di Iacopo Barlotti e Dario Tomassini


All’Europa non chiediamo un lavoro, ma diritti e libertà. Questa non è vita”. Al bar della tendopoli, un grande telo sostenuto da pali di legno, si discute di politica davanti ad una lattina di aranciata. Sì, proprio quell’aranciata che le multinazionali producono spremendo i piccoli agricoltori della piana di Gioia Tauro.

Perché a Rosarno, ancora oggi, funziona così. Sei anni dopo gli scontri fra immigrati e residenti, la situazione resta in bilico tra sfruttamento nelle campagne e un’integrazione che stenta a decollare. Migliaia di ragazzi africani vivono in condizioni disumane in tendopoli, fabbriche dismesse e casolari abbandonati. Una giornata di lavoro negli agrumeti, a raccogliere arance e mandarini, vale dagli 8 ai 25 euro. Nell’isolamento in cui vivono, in pochi si ricordano di loro.

Rosarno, il video del reportage

Il mercato delle braccia

La giornata tipo comincia così. Alle prime luci dell’alba le strade di Rosarno e San Ferdinando si riempiono di ragazzi in cerca di una giornata di lavoro. I più fortunati vengono caricati su vecchi furgoni e portati nei campi. Al volante i cosiddetti “caporali”. «Ci accompagnano e ci riportano a casa per 3 euro» raccontano quelli della tendopoli. Ma non sono loro il problema più grosso, anche se, contro il caporalato, la Flai CGIL ha proposto e fatto approvare una legge regionale.
«Le condizioni di lavoro sono durissime. Lavoriamo quasi tutti senza contratto. E così quando non ci pagano non possiamo fare niente». Dalle 7 di mattina fino al tramonto a raccogliere frutti dagli alberi. La paga può essere anche a cassetta: 50 centesimi per le arance, 1 euro per i mandarini.
Il problema, spiega Nino Quaranta dell’Associazione Sos Rosarno, «è il prezzo imposto dalle multinazionali: 8 centesimi al chilo. Così non si riesce nemmeno a fare la raccolta. E i piccoli agricoltori si trovano costretti a scegliere tra due alternative: lasciare i frutti sugli alberi o sfruttare chi è più debole di loro, cioè gli immigrati».

Aspettando la (nuova) rivolta

«Ogni anno a dicembre è la stessa storia. C’è qualcuno che con la violenza cerca di provocare questi ragazzi, per motivi politici e strumentali». Don Roberto Meduri è il parroco di Bosco, quattro case a pochi chilometri da Rosarno. Dal 2010 si è preso a cuore la vita, le speranze, i problemi di molti di loro. «Nelle ultime settimane sono stati aggrediti sei ragazzi per strada. Erano già pronte le barricate, come sei anni fa. Per fortuna stavolta siamo riusciti a far prevalere il buon senso».

La vita al campo container di Rosarno

Don Roberto non si ferma un attimo. Col suo furgoncino, sempre a disposizione di chi ha bisogno, porta cibo e latte al campo e segue le pratiche per i permessi di soggiorno, indispensabili per chi cerca un lavoro regolare. È uno dei pochi che si fa vedere alla tendopoli. Lo Stato, infatti, non c’è. Come se la consegna, negli scorsi anni, di una settantina di tende e una ventina di container potesse bastare a risolvere tutti i problemi.
Invece, la zona di Rosarno sembra diventata anche un rifugio per chi un lavoro ce l’aveva e ora l’ha perso, complice la crisi. «Sono arrivato dal Burkina Faso — racconta Ziou, appena tornato al campo container con la sua bicicletta — quindici anni fa. Lavoravo ad Ancona in una rubinetteria che ha chiuso. E quindi sono venuto qua». Un rifugio e un punto di passaggio per chi deve rinnovare il permesso di soggiorno: il Comune di Rosarno, si dice, rilascia certificati di residenza più facilmente rispetto agli altri.

Un’alternativa sostenibile

«La cooperativa sociale “Mani e terra” vuole mettere insieme i deboli con i deboli, piccoli produttori e immigrati. Siamo 12 soci, metà italiani e metà africani, e anche loro fanno parte del consiglio di amministrazione» continua Nino Quaranta. La piccola onlus è un esempio di integrazione che si realizza attraverso la resistenza alle multinazionali e, naturalmente, contratti in regola.

Una giornata di lavoro, nelle campagne di Rosarno, può durare dall’alba fino alle 17

Il raccolto, infatti, non passa per la grande distribuzione, ma viene venduto a gruppi di acquisto solidale. L’idea è quella di fissare il prezzo degli agrumi e spiegare nel dettaglio come si arriva a quella cifra: manodopera, trasporto, prodotto e una quota da devolvere a scopo benefico. «Perché accoglienza non vuol dire fermarsi alla semplice idea di legalità, ma provare a lottare per un concetto più ampio, quello di giustizia sociale».

Rosarno città aperta?

Altre iniziative di solidarietà provano a coinvolgere Rosarno e i suoi cittadini, a caccia di un’integrazione che ancora sembra un miraggio. «Siamo due culture che non hanno nulla in comune» sentenzia un residente, nel giorno del concerto organizzato in pieno centro per avvicinare le due comunità. Tra gli organizzatori anche i volontari di Medu (Medici per i diritti umani), sempre in movimento con il loro ambulatorio mobile per offrire assistenza negli accampamenti di Basilicata e Calabria.

Al concerto per l’integrazione fra residenti e immigrati

«Non ci sarà mai un’integrazione — argomenta Mamadou Dia, mediatore culturale dell’associazione umanitaria — finché gli africani continueranno a essere relegati in tendopoli e container». «Non siamo razziste», sembrano rispondergli con la più prevedibile delle premesse due signore a pochi passi dal palco. «Noi li abbiamo sempre aiutati, ma sono loro che non fanno niente per integrarsi. E ne arrivano sempre di più perché da noi stanno bene, sono tutelati».

A spasso per la tendopoli

In realtà, basta fare un giro nell’insediamento di San Ferdinando per rendersi conto di come vivono qui. Le tende blu della protezione civile formano il reticolo di un villaggio circondato da rifiuti. Si cucina e ci si lava per strada, davanti a tutti. Tre o quattro container ospitano i servizi igienici di oltre mille persone. Non a caso, spiega Giulia Chiacchella, dottoressa di Medu, i problemi più frequenti «sono quelli che derivano dalle difficili condizioni di lavoro e di vita, come patologie cutanee e disturbi articolari».
Nella tendopoli, comunque, ce n’è per tutte le esigenze. O quasi. Il più richiesto è il ciclista, che prepara e ripara le biciclette. Il salone del barbiere, una baracca in lamiera, offre acconciature a buon mercato. Per pranzo si può acquistare la carne dal macellaio oppure gustare direttamente lo spiedino di capra, cotto alla griglia su un vecchio barile di latta. Cinque volte al giorno il muezzin richiama i fedeli alla moschea, costruita col solito telo sostenuto da quattro pali in legno. Ancora più modesta la chiesa cristiana, tanto che è bastata una giornata di forte vento a spazzarla via.
E per divertirsi? Una partita a carte per strada oppure, nella tenda di Doumbia, una sfida a suon di gol alla consolle.

Visi, sguardi, speranze dei ragazzi immigrati in Calabria
Il campo contanier di Rosarno, a sinistra, e la tendopoli di San Ferdinando
Le condizioni del campo container di Rosarno

Il Koa Bosco: un calcio al razzismo

Chi i gol li segna davvero è il Koa Bosco, la squadra di immigrati creata da Don Roberto nel 2013. Iscritta alla Terza categoria calabrese, ha sconfitto a suon di reti gli avversari in campionato e anche qualche pregiudizio. «Un modo per dimostrare che questi ragazzi non sono solo manodopera da sfruttare» sottolinea Don Roberto. Il pallone doveva favorire l’integrazione con i ragazzi italiani. «Ma durante le partite capita che gli avversari ci lancino pietre e mandarini. Da questo punto di vista, purtroppo siamo ancora indietro». Eppure, secondo i giocatori, l’entusiasmo e l’adrenalina del rettangolo verde aiutano a superare qualsiasi episodio di razzismo. «Quando scendiamo in campo — raccontano Youssu e gli altri — siamo tutti uguali, compagni e avversari. Grazie al Koa Bosco abbiamo conosciuto tanti ragazzi. E per qualche ora riusciamo a dimenticare lo stress, la solitudine, i problemi».
Il calcio, nel suo piccolo, prova a combattere diffidenze e discriminazioni. Ma l’integrazione, a Rosarno, è ancora nel pallone.

Iacopo Barlotti e Dario Tomassini sono praticanti della Scuola di Giornalismo Radiotelevisivo di Perugia. Questo articolo è stato pubblicato su Quattrocolonne Web Magazine — SGRT Notizie.