“All’inizio i trafficanti erano più umani… poi hanno iniziato con le torture”

Dopo aver esaminato le testimonianze, il nostro tentativo di trovare 243 migranti dispersi si scontra con i limiti del possibile. Forse è giunto il momento di provare un approccio diverso.

di Eric Reidy
fotografia di
Gianni Cipriano

Parte 5 dell’inchiesta di Ghost Boat (precedenti: 1234 – successive: 6 • 7 • 8)

Berhane Isayas.

Questa è la nostra ambasciata non ufficiale”, mi dice Berhane Isayas, indicando il bar dove ci troviamo. A prima vista, questo locale di Milano sembra il tipico bar italiano: scaffali di bottiglie accatastate lungo la parete di fondo e un barista sempre indaffarato alla macchina del caffè.

Ma è qui che finiscono le somiglianze. La scritta in tigrino sulla porta annuncia “Eritrea” e alle pareti sono appesi quadri raffiguranti semplici scene di vita quotidiana di un villaggio africano, con donne dalla pelle scura che portano i capelli nelle tipiche treccine. Sul soffitto, c’è una mappa gigante dell’Eritrea intagliata in legno e retroilluminata. È un freddo venerdì pomeriggio e il bar è animato da una decina di uomini eritrei seduti intorno a sorseggiare tè, caffè o birra. Non si vedono italiani qui.

Come per molti dei parenti dei dispersi che ho incontrato nel corso di questa inchiesta, anche la vita di Berhane è stata sconvolta in modo drammatico dalla scomparsa della barca che stiamo ancora cercando: a bordo c’erano anche sua sorella, suo zio e suo cugino. Come gli altri 240 altri passeggeri, sono svaniti nel nulla, dispersi ormai da più di un anno, da fine giugno 2014.

Negli ultimi due mesi, il nome di Berhane continuava a saltar fuori nei colloqui con gli altri parenti dei profughi scomparsi: mi dicevano che si era spinto più in là di chiunque altro nella ricerca della verità, raccogliendo più informazioni su quanto poteva essere accaduto e sui trafficanti coinvolti.

Così, quando la telefonata misteriosa dalla Tunisia si è rivelata un vicolo cieco, sono andato a trovarlo.


Arriva al nostro primo incontro con un’aria seria e calma, i capelli lunghi, ondulati, raccolti in una coda di cavallo; di tanto in tanto il suo viso si apre in un sorriso contagioso – ma i suoi occhi sono sempre intensi, concentrati.

Berhane, giunto anche lui in Italia dalla Libia nel 2008, era un contatto importante per molti degli eritrei che avrebbero dovuto essere su quella barca: almeno 120 avevano il suo numero di telefono. “Quando un barcone di profughi prende il largo dalle coste libiche e arriva in mare aperto, chiamano il numero di telefono di una persona già in Italia che si occupa di contattare i servizi di emergenza”, mi spiega, scorrendo il suo cellulare e mostrandomi i messaggi con le coordinate GPS inviati da altre imbarcazioni. Per la barca scomparsa, era Berhane il contatto designato per i soccorsi.

La sera del 26 giugno aveva parlato con la sorella allora trentenne, Tsegereda, che gli aveva detto la stessa cosa riferita dagli altri ai loro parenti: era in una fattoria nei pressi di Tripoli, in attesa di partire. Poi per due giorni Berhane non aveva più saputo niente. La mattina del 28 giugno aveva richiamato lui stesso. Gli aveva risposto Measho Tesfamariam – che nel frattempo è stato arrestato con altri trafficanti e si trova in carcere in Italia – dicendogli che la barca era partita intorno alle 4 di mattina. “Li rivedrai in Italia”, gli aveva detto Measho.

Berhane però non aveva mai ricevuto né una telefonata né un messaggio con le coordinate per i soccorsi. Era molto strano. Il 30 giugno Measho lo aveva chiamato congratulandosi con lui: la barca, a suo dire, era arrivata in Italia. “All’inizio gli ho creduto”, mi confessa Berhane, con un sorriso triste.

Due giorni dopo, non avendo più notizie, Berhane aveva chiamato Ibrahim – il capo del giro di trafficanti – per avere risposte. Anche Ibrahim gli aveva dato le stesse generiche rassicurazioni già rifilate agli altri parenti dei dispersi, ma Berhane non ci credeva più: era chiaro che era successo qualcosa di imprevisto. Aveva chiesto a Ibrahim spiegazioni sul fatto di non aver mai ricevuto la chiamata o il messaggio con le coordinate della barca.

Un SMS con le coordinate geografiche di una barca di profughi per chiamare i soccorsi, inviato a Berhane Isayas da un telefono satellitare a bordo.

Ibrahim gli aveva risposto dicendo che non aveva mai fornito a quel gruppo un telefono satellitare. Già questo era molto preoccupante: sui barconi c’è sempre un telefono satellitare, è necessario per richiedere l’intervento dei soccorsi una volta raggiunta la distanza sufficiente dalla costa libica. “È una delle cose che avrebbe confermato se la barca era davvero partita”, spiega Berhane. La mancanza di un telefono satellitare era così anomala da far sembrare plausibile qualsiasi ipotesi sull’accaduto. “Ho pensato: forse Ibrahim ha venduto i passeggeri [in schiavitù]”, mi dice Berhane.

Berhane aveva insistito per avere risposte, litigando al telefono con Ibrahim, che però era impassibile: “Diceva di non aver paura degli eritrei. Diceva che siamo come animali domestici, come gatti... In pratica si è lavato le mani della situazione, perché gli eritrei non hanno un governo o un’ambasciata che possa esigere risposte su cosa è successo a quella gente”, racconta Berhane.

Poi Ibrahim aveva smesso di rispondere al telefono, ma Berhane era rimasto in contatto con Measho. Così, quando Measho stesso si è imbarcato per la traversata via mare arrivando in Italia un paio di mesi dopo, nel settembre 2014, Berhane l’ha saputo. Si è procurato il numero di telefono di Measho e gli ha chiesto di incontrarlo alla stazione ferroviaria di Bologna, ma Measho non si è nemmeno presentato all’incontro.

Berhane ha iniziato a raccogliere ogni informazione possibile per rintracciare Measho, che aveva già proseguito il viaggio fino in Germania. A quel punto Berhane si è rivolto alla procura di Bologna che stava indagando su un giro di trafficanti eritrei e ha presentato un esposto testimoniando a sostegno della richiesta di estradizione. Alla fine Measho è stato arrestato in Germania e rispedito in Italia per il processo.

“Sono contento che l’abbiano arrestato, è un criminale”, ha detto Berhane. “Ma anche questo non risolve il problema”.

Come tutti gli altri alla ricerca dei dispersi della “barca fantasma”, aspetta ancora di sapere cosa è successo ai suoi cari. Fino ad allora, l’assenza di risposte resterà una ferita aperta.

Dopo il nostro incontro, poco prima di salutarci, gli chiedo se gli sembra di essere più vicino a una spiegazione, a capire cosa sia successo. Risponde alzando il pollice e l’indice che quasi si toccano, un minuscolo spazio a separarli: “Mi manca tanto così”. Le informazioni che mancano sono proprio quelle che stiamo ancora cercando.

Berhane ha raccolto una quantità impressionante di dati sui movimenti e sulla vita dei trafficanti responsabili della scomparsa di quella barca. Eppure, entrambi ci sentiamo fermi allo stesso vicolo cieco. Mentre parliamo, mi colpisce il fatto che le informazioni che mi mancano, che mancano a Berhane, che mancano a tutti quelli che hanno lavorato all’inchiesta sulla barca scomparsa sono informazioni elementari, semplici. È frustrante. Ho scarabocchiato sul mio taccuino le domande chiave del mistero :

  • Dopo essere partiti dalla fattoria nei pressi di Tripoli, i profughi che avrebbero dovuto essere sulla barca sono stati mandati verso la costa a Tripoli o a Zuwarah?
  • Sono riusciti davvero a raggiungere la costa e imbarcarsi?
  • Se sì, che è successo alla barca una volta in mare?
  • Se no, che è successo per causare la scomparsa di tutta quella gente?

Queste quattro domande contengono tutto il mistero, ma risalire alle risposte sarà difficile. Ho bisogno di consigli.

Alganesh Fisseha.

La mattina del giorno dopo mi trovo in un altro bar tipicamente italiano, questa volta senza immagini e mappe dell’Eritrea. Sono qui per incontrarmi con un’attivista eritrea, la dottoressa Alganesh Fisseha. Ha i capelli neri e lisci raccolti in una fascia che le incornicia il volto dolcemente segnato dalle rughe e porta un maglione extra large per difendersi dal freddo, nonostante il brevissimo percorso che ha dovuto fare per arrivare al bar: è appena uscita dal suo appartamento dall’altra parte della strada.

L’attivismo politico di Alganesh risale alla guerra eritrea per l’indipendenza dall’Etiopia, una lotta che ha dominato la vita in quel paese fino al 1991. L’avvento della dittatura poco dopo l’indipendenza fu una delusione straziante. Negli ultimi dieci anni, Alganesh si è dedicata alle esigenze di una diaspora sempre più numerosa e vulnerabile – centinaia di migliaia di eritrei spinti all’esilio dalla repressione sempre più aspra.

Berhane mi aveva messo in contatto con Alganesh perché anche lei aveva indagato sul mistero della “barca fantasma”: ha una vasta esperienza in questo campo e forse può offrire una nuova prospettiva, un orientamento.

Alganesh descrive l’esodo dall’Eritrea come un fiume diventato sempre più ampio e impetuoso nel corso del tempo. Ovunque intravedesse una fenditura, un’apertura – la possibilità di una vita migliore – la gente avrebbe trovato il modo di passarci. Quando si chiudeva un passaggio, la corrente si spostava fino a trovarne un altro aperto.

Il primo di questi passaggi aperti per molti eritrei era stato Israele. È un paese accessibile via terra e proietta un’immagine occidentale. A partire dai primi anni del nuovo millennio, decine di migliaia di eritrei fuggirono passando per il Sudan fino all’Egitto e attraversando il deserto del Sinai per cercare un posto sicuro dove vivere.

Invece, arrivavano ​​in una nazione che ha fatto di tutto per rendergli la vita difficile, tanto che molti hanno scelto di “deportarsi” da soli. Il governo israeliano offre persino soldi ai richiedenti asilo per andarsene. L’alternativa? Restare e affrontare restrizioni agli spostamenti e vessazioni della polizia – e dover restare in un centro di detenzione aperto nel deserto.

Spinti dalla disperazione, gli eritrei continuavano comunque ad affluire in Israele. Man mano che aumentava il numero di profughi che attraversavano il deserto, i trafficanti diventavano sempre più scaltri – e sempre più brutali.

“All’inizio i trafficanti erano più umani”, mi racconta Alganesh. “Poi, pian piano, hanno iniziato con le torture, gli stupri. Hanno iniziato a vendere organi. Hanno visto che i profitti erano alti”. Negli ultimi dieci anni Alganesh si è recata spesso in Sinai per cercare di liberare gli eritrei tenuti prigionieri e documentare gli orrori che accadono, per dimostrare al resto del mondo che sono un realtà. C’è ancora chi non ci crede.

Più tardi, seduti nella sua cucina a bere tè al cardamomo, mi mostra alcuni album di foto con la documentazione che ha raccolto. Ci sono foto di carrelli da ospedale con i cadaveri di giovani uomini, tagliati e ricuciti grossolanamente per l’espianto di organi. È evidente che erano stati uccisi apposta per alimentare quel traffico illegale. Si vedono orbite degli occhi scavate, per prelevare le cornee per la vendita. Per lo più sono giovani uomini, i loro corpi mutilati nel fiore degli anni.

Le immagini mostrano una realtà così sconcertante che si capisce perché la gente preferisca non credere che tutto questo sia successo davvero. Ma è successo. Pagina dopo pagina di orrori, morti grottesche a scopo di lucro.

Nessuno – né il governo egiziano, né gli israeliani, né il Parlamento europeo – ha voluto ammettere quello che stava avvenendo nel Sinai. Ma i profughi della diaspora eritrea sapevano, avevano sentito i racconti dei sopravvissuti.

Il flusso di profughi verso Israele si è arrestato solo quando l’Egitto ha intensificato le operazioni militari contro i militanti islamici nel Sinai e Israele ha costruito un muro lungo il confine nel 2013. Nel frattempo, migliaia di eritrei sono stati uccisi – e da allora c’è un nuovo passaggio, una nuova via di transito: la Libia.

“Prima hanno provato in [Sinai] e poi si è aperta una nuova via attraverso la Libia. E se anche la Libia diventa inaccessibile, troveranno un’altra via”, dice Alganesh. L’ONG per cui lavora, Gandhi, tratta già casi di rifugiati eritrei finiti in carcere ad Alessandria d’Egitto per aver tentato di attraversare il Mediterraneo da lì.

In tutti i casi che Alganesh ha visto nel corso degli ultimi dieci anni, in mezzo a tutto l’orrore e la tragedia, la storia della “barca fantasma” si distingue come caso del tutto particolare: è la prima volta che Alganesh sente parlare di un gruppo così numeroso di profughi che finiscono dispersi senza lasciare traccia. “È impossibile che siano svaniti nel nulla”, dice.

Quando l’imbarcazione non è arrivata in Italia, i parenti delle persone scomparse hanno contattato Alganesh, che ha cercato una risposta attraverso i suoi numerosi contatti in Tunisia, Malta e Italia, ma nessuno aveva informazioni. La sua ricerca è rimasta bloccata allo stesso punto di quella di Berhane, di Meron Estefanos, della nostra.

Anche se abbiamo rintracciato Riadh e suo padre come fonte della telefonata tunisina sull’ipotesi che i dispersi fossero in carcere in Tunisia, trovando così una risposta a una domanda che fino a quel momento era stata un mistero, alla fine nemmeno quello ci ha portato più vicini a sapere cosa è successo davvero alla barca scomparsa. Abbiamo fatto dei progressi, ma ci hanno lasciato fermi allo stesso punto a cui erano fermi tutti gli altri.

“È tutto ancora poco chiaro e tutti noi continuiamo a girare intorno alle stesse cose”, dice Alganesh.

Un modo per fare un passo avanti sarebbe scoprire se le fonti che conosciamo hanno più indizi, maggiori informazioni. Cos’altro possiamo scoprire? Chi sa qualcosa di più?

“L’uomo che ha fatto partire la barca è in carcere in Italia”, mi dice Alganesh. “È l’unico che potrebbe sapere se la barca è affondata o no”.

Stava parlando di Measho. Ma Measho sarà disposto a parlare? Riusciremo a rintracciare le informazioni che ci aiuteranno a scoprire cosa è successo alla “barca fantasma” nel caos della situazione attuale in Libia e nel mondo sommerso dei trafficanti di profughi?

Mentre concentriamo i nostri sforzi sulla ricerca di risposte a queste domande, l’indagine ha fatto passi avanti su altri fronti. Mentre mi sto occupando di indagare sul campo in Tunisia e in Italia e di parlare con le famiglie dei dispersi, sta succedendo qualcos’altro che ha aggiunto profondità e ampiezza alla nostra inchiesta e ci permetterà forse di andare oltre il blocco attuale. I nostri lettori hanno provato a ricostruire le proprie ipotesi sull’accaduto, utilizzando i dati, le informazioni pubbliche e un approccio sistematico di ricerca e indagine.

A differenza di Berhane, Meron e Alganesh, in gran parte i lettori che hanno contribuito alla nostra inchiesta aperta non hanno un legame diretto con i dispersi della “barca fantasma” o con i profughi della diaspora eritrea. Sono persone che vivono in vari Paesi del mondo: Stati Uniti, Canada, Francia, Italia, Paesi Bassi, Polonia e altri ancora.

Hanno passato al setaccio enormi quantità di dati e hanno trovato molti diversi indizi – alcuni minuscoli, alcuni più rilevanti – che potrebbero aiutarci a ricostruire un quadro più preciso degli spostamenti della barca.

Ad esempio Kirk Pettinga, web developer di Bangkok, ha individuato circa 250.000 righe di dati di tracciamento dei movimenti delle barche nel periodo di due giorni quando la barca è scomparsa nell’area di interesse. I dati trovati da Kirk indicano le posizioni di tutte le imbarcazioni i cui movimenti sono stati registrati e che potrebbero intersecarsi con i movimenti della barca scomparsa. I dati sono attualmente sottoposti ad analisi dei tracciati per vedere se rivelano elementi utili per spiegare quello che può essere successo nel Mediterraneo.

“Lavoro molto con software di mappatura nella mia professione”, spiega Kirk. “Prendere i dati geografici, tracciarli su una mappa e trovare modi per interagire con questi dati è un lavoro che trovo molto interessante”.

“A Bangkok abbiamo molti profughi dal Pakistan, da Myanmar e dagli stati dell’Africa centrale”, aggiunge. “Ne ho conosciuti alcuni e so che devono affrontare grandi difficoltà e viaggi lunghi e rischiosi; credo che questo valga per tutti i profughi in ogni parte del mondo”.

Un altro lettore, Ross Whiteford da Toronto, ha esaminato con cura quasi tutto e qualche settimana fa ha scovato una serie di rapporti di intelligence molto interessanti. Tende anche a lui a pensarla come Berhane: forse i dispersi non sono mai nemmeno saliti su quella barca. Ma Ross, nato in Scozia e trasferitosi in Canada, continua a indagare su ogni pista disponibile.

“Sono anch’io un immigrato e anche se ho avuto una esperienza molto privilegiata, questa storia mi colpisce personalmente”, ci ha detto.

Molte delle persone che partecipano alla nostra inchiesta non hanno esperienza, ma possono sfruttare la loro curiosità per aiutare le famiglie dei dispersi; un lettore in Italia è alla ricerca di un potenziale testimone in una città vicina, per esempio. Altri, invece, sono esperti con conoscenze specifiche: giornalisti, geografi, avvocati.

Cécile Debarge, una giornalista francese che vive e lavora in Sicilia, si è occupata spesso della crisi dei profughi. Si è offerta di indagare più da vicino sul caso riguardante i trafficanti a Catania.

“Ho subito voluto contribuire, dato che ho già scritto una serie di reportage sul campo in Spagna, Grecia e Italia, incontrando persone alle frontiere, cercando di ridare dignità ai migranti morti e alle loro famiglie. E so quanto è importante per loro conoscere la verità”, ha spiegato.

“Durante il mio lavoro giornalistico ho scoperto che è una vera e propria lotta sapere cosa è successo. La responsabilità è dei trafficanti, certo, ma c’è anche una nostra responsabilità collettiva nel non offrire altre vie legali per raggiungere l’Europa”.

Cyril Chen, un altro lettore da Toronto, ha dedicato del tempo ad analizzare i documenti del tribunale italiano usando Google Translate e passandoli al setaccio per trovare informazioni sulle potenziali fonti. Dice di essere stato motivato a partecipare all’inchiesta collaborativa anche da cose banali e quotidiane come le fotografie degli oggetti personali dei migranti.

“Nell’articolo dell’International Rescue Committee ‘Cosa c’è nella mia borsa?’ (‘What’s In My Bag?’) c’è una foto degli oggetti personali di una famiglia di profughi, tra cui cose per i bambini piccoli come vasetti di omogeneizzati e pannolini”, ci ha scritto via e-mail. “Sono prodotti disponibili ovunque in Occidente, nei negozi e nelle nostre case. Per noi la crisi è lontana, ma i profughi sono persone come noi e hanno le nostre stesse esigenze di base. Quali genitori non vogliono proteggere i loro piccoli, i loro bambini?”

Natalia Ossowska, una lettrice polacca che vive a Varsavia, dice che i suoi strumenti principali sono stati Google e alcune parole chiave. La sua motivazione per collaborare è aiutare a trovare le risposte, sia per le famiglie dei dispersi della barca sia per le altre persone che leggono la storia alla luce delle proprie domande e delle proprie opinioni sull’immigrazione.

“Dopo aver letto la storia”, dice, “ho sentito che dovevo aiutare in qualche modo e mostrare a [Yafet] che c’è chi si interessa al destino di gente come lui e sua moglie Segen e tutti gli altri. Mi auguro che almeno uno di quelli che vogliono costruire sempre più muri nel mondo cambi idea, perché anche una sola persona può fare la differenza. "

Chen è uno dei tanti che si sono uniti allo sforzo perché permette di agire anche con un piccolo contributo per cercare di far luce su un problema molto più grande.

“Quando è stato pubblicato il primo articolo sulla barca scomparsa, con la richiesta di aiuto, ha offerto la possibilità di fare più del solito”, dice. “Aprire l’inchiesta alla collaborazione in crowdsourcing permette a gente con ogni tipo di capacità di contribuire, utilizzando le competenze che non potrebbero entrare in gioco nei normali interventi di aiuto”.

Finora, l’inchiesta in crowdsourcing ci ha aiutato a capire alcuni elementi cruciali che sarebbero più difficili da ricostruire nel lavoro giornalistico sul campo. Oltre a contribuire ad esaminare i dati sui movimenti delle imbarcazioni, i rapporti di intelligence e i documenti legali, i lettori ci hanno aiutato a mappare oggetti individuati in alto mare, trovare i dati di contatto di fonti cruciali per l’inchiesta e iniziare a mettere insieme una banca dati di termini per la ricerca sui social media.

E poi c’è la scienza. Qualche settimana fa, Vincenzo Rossi, un oceanografo dell’Istituto di Fisica Interdisciplinare e Sistemi Complessi (IFISC, Instituto de Fisica Interdisciplinar y Sistemas Complejos) in Spagna, si è messo in contatto con noi. Man mano che arrivano altre informazioni, Vincenzo si tiene pronto a elaborare i possibili modelli degli spostamenti alla deriva in mare della barca scomparsa, nel caso abbia avuto un incidente.

Forse si arriverà così a qualche indizio su dove e quando potrebbero essere stati spinti a riva il relitto della barca o altri resti dell’incidente. Anche se come sappiamo la catena di documentazione forense nel Nord Africa è del tutto inadeguata, forse possiamo parlare con la gente del posto per trovare informazioni che corrispondano ai fatti.

Il momento critico, se e quando arriverà, non può arrivare solo dai dati. Un approccio a distanza è utile come sostegno, ma di suo non può darci le risposte. È combinando questi indizi e indirizzando le ricerche di dati in base alle informazioni che stiamo trovando sul campo – un luogo di partenza, un percorso di navigazione, dati di spedizione, fotografia satellitare, oceanografia – che si può ricostruire qualcosa di molto più solido.

Una mappa dei movimenti delle navi mercantili nel periodo di 2 giorni in cui è scomparsa la barca. Immagine fornita da Kirk Pettinga.

Alla fine, però, tutti questi filoni di indagine – tra cui parlare con i trafficanti o con i superstiti di altre traversate organizzate dagli indagati nell’operazione di polizia Tokhla e persino gli stessi sforzi della nostra inchiesta collaborativa – puntano a un unico luogo: la Libia.

Così tante delle domande che avevo scarabocchiato sul mio taccuino mentre parlavo con Berhane si riferiscono a quello che era successo a Tripoli e Zuwarah tra il 27 e il 29 giugno 2014.

E indagare su fatti successi in quelle zone è un’altra impresa assai ardua: la Libia è una zona di guerra divisa tra governi rivali e a livello locale il controllo del territorio è frammentato tra decine di milizie. Dopo quattro anni di conflitto, l’illegalità e l’anarchia sono ormai la norma.

Ma se vogliamo andare avanti con l’inchiesta, oltre il punto in cui si è bloccata ogni volta che qualcuno ha provato ad approfondire la questione, indagare sul campo in Libia è proprio quello che dovremo fare.


La versione originale inglese di questo articolo è stata scritta da Eric Reidy e curata da Bobbie Johnson. La verifica dei fatti è stata curata da Rebecca Cohen e la revisione finale da Rachel Glickhouse. Direzione artistica di Noah Rabinowitz. Fotografia di Gianni Cipriano per Medium.


Ci serve il vostro aiuto per continuare.

Vi chiediamo di fare un passo in più dopo la lettura di questa storia: vi invitiamo tutti a collaborare come potete al nostro lavoro di indagine. Al momento, stiamo esaminando la testimonianza di Berhane alla procura italiana e compilando una lista di termini comuni in arabo e tigrino.

C’è ancora molto di più che possiamo fare per scoprire che cosa è successo. Ecco come potete collaborare.