Diario di un analfabeta

La storia [con spoiler] dei tre giorni vissuti dentro 1630, il gioco di ruolo dal vivo sperimentato da Chaos League e altre ottantasei persone

Di Lorenzo Mannella

Desiderio Dozzi, assistente carpentiere. Credits: Daniele Bergonzi CC BY-NC-SA 4.0

Non ho mai imparato a leggere, né a scrivere. Tuttavia, ho raccontato questa storia e qualcuno ha avuto l’idea di trascriverla. Nel bene e nel male, la mia memoria ha vacillato.


Era il terzo giorno della festa di San Cristoforo. La fine di agosto. Il sole entrò nella stanza, disegnando sul muro con le ombre. Mia moglie dormiva ancora. Mi alzai per andare a pisciare. Poggio de’ Corvi era silenzioso. Misi un piede fuori dalla porta di casa e lo vidi. Un uomo, aveva il mantello e indossava una maschera dal becco nero. Mi fece cenno di correre da lui, dentro lo studio del medico.

Nella stanza occupata dal tavolaccio di legno, una manciata di cristiani vestiti da corvi si muovevano come ossessi. Uno di loro mi indicò un mantello appeso al chiodo. E la maschera col becco. Dovevo indossarli subito. La peste era arrivata in paese.

Achille Astolfi, medico. Credits: Daniele Bergonzi CC BY-NC-SA 4.0

Il medico —riconobbi i lunghi capelli di Achille— mi disse di reggere la scatola con i suoi attrezzi e di seguirlo, ché qualcuno aveva unto con la peste appena fuori la locanda. Il villaggio ancora era silenzioso, e il prete ancora non aveva detto messa. Ricordo bene l’unzione. Una pasta scura, umida e maleodorante spalmata fino a terra. Achille raschiò appena il legno e raccolse una manciata di quella cosa. Per scoprire se la peste avesse già attecchito in paese.

Il borgomastro, subito informato, diede ordine che nessuno uscisse di casa. Solo il medico e noi suoi aiutanti potevamo muoverci per le strade. Ricordo anche che visitammo tutte le case, per essere sicuri che i paesani avessero buona salute. Achille ne fece mandare una decina al suo studio, che sembravano star male. C’era anche mia moglie Camelia, ma sotto la maschera non poteva vedermi.

Quella mattina non ebbe mai fine. Il sole bruciava, e sotto il mantello era come l’inferno. Stavo nella piazza, a guardare che nessuno varcasse l’uscio. Almeno, non prima del verdetto di Achille sui cagionevoli di salute. Se la peste è arrivata, pensai, forse è Dio che ci vuole punire per quel che abbiamo fatto a quel povero cristiano. Fissavo il sagrato della chiesa. Il luogo dove lo avevamo trovato tre settimane prima, ancora vivo.

Ricordo bene. L’anno del Signore, il 1630.

Di come Fulgenzio giunse a Poggio de’ Corvi.

L’uomo che abbiamo ucciso un nome ce lo aveva: Fulgenzio. Come scoprimmo più tardi, era venuto alle nostre porte da un paese numeroso dove la peste falciava uomini e donne come erba secca. A Poggio de’ Corvi eravamo poco più che cinquanta, tutti in salute. Deo gratias. E quindi? Impossibile tenerlo lì con noi a dividere il poco cibo che avevamo. Impossibile lasciarlo libero di raccontare che a Poggio la peste mai aveva fatto ingresso.

La decisione fu presa di comune accordo. Il borgomastro, il prete, l’oste, le lavandaie, le serve, i taglialegna, i contadini, i servi di Cristo, il medico e i suoi cercatori: tutti, nessuno escluso. Avvelenammo la sua acqua. Dopo che fu morto, bruciammo le sue spoglie e lo seppellimmo in una fossa solitaria. Senza conoscere il suo nome.

L’arrotino. Credits: Daniele Bergonzi CC BY-NC-SA 4.0

Da quel giorno il borgomastro Alceo diede ordine che noi guardiani si facessero ronde in numero di due o tre persone alla volta, affinché non si ripetesse quel che era accaduto con Fulgenzio. Per settimane fummo ben attenti a scrutare ogni singola pietra, e quasi arrivavamo a udire ogni filo d’erba spostato dal vento. Accadde però nella prima sera della festa del santo, che noi tutti si fosse impegnati coi preparativi per il palio del giorno successivo. Mentre che ero dal medico a discutere circa un paio di scorpioni che aveva trovato per il paese, il borgomastro entrò come un tuono nella stanza. A gran voce disse che uno dei cancelli era rimasto aperto, e che nessuno dei guardiani era al suo posto, tant’è che aveva dovuto provvedere lui stesso a serrarlo.

Provai a dire la mia, ma Alceo mi zittì bruscamente, coprendomi di parole dure e sbattendo la porta dietro di sé. Io tornai al mio posto di guardia, ben scosso. Ebbi appena il tempo di riprendere un po’ d’animo che ecco venirmi nuovamente incontro il borgomastro, seguito da altri due o tre uomini. Il cuore mi morì nel petto.

Che le male parole non fossero bastate? Che fosse lì per mettermi alla gogna o, ancor peggio, per riservarmi la medesima sorte dello sconosciuto? Nulla di tutto questo. Vedendomi davanti al cancello, mi ordinò di spalancarlo ché io e il giudeo Eliseo si doveva compiere una missione di massima urgenza.

Girava voce che fossero state avvistate tracce d’uomo al limitare del bosco. Col favore delle tenebre, avremmo controllato i sentieri e riferito al borgomastro d’ogni cosa sospetta. Partimmo, io ed Eliseo, facendo ben poca luce da una lanterna che lui aveva premura di schermare col mantello. Il bosco era tutto una vita strisciante, e i rami degli alberi risuonavano di richiami d’uccelli invisibili. Ci fermammo più di una volta lungo la strada, pensando d’aver udito qualche cristiano. O qualche ebreo, come ebbe a scherzare lui stesso.

Giunti nei pressi di alcune rovine, sicuri che fosse il luogo indicato dalle voci, avanzammo tra gli sterpi facendo un poco di luce. A terra, oltre a un cerchio di braci fradice, giaceva una borsa di cuoio. Dentro, un ventaglio di carte fittamente scritte. Allarmati, per quanto incapaci di leggerle, ci risolvemmo di portarle subito in paese.

La famiglia Baiocchi. Credits: Daniele Bergonzi CC BY-NC-SA 4.0

Il mattino seguente, il borgomastro parlò alla piazza del paese. Le lettere erano state scritte dall’uomo che avevamo avvelenato, bruciato e seppellito fuori le mura. Le date coincidevano alla perfezione. Apprendemmo che il suo nome era sì Fulgenzio, e che aveva lasciato il suo paese flagellato dalla peste insieme a Michele, al fine di cercare rifugio. Michele si perse nel bosco, e Fulgenzio non ebbe certo maggior fortuna.

Ci fu un mormorio. Come appresi subito dopo, c’era il sospetto che Fulgenzio avesse lasciato altre tracce dietro di sé, forse per aiutare Michele a trovare Poggio de’ Corvi. Non fu una sorpresa udire il borgomastro ordinarmi di andare a ispezionare nuovamente il sentiero insieme a Clemente e Damiano. Questa volta, alla luce del sole. Di quella nuova discesa ricordo bene le more dolci che raccogliemmo ai bordi del sentiero. Poco più avanti della casa diroccata, la strada prese a scendere più ripida, mescolandosi a rovi e cespugli.

Il primo segno lo vide Clemente, quasi per caso, sul ramo di un albero. Ci scrutammo negli occhi. Da quel punto, con un po’ di fortuna, un viandante avrebbe potuto scorgere i picchi di fumo che si levavano dai falò accesi per la festa di San Cristoforo. D’istinto, cancellammo il segnale e proseguimmo spediti lungo la strada. Giù, verso il bosco sempre più fitto. Ne trovammo altri e scendemmo ancora, cancellandoli come meglio potevamo. Proseguimmo così fino a quando non arrivammo a una radura, oltre cui era troppo rischioso proseguire. Attenti che nessuno ci avesse veduti, tornammo di buona lena sui nostri passi.

Una lavandaia a Poggio de’ Corvi. Credits: Daniele Bergonzi CC BY-NC-SA 4.0

In paese urgevano i preparativi della festa di San Cristoforo. Nel secondo giorno avremmo dovuto correre il palio, offrendoci in quattro uomini, un tronco in spalla, tre giri delle mura, l’intera famiglia a dare supporto e sostituire chi fosse a corto di fiato. Contro di noi le altre famiglie del paese. I piedi e le gambe mi dolevano, ma la famiglia non volle sentire scuse, ché era stata intavolata una buona strategia per vincere il palio. Avremmo corso fortissimo alla partenza, e sostenuto passo di marcia veloce per tutta la gara, cambiandoci sotto il tronco per non stramazzare a terra. Fu scelta buona e giusta, ché passammo subito avanti a tutti e mantenemmo la testa della gara. Gli ebrei addirittura li doppiammo. All’ultimo giro entrammo dalla porta del paese che parevamo tutti eroi.

Giacché ero ridotto come uno straccio, il borgomastro ordinò di tornare nella radura, a seminare false tracce per Michele. Essendo uno dei guardiani, non potei certo tirarmi indietro. Partii con Decimo e Duccio, camminando di buon passo. Marcammo i rami che costeggiavano un sentiero basso e pietroso, sicuri che chiunque l’avesse percorso avrebbe perduto la giusta via che porta a Poggio. Non perdemmo l’occasione di mangiare una seconda manciata di more. Fummo veloci nell’agire e tornammo al paese senza farci domanda alcuna.

All’ombra delle mura, decisi che sarei rimasto immobile il più a lungo possibile. Ci furono grandi festeggiamenti la sera, ed io sedevo a fianco a mia moglie, nella piazza apparecchiata. C’era una buona aria, vino, scherzi e festa. E Damiano che faceva il matto perché amava Antea, che era pure incinta di lui. Ma non l’avrebbe mai avuta. Ecco, ricordo che ero voltato verso i cancelli, e vedevo la strada, la sera che scendeva piano sulla collina. Pensavo a quel povero cristiano di Michele. Con le false tracce lo avevamo certo condannato a morire nel bosco. Non mi usciva più dalla testa. Costui, lontano dal finire come Fulgenzio, non lo avremmo neppure seppellito.

Stoffe e gomitoli . Credits: Daniele Bergonzi, CC BY-NC-SA 4.0

Dormii fino alla mattina seguente, quando l’unzione apparve nel paese. Il medico tardava a dare un responso, e la quiete era ben lungi dal tornare tra le nostre mura. Il prete disse messa a tutti gli abitanti affacciati alle finestre, tanta era la paura del morbo. Fu così che in paese tutti presero a maturare foschi pensieri sui fautori dell’unzione. Tant’è che l’ordine del borgomastro fu ignorato, e dalle case uscirono piccoli gruppi di persone. Come le gocce che fanno traboccare un otre, gli abitanti di Poggio si riversarono in piazza. Si vociava. Col dito puntato, Desiderio e gli altri servi di Cristo pronunciavano male parole contro gli ebrei, e li avrebbero perfino malmenati e cacciati, se nelle loro teste non si fosse fatto largo il dubbio che forse era colpa d’un cristiano.

Desiderio prese dunque a questionare sulla condotta morale di altri compaesani, ché forse era stato un qualche loro gesto screanzato a causare l’arrivo della peste. In particolare, vi era una donna Baiocchi che il giorno addietro s’era scoperta per protesta i capelli in piazza—molti ne furono testimoni—causando grande sdegno e preoccupazione. Mai una femmina aveva osato tanto, e per giunta nei giorni di San Cristoforo, nostro santo protettore.

Una giovane Baiocchi. Credits: Daniele Bergonzi, CC BY-NC-SA 4.0

Fu come un temporale che scoppia dal nulla. Desiderio e gli altri preso a dire che quel gesto sicuramente aveva dispiaciuto più Dio che gli uomini, e che l’altissimo ci puniva infliggendoci la peste. E più la donna si difendeva con fare sfacciato, più il sospetto cresceva. Le urla in piazza si fecero sempre più forti, tanto che pure il prete dovette farsi valere per ricordare a Desiderio che il suo lavoro era d’aiutare il carpentiere, non di inquisire le donne della sua famiglia. E quel Desiderio avrebbe avuto anche tanto ardire da rispondergli, se in quel momento una mano sconosciuta non avesse bussato fuori i cancelli. Ci fu silenzio. Spiando da un pertugio, Damiano vide che era una persona sola. Io pensai subito fosse Michele, che infine aveva trovato la strada per Poggio de’ Corvi. Eppure, non potevamo esserne certi. Mai avevamo veduto il suo volto.

Breve e confusa fu la discussione che seguì tra di noi. Ricordo poco le parole dette. È qui che la mia memoria m’inganna. Lasciare che morisse sotto il sole? Oppure per il veleno? E perché non concedere, invece, misericordia? E chi poteva dirci che non covasse già la peste? Dio ci stava mettendo alla prova.

Infine, decidemmo di aprire il cancello. La persona era malmessa per il caldo e il lungo vagabondare, senz’acqua né cibo. Disse poco di sé, forse mentì, e di certo non si prodigò a raccontarci come avesse trovato la strada. Chiese però di Fulgenzio, ché lo cercava. Io non ebbi il cuore. Dissi solo che di lui avevo sentito parlare. Sembrò riaversi. Facemmo un cerchio in piazza e offrimmo acqua e miele. In mezzo a tutti, fissandoci negli occhi, ebbe forse una vaga idea di quel che era successo.

La voce roca di un altoparlante si diffuse nell’aria. Fine del gioco.

Maschere da medici della peste. Credits: Daniele Bergonzi CC BY-NC-SA 4.0

Siamo scesi nel parcheggio di Poggio de’ Corvi il pomeriggio del 26 agosto 2016. Eravamo quarantatré, pronti a immergerci in quello che è stato 1630, il gioco di ruolo dal vivo (in sintesi: ruolo vivo) sperimentato da Chaos League. Insieme abbiamo vissuto per tre giorni nei panni degli abitanti di un villaggio umbro del Seicento, scampato miracolosamente alla peste. Altre quarantatré persone ci avrebbero dato il cambio nella replica successiva, generando un universo parallelo governato dalla medesima e incombente angoscia. Eravamo da togliere il fiato.

Questa storia appena narrata l’ho vissuta in prima persona, ma tutto ciò non la rende la storia. È solo una storia, un minuscolo frammento di tutto ciò che è accaduto dentro e fuori quelle mura. Di conseguenza, nei giochi di ruolo dal vivo come 1630 non esistono personaggi principali. Esisti tu, esistono gli altri. E poi c’è il personaggio, un feticcio in cui infondi parte di te. Nei momenti più alti di questo ruolo vivo sei testimone di un fenomeno per cui percepisci gli altri personaggi in modo tanto intenso da dimenticare il contenitore. E ti perdi nel contenuto.

Estirpando rovi, facendo legna, sorseggiando zuppa, pulendoti la bocca col dorso della mano, sonnecchiando all’ombra, fissando a lungo le spalle di una donna che non dovresti neppure considerare, correndo insieme alla famiglia con un tronco sulle spalle, camminando giù per il sentiero, mangiano more, camminando su per il sentiero, incassando la paga, chiudendo i cancelli di notte, indossando una maschera da medico della peste, sudando, mentendo, abbracciando un uomo che ha perduto la moglie, ti perdi.

A Poggio de’ Corvi è stato come vivere ancora, nonostante tutto ciò che hai già vissuto. Non esiste pubblico. Esisti tu, esistono gli altri.