Altro che Cinquanta sfumature di grigio: “Noi siamo le Ragazze del Porno”

L’isteria collettiva per il debutto nei cinema di Cinquanta sfumature di grigio lo testimonia ancora una volta: alle donne il sesso piace vederlo, oltre che farlo. Esattamente come agli uomini. Per ammetterlo, però, serve ancora un “libere tutte”, un evento eccezionale, una ricorrenza. Un tabù da tempo infranto in molti paesi, a mala pena intaccato dalle nostre parti. Il progetto Le Ragazze del Porno rappresenta l’avanguardia di questo processo di liberazione, in Italia. Abbiamo chiesto a Monica Stambrini di spiegarci meglio di che si tratta.

Monica Stambrini, in primo piano

«Quasi nessuno dei reportage sui nostri provini è stato in grado di raccontarli senza esprimere un giudizio morale. Quando si parla di pornografia, giudicare è il modo più semplice per evitare imbarazzi. La gente giudica per mettere una distanza, si eleva per non ammettere di esserne attratta». A parlare è Monica Stambrini, quarantaquattro anni, in passato impegnata con diversi registi italiani, già autrice del documentario Sedia Elettrica, il making of di Io e Te di Bernardo Bertolucci, oltre che di una serie di cortometraggi e documentari per RaiSatArte e del lungometraggio Benzina, il suo primo film. Monica è la regista di Queen Kong, uno dei corti che vedranno prossimamente la luce in seno a Le Ragazze del Porno, collettivo di film-maker tutto al femminile oggetto, negli ultimi mesi, di una attenzione quasi morbosa da parte degli organi di informazione.

Un progetto talvolta non del tutto compreso da chi si è occupato di descriverlo, a detta di chi ne fa parte. Una narrazione eccessivamente ideologicizzata, la tendenza a ricondurre un lavoro dalle molte sfaccettature ad un contenitore — quello del femminismo — di cui si faticano a comprendere i connotati, queste le osservazioni.

E, dunque, chi sono Le Ragazze del Porno? A cosa stanno lavorando e perché lo stanno facendo?

«Le Ragazze del Porno sono nate quattro o cinque anni fa. Eravamo stufe della sempre più invadente divisione fra madri, intellettuali, femministe, bacchettone, e prostitute o olgettine. Nessuna di noi si riconosceva in questa generalizzazione, nessuna di noi si sentiva rappresentata. Sentivamo la mancanza di qualcosa che descrivesse le donne nella loro complessità, fatta anche di sessualità, desiderio, trasgressione».

Il femminismo c’entra o no con le RDP?

«Cosa intendiamo, oggi, per femminismo? Mi sembra ci sia una gran confusione sul significato di questa parola. Io stessa, ad esempio, prendo parte a questo progetto e, al contempo, comprendo perfettamente cosa spinga molte ragazzine americane a fotografarsi con cartelli che recitano “non sono una femminista”. È vero, siamo tutte donne e abbiamo usato il rosa nella nostra comunicazione, ma lo abbiamo fatto perché fosse chiaro chi siamo e cosa stiamo facendo. Di certo non vogliamo essere etichettate».

Avete deciso di fare vostro il manifesto di Mia Engberg, autrice del progetto di corti porno al femminile The Dirty Diaries Project. Al suo interno si dice: «L’industria del porno è sessista perché viviamo in una società patriarcale e capitalista. Si arricchisce dei bisogni che la gente ha di sesso ed erotismo e nel farlo sfrutta le donne. Per combattere il pornosessismo devi distruggere capitalismo e patriarcato». Sessismo, patriarcato, capitalismo. Come fare a non etichettarvi?

«Ispirarsi a quel manifesto non significa farne propria ogni singola parola. Noi non facciamo porno per combattere qualcosa. E questo nonostante la frase che mi hai citato dica cose fondamentalmente condivisibili. A me il porno piace ma è innegabile che la donna sia molto spesso umiliata, al suo interno. Che poi questa cosa a me possa provocare eccitazione è un altro discorso, ma è fuori di dubbio che raramente gli uomini ne escano altrettanto umiliati».

Esiste tutto un filone di produzioni sadomaso il cui argomento principale è proprio l’umiliazione dell’uomo.

«Sì, ma sono nicchie, non rappresentano il mercato in generale: è come se mi dicessi che non è vero che il cinema tradizionale è realizzato per lo più da uomini perché esistono registe donne. Anche io ho fatto un film per la Rai, ma solo perché rientravo nelle quote rosa. Dovevano finanziare due progetti realizzati da due donne e uno l’hanno fatto fare a me. Questo non rende migliore il sistema. Quello del porno è indubbiamente un mondo che fino ad ora è stato gestito dagli uomini per gli uomini».

Come mai è stato così fino ad ora?

«Negli anni ’70 prese vita un movimento che portò alla realizzazione di quello che viene definito come “femminist porn”: un fenomeno che rimase circoscritto e che ben presto assunse la dimensione di una parentesi temporanea. Non c’è un solo perché. Alle donne, fin da piccole, è insegnato che questo tipo di cose non possono essere guardate».

Le donne consumano meno porno perché non esiste porno per donne o non esiste porno per donne perché non c’è domanda?

«Secondo me perché non c’è domanda. Ma le cose stanno cambiando, sta nascendo una grande domanda»

Quindi il famoso discorso per cui il porno risponderebbe ad una esigenza tipicamente maschile di avere a che fare con una stimolazione maggiormente visiva è tutta una balla?

«Io non credo che le donne guardino meno porno perché il porno non è funzionale alla loro eccitazione. Io parlo per me: a me piace guardare, non a caso faccio la regista e mi piace il porno. Non lo so, forse sono io l’eccezione. Però, per quello che sto vedendo in questi mesi, parlando con tante donne, facendo provini, è che sempre più donne sono interessate e curiose, il porno interessa loro. È una questione di educazione. È lo stesso discorso che vale per la masturbazione: perché tutti gli uomini si masturbano, mentre le donne no? Forse perché le donne non avrebbero lo stesso tipo di esigenze? Ma che cazzata! Le donne hanno le stesse esigenze, solo che tu, come uomo, se non ti tocchi passi per malato, io come donna se lo faccio passo per quella strana. Siamo cresciuti così ma le cose stanno cambiando, per fortuna».

Credi che sia un problema tipicamente italiano?

«Non lo so, in parte sì. Di sicuro ci sono dei posti, come il nord Europa, in cui queste cose sono vissute in maniera molto più libera e naturale da parte delle donne e, di conseguenza, anche da parte degli uomini».

Quando si parla di porno al femminile si tende a ritenere che alcuni aspetti debbano essere maggiormente considerati per andare in contro ai gusti delle donne — cose come la trama o la descrizione del lato sentimentale della storia. Sono ricostruzioni corrette?

«Secondo me sì, anche se odio le generalizzazioni. Diversi ragazzi che hanno preso parte ai provini mi hanno detto, però, di preferire di gran lunga i video in cui una storia c’è. Sarebbe bello fosse proprio questa ondata di registe a rispondere a questa esigenza».

Valentina Nappi sostiene che l’unico modo per far cessare lo sfruttamento del corpo femminile sia quello di privarlo del suo valore. Ci sarebbe una penuria, per usare un linguaggio da economisti, che genera un aumento del suo valore. Per fermare questo circuito le donne dovrebbero concedersi maggiormente. Che ne pensi?

«A me piace moltissimo Valentina. Trovo che le sue provocazioni siano molto interessanti, è sempre in grado di toccare dei tabu. Non vi è dubbio che, fin dall’infanzia, le donne siano spinte a preservare in maniera particolare la loro sessualità. Darsi a più uomini è ritenuta una cosa orribile, sporca, mentre sul fronte maschile assistiamo al fenomeno opposto. Io non lo so se questa è la ragione per la quale il corpo della donna è oggetto di mercificazione. Forse — quanto meno da un punto di vista ancestrale — può essere pure un qualcosa di legato al fatto che il corpo della donna è l’unico in grado di procreare, nonostante necessiti del seme maschile».

Cosa pensi della prostituzione maschile?

«È un esempio estremamente calzante della differenza che continua a persistere nella concezione comune tra la sessualità femminile e quella maschile. Io sono sicura che tantissime donne vorrebbero poterne usufruire. Io ho avuto tante fantasie al riguardo, anche da ragazzina, in quei periodi in cui magari non riuscivo a trovare un uomo perché avevo tanti problemi. Ma perché non pagare un uomo? A me piacerebbe poter pagare un uomo!»

Neppure la prostituzione femminile è accettata. Gli uomini che frequentano le prostitute sono giudicati in maniera negativa.

«Anche questo è un errore! Enza Balducci è venuta ad assistere ai nostri provini. Lei è in sedia a rotelle da quando era bambina e giustamente si domanda — e ci domandava — perché lei non possa pagare qualcuno perché la soddisfi. Nella sua condizione, o si sposa o non è concepito possa avere degli appetiti sessuali. Nel nord Europa alcuni sistemi sanitari se ne fanno addirittura carico».

Non credi che un po’ dell’attenzione che avete ricevuto dipenda unicamente al fatto che un collettivo di donne che si accinge ad esplicitare una propria visione della sessualità è in qualche maniera…

«Eccitante?»

Be’, sì. Cosa ne pensi?

«Penso che sia una cosa bella, un qualcosa che potrebbe essere d’incitamento per le altre donne. La penso davvero come Valentina Nappi: dovremmo negare che anche noi desideriamo, che anche a noi piace il porno, perché qualcuno può eccitarsi pensando a questo? Non è mica una cosa brutta».

Non pensi che questo potrebbe spostare l’attenzione dalla qualità dei vostri lavori? Molta gente potrebbe guardare i vostri lavori soltanto per una sorta di vouyerismo nei vostri confronti.

«La stessa cosa vale per noi quando guardiamo il porno di altri e quando lo facciamo. La curiosità è la stessa che spinge anche noi a voler fare questi film. Quando io dico che non voglio portare un messaggio ma voglio far eccitare le persone dico questa cosa qui. Che poi un messaggio lo porti anche senza volerlo — perché sono una donna e ti dico che mi eccito e questo è un tabu — è un altro discorso. Non mi dispiace se la gente ci guarda per questo. Va bene uguale. Sarei veramente un’ipocrita se dicessi: “puoi guardarci ma non ti devi eccitare perché stiamo facendo un progetto culturale!”. Sì, stiamo facendo un progetto culturale, ma è un progetto che passa per l’eccitazione e per l’eccitamento».

Nessuna crociata contro il porno main stream quindi?

«Assolutamente no. Saremmo, ancora una volta, delle ipocrite a chiamarci Le Ragazze del Porno, se così fosse».

Cosa pensi dell’immagine della donna che è restituita da una buona porzione del porno “tradizionale”? Non ti senti mai offesa da come la donna è rappresentata?

«Forse da ragazzina…Ma ricordo che all’epoca mi offendeva molto anche Drive In. In generale no, a dire il vero. Gli uomini spesso vogliono avere a che fare con una partner che sia in grado di soddisfare le loro fantasie. Quando ciò avviene, però, il loro giudizio muta immediatamente. Questo è offensivo! Io voglio poterti fare un pompino come una pornostar senza per questo essere giudicata male o essere svilita».

Ok ma se è quella stessa pornostar ad essere trattata male o ad essere svilita?

«Il confine è molto labile: pensa alle donne che si fanno picchiare perché sono amanti del BDSM, oppure pensa a come in Inghilterra ora abbiano vietato i filmati in cui è ritratto lo spanking, ritenuto umiliante per la donna. Ma perché? A me piace tanto essere sculacciata. C’è un confine tra violenza e piacere e quel confine è tutto. Se tu mi dici “puttana” io mi eccito. Dipende molto da come le cose sono fatte e sono dette. Ci sono tante donne che si eccitano con la messa in scena dello stupro, ma non c’è niente di più orribile dello stupro. Eppure è una fantasia. È tutta una questione di rispetto. Di role playing».

Non hai mai la sensazione che nel porno il rispetto venga meno?

«Ma certo, come dappertutto. Non è che il porno sia tutto bello, ci sono delle cose orribili. Ma anche nel cinema “normale” e nella tv è così. Ci sono dei film che sono così poco rispettosi delle donne — delle commedie all’italiana, ad esempio — che preferirei vietare ai miei figli di vedere quelli piuttosto che un porno».

Credi che nel cinema tradizionale, paradossalmente, questa tendenza sia più accentuata?

«Non lo so. Nel porno che gira su internet c’è oramai una grandissima quantità di video che non sono neppure prodotti in maniera tradizionale — penso ai video amatoriali. In questo senso di sicuro il rispetto dei ruoli è garantito. Sicuramente nel porno c’è maggiore libertà».

Originally published at www.glistatigenerali.com.


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