disegni. Camminereste mai su un quadro?

Quando stacco gli occhi da terra, immobile per non rischiare di sbagliare, mi trovo davanti ad un edificio massiccio, rotondo e ben piazzato al centro. Le colonne lo eleggono a guardiano, la sua centralità gli permette di sorvegliare tutto intorno, molto attentamente. Accenno un sorriso, ammiccando alla strategia infallibile di chi lo ha disegnato.

Ma presto mi accorgo che in realtà non c’è proprio niente da sorvegliare.

Realizzo di colpo di essere sola, completamente sola.

Il che stranamente non mi trasmette nessun senso di inquietudine, piuttosto una calma serafica surreale. Mi guardo attorno. Il piatto cielo azzurro non fa che agevolare questo senso di serenità che sembra essersi stampato sui muri. I tre salti con cui arrivo davanti alla porta dell’edificio rotondo, non accennano il minimo rumore, come se qui anche il silenzio fosse imperturbabile.

La porta è stata lasciata socchiusa da qualcuno, penso. Infilo dentro solo la testa, sia mai che la pavimentazione nasconda un mosaico, ma non vedo niente, buio pesto.

Un battito di ali mi fa sobbalzare e sbattere la tempia contro il massiccio portone in legno. Mi guardo le spalle ma la cartolina è la stessa. Niente di niente.

Curiosa, torno a giocare a campana per avvicinarmi a uno degli edifici color pastello, che incorniciano la piazza. Ci sono delle piante alle finestre, dei fiori curati addirittura: nobili garofani, bossi ancorati ai balconi, e dell’edera rigogliosa sparsa qua e là. Sorrido ancora, finalmente convinta della presenza di qualcuno che può spiegarmi dove mi trovo.

«C’è qualcuno lassù?». Non emetto un suono. Strabuzzo gli occhi e d’istinto porto la mano alla bocca. Com’è possibile? Che scherzo è questo?

Provo e riprovo ancora senza capire se il problema sia nella mia voce o nelle mie orecchie. Nessuno si affaccia alle finestre, quindi opto per la prima ipotesi. Che strane leggi regolano questo luogo asettico e accogliente allo stesso tempo?

Un battito d’ali mi interrompe di nuovo, e la rapidità nel voltarmi questa volta non fallisce: ci sono due tortore grigie sul cornicione giallo. Loro sì, tubano rumorosamente. A quanto pare, sembra che sia l’unica a non avere alcun potere su questo luogo di meticolosa perfezione.

Voglio ascoltare l’acqua del pozzo. Ce ne sono due, speculari l’uno all’altro. Salgo i quattro gradini che lo elevano sopra le lastre, appoggio le mani sulla pietra fredda, sporgo il viso, allungo gli occhi. Bianco.

Mi sveglio di scatto.

Sono a casa, composta, esattamente al centro del mio letto a una piazza e mezzo. Non sono sudata, e nemmeno scossa, solo momentaneamente sorpresa.

Di quella città ideale mi è rimasta addosso la quiete interiore e le mille domande.

Carolina Orlandi