Illustrazione di Stefania Spanò — Anarkikka

25 novembre: perché parliamo così poco della violenza sulle donne disabili?

cristina galasso
Nov 23, 2015 · 3 min read

di cristina galasso
illustrazione di
Anarkikka


Il 33 per cento delle donne subisce violenza, secondo gli ultimi dati dell’Organizzazione mondiale della sanità. Una percentuale che sale al 40 per cento se si tratta di donne con disabilità e all’80 per cento se vivono all’interno di centri e istituti.

Le donne disabili sono più esposte alla violenza in famiglia, a scuola, nei luoghi di lavoro e non solo. Sono più esposte alla “violenza istituzionale”, agli abusi e ai maltrattamenti che si nascondono tra le mura di ospedali, case-famiglia, Rsa, alla violenza esercitata da medici, infermieri, terapisti, inservienti. Quella che le colpisce è una violenza doppia: perchè donne e perchè disabili.

Si tratta di una violenza silenziosa, mimetica, da cui è molto più difficile uscire: solo nel 10% dei casi la donna disabile denuncia la violenza e quando lo fa spesso incontra persone impreparate, o peggio, incredule, indifferenti. Raramente trova ascolto, sostegno, giustizia. Le donne con disabilità sono considerate e rappresentate come esseri asessuati e quindi la violenza nei loro confronti è ancora più ‘invisibile’, addirittura paradossale.

Tuttavia qualcosa sta cambiando, grazie soprattutto all’impegno delle persone disabili, delle associazioni e ai cambiamenti, seppur lenti, che la Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, approvata nel 2007, sta imponendo a governi e istituzioni.

Illustrazione di Stefania Spanò — Anarkikka

In Italia, dove si contano quasi 2 milioni di donne disabili, una delle prime associazioni a richiamare l’attenzione su questa “piaga nella piaga” è stata la Uildm, l’Unione italiana lotta alla distrofia muscolare. Il Gruppo donne, nato all’interno dell’associazione, ha prodotto importanti documenti, ricerche, workshop sul tema della violenza alle donne con disabilità. E poi l’Anffas, l’Associazione nazionale famiglie di persone con disabilità, che ad inizio del 2015 ha partecipato alla consultazione del governo sul Piano d’azione contro la violenza di genere. In quest’occasione l’Anffas ha chiesto innanzitutto la piena attuazione dell’articolo 16 della Convenzione Onu che impegna gli Stati ad adottare tutte le misure necessarie per garantire alle persone disabili il “diritto a non essere sottoposte a sfruttamento, violenza e maltrattamenti”.


E sono proprio di questi giorni due importanti iniziative: la richiesta dell’associazione Verba di Torino e dell’associazione Se non ora quando di prevedere anche in Italia l’aggravante per chi commette violenza su persone disabili. E poi l’uscita di un numero di Hp-Accaparlante, la rivista del Centro documentazione handicap di Bologna, tutto dedicato a disabilità e violenza sulle donne, un tema — si legge sulla rivista — “che non è solo questione di donne, e neppure solo di persone con disabilità”.

Nel numero di Hp tante domande che aiutano a capire quanto la questione donne disabili e violenza sia complessa. I percorsi di uscita dalla violenza riescono ad accogliere anche le donne con disabilità? Le case rifugio sono accessibili? I servizi di aiuto hanno strumenti di comunicazione che si adattino a vari tipi di disabilità? I servizi socio-sanitari sono in grado di gestire l’emergenza di una violenza fisica o psicologica su una donna disabile? E cosa intendiamo per ‘violenza’ quando chi la subisce ha una disabilità?

Trovare una risposta a queste domande, cambiare le leggi e con le leggi anche culture, approcci, servizi credo debba essere una priorità di istituzioni, associazioni, centri antiviolenza. E proprio i centri antiviolenza, che tanto hanno fatto e fanno ogni giorno, potrebbero lanciare una sorta di “piano nazionale contro la violenza sulle donne con disabilità”.

Forti della loro esperienza e con l’aiuto delle associazioni delle persone con disabilità, i centri antiviolenza potrebbero mettere a punto protocolli, percorsi di formazione, servizi sul territorio e spingere istituzioni, media e opinione pubblica ad affrontare finalmente la questione. Se non ora quando?

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