11 domande da porsi sull’autoevoluzione umana

Le nuove tecnologie sono destinate a trasformare l’umanità. Ma non sono solo scienziati, politici e registi a doversi interrogare sul tema.


Johnny Depp in Transcendence

Le nuove tecnologie sono destinate a trasformare l’umanità. Ma non sono solo scienziati, politici e registi a doversi interrogare sul tema. L’uomo si è evoluto per millenni e sta continuando a farlo ancora oggi, ma da qualche tempo le cose si sono spinte un po’ più in là: l’uomo ha timidamente cominciato a guidare la propria evoluzione. Come? Con la genetica, la robotica, le nanotecnologie e lo studio delle intelligenze artificiali (discipline che si ricollegano al concetto di Singolarità, ovvero il punto oltre il quale la tecnologia si sviluppa a un tasso così elevato da impedire previsioni certe) è probabile che nei prossimi anni il concetto stesso di essere umano si andrà ridefinendo.

Questo tema è al centro di molte opere di fantascienza, come ad esempio di recente Transcendence, in cui Johnny Depp è uno scienziato che uploada la propria memoria e coscienza in un sistema digitale e, una volta in Rete e grazie all’impiego di nuove tecnologie, diventa un essere superiore, quasi onnipotente. Ma è al centro anche di molti dibattiti, di riflessioni e di istituzioni come la Singularity University o l’italiana Axelera.

I quesiti etici e filosofici sollevati da questi avvenimenti sono molteplici: ho provato a raccoglierne qualcuno, come semplice spunto di riflessione.

1 — In trent’anni di vita tutti noi abbiamo vissuto più innovazioni tecnologiche di quante ne abbia viste l’umanità in migliaia di anni. Ed è sicuro che il ritmo sia destinato a intensificarsi. L’essere umano è psicologicamente in grado di gestire un progresso scientifico così accelerato?

2 — Genetica, robotica e nanotecnologie potrebbero stravolgere radicalmente la nostra natura. L’umanità è per forza di cose una qualità desiderabile, a cui non si può rinunciare? O, di contro, può essere desiderabile affrancarsi da essa?

3 — Oltre che desiderabile, è possibile sottrarsi a questo processo evolutivo? E a che prezzo?

4 — Nel caso in cui alcuni uomini seguissero un percorso evolutivo che li portasse a staccarsi dalla loro umanità, dovrebbero continuare a sentire una comunanza di specie nei confronti degli altri esseri umani (e viceversa)?

5 — Se la risposta al precedente quesito è sì, qual è il criterio su cui improntare questa “fratellanza”: l’intelligenza? E in questo caso, non sarebbe il caso di estendere questa fratellanza a qualsiasi essere considerabile intelligente (come è possibile considerare animali come orche e delfini, ma anche, per paradosso, come lo sarebbero degli uomini di Neanderthal)?

6 — I criteri morali propri degli esseri umani si potrebbero estendere a questi ipotetici oltreuomini, oppure la pretesa di un’etica interspecie è impossibile?

7 — È possibile pensare a un’identità affrancata da qualunque supporto fisico stabile?

8 — La separazione dell’intelligenza umana dal suo supporto corporeo umano è destinata a modificarla in maniera radicale? È sufficiente già questo per non parlare più di umanità, ma di un’intelligenza “altra”?

9 — Abbiamo il dovere di fare il possibile perché le intelligenze “altre”, siano esse artificiali o meno, ragionino in termini che siano conciliabili con quelli dell’intelligenza umana? È anche solo possibile farlo?

10 — È doveroso affrontare i problemi di inclusione ed esclusione — così come di creazione di un’umanità di serie A e una di serie B — che questa evoluzione tecnologica è destinata a creare?

11 — Questa evoluzione, nel caso portasse a un aumento della longevità dell’essere umano, è sostenibile?


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